2017: PALIO DI ALBA: la sfilata

Nessuno veramente sa quello che ha,

fino a quando non lo perde. (Detto popolare)

 

 

Torino, 20 ottobre 2017

 

Carissimi,

 

Quest’anno sono stato per tre volte al Palio: scherzando scherzando in oltre 20 anni ho fotografato vari documenti ad Alba che ora posso fare un dvd: ed una mostra: non è il mio luogo del “cuore” come dice Oscar, però è un paese dove stò bene, dove mi affiorano i ricordi di quando andavo al mercato con mia mamma e a volte può anche essere interessante. Purtroppo non si torna indietro, la tecnologia va avanti e altre storie da raccontare e da vivere.

 

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Una nuova libreria alla Ldc: è il futuro che nasce!

La pazienza è un albero: le radici so

no molto amare ma i frutti dolcissimi. (Proverbio Tuareg)

 

Torino, 18 ottobre 2017

 

Carissimi,

 

Stamattina mentre andavo all’Ufficio Migranti passando dalla libreria di San Paolo sono entrato a Valdocco dove alla fine dell’anno chiuderanno l’ultima libreria Ldc sulla strada. In fondo al cortile hanno ricostruito un nuovo negozio di articoli religiosi e una libreria Ldc con un bar e tavolini per poter incontrare. E’ un punto d’incontro che vedevo trent’anni fa in America quando andai a trovare Alfredo che lavorava in un centro della Pace. E’ un “salotto culturale” che il prof. Donato Bosca organizza nei vari incontri/conferenze per l’Italia ma soprattutto in Piemonte. E’ un poco la mia “Biblioteca del Tempo” al Ciabot e che ne pubblico l’articolo sul prossimo numero di Langhe n. 18.

Ne potete vedere le foto assieme a questo scritto

 

 

Roma, giovedì 26 ottobre 2017, ore 10.30

Teatro Orione,  Via Tortona 7

(Metro A: Re di Roma)

Presentazioni in contemporanea in tutte le Regioni e le Province Autonome

 

Il “Dossier Statistico Immigrazione 2017” verrà distribuito ai partecipanti fino a esaurimento copie.

 

Per i giornalisti è stata predisposta apposita documentazione

 

Per informazioni:

 

Centro Studi e Ricerche IDOS: tel. +39.06.66514345/502, idos@dossierimmigrazione.it; http://www.dossierimmigrazione.it; facebook/dossierimmigrazione

 

Centro Studi CONFRONTI: tel. +39.06.4820503, info@confronti.net;

 

http://www.confronti.net; Facebook / Twitter: Confronti_CNT

 

Ufficio stampa : tel. +39.380.90.23.947

Buona giornata!

 

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è. (Mark Twain)

 

 

Fermiamo allora l’attimo che è bello, diamo attenzione al qui e ora. Miglioriamo la vita momento per momento invece di correre senza pace. E probabilmente curando l’oggi vedremo il domani per quello che è, un luogo da raggiungere un passo dopo l’altro riempiendo di significato il cammino.

 

 

XVI Giornata Dialogo Cristiano Islamico – Torino

Pubblico · Organizzato da Islam TorinoLunedì 16 ottobre dalle ore 17:30 alle ore 19:00

Prossima settimana  Centro Studi Sereno Regis – Via Garibaldi 13 Torino Sala Gandhi (cortile a destra)

 

CAMMINIAMO INSIEME

Abbiamo bisogno di abitare il territorio in modo diverso, di ricomporre le relazioni sociali, di prenderci cura insieme di terra, acqua e aria. Abbiamo bisogno di iniziative dal basso, di osare il cambiamento senza delegarlo, di ridisegnare insieme città e paesi a misura di tutti e tutte. Abbiamo bisogno di lentezza, di mettere in discussione il dominio dell’auto, di riprenderci in mano la nostra vita. Abbiamo bisogno della Giornata del camminare. GALLERIA FOTOGRAFICA di alcuni degli oltre 140 eventi promossi per la Giornata del camminare 2017 – organizzata da FederTrek domenica 8 ottobre – in tutte le regioni

GALLERIA FOTOGRAFICA

 

LO SCIOPERO DI MOLTA GENTE PICCOLA

Riprendendo una celebre affermazione di Eduardo Galeano, secondo il quale “molta piccola gente, in luoghi piccoli, facendo cose piccole, può cambiare il mondo”, Gustavo Duch ha rilanciato nel suo blog, Palabre-ando, quell’invito alla speranza aggiungendo che “molta piccola gente coltiverà piccoli orti che alimenteranno il mondo”. Adesso lo scrittore catalano annuncia uno strano sciopero a tempo indeterminato, invitandoci a rompere gli indugi e farla finita con quel che ci viene imposto da uno Stato despota per occupare ogni momento del nostro tempo alla costruzione collettiva di uno Stato di Felicità Permanente

GUSTAVO DUCH

 

STRATEGIE PER LA DIGNITÀ DEL LAVORO

La globalizzazione ha contribuito pesantemente a corrodere la dignità del lavoro.Facendo pesare sul piatto della bilancia la spada della competitività, le imprese hanno imposto ai vecchi paesi industrializzati condizioni sempre più gravose per restare. E ovunque la politica ha chinato la testa. Bisogna passare dalla globalizzazione degli affari alla globalizzazione dei diritti, scrive Francesco Gesualdi, vincolando il commercio internazionale al rispetto di clausole sociali, imponendo alle multinazionali regole stringenti, creando un legame inscindibile fra salari minimi legali e salari vivibili

FRANCESCO GESUALDI

Buona notte!

E’ necessario guardarsi negli occhi senza sfidarsi, avvicinarsi gli uni agli altri senza incutersi paura. (Papa Giovanni XXIII)

 

Veronica Occelli – Psicologa, PsicoterapeutaMi piace

4 ottobre alle ore 12:28 ·

Noi non siamo i nostri fallimenti: non siamo un lavoro non trovato, un matrimonio finito, una laurea non presa.

Non siamo i rifiuti che abbiamo subito: “non voglio uscire con te”, “le faremo sapere”, “il suo progetto non ci interessa”.

Non siamo i nostri “solo questo”: “solo 18?”Solo 800 euro al mese?”

Noi non siamo le nostre paure. Non siamo i nostri Kg in più.

Noi non siamo i nostri ancora e non ancora: “35 anni e vivi ancora con i tuoi?”, “38 anni e ancora niente figli?”

Non siamo le nostre malattie. Non siamo le nostre fragilità.

Siamo molto più di tutto questo e troppo spesso ce ne dimentichiamo.

 

Ma tra il dire e il fare, bisogna negoziare.

 

Mark Twain: «Se votare facesse qualche differenza, non ce lo farebbero fare». Twain

 

“C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato (Danilo Dolci)”»

 

CAMMINIAMO INSIEME

Abbiamo bisogno di abitare il territorio in modo diverso, di ricomporre le relazioni sociali, di prenderci cura insieme di terra, acqua e aria. Abbiamo bisogno di iniziative dal basso, di osare il cambiamento senza delegarlo, di ridisegnare insieme città e paesi a misura di tutti e tutte. Abbiamo bisogno di lentezza, di mettere in discussione il dominio dell’auto, di riprenderci in mano la nostra vita. Abbiamo bisogno della Giornata del camminare.

 

Eduardo Galeano, secondo il quale “molta piccola gente, in luoghi piccoli, facendo cose piccole, può cambiare il mondo”, Gustavo Duch ha rilanciato nel suo blog, Palabre-ando, quell’invito alla speranza aggiungendo che “molta piccola gente coltiverà piccoli orti che alimenteranno il mondo”. Adesso lo scrittore catalano annuncia uno strano sciopero a tempo indeterminato, invitandoci a rompere gli indugi e farla finita con quel che ci viene imposto da uno Stato despota per occupare ogni momento del nostro tempo alla costruzione collettiva di uno Stato di Felicità Permanente

 

Domenica 15 ottobre, dalle ore 17,00 a Labico, presso l’Aula Consiliare di Palazzo Giuliani, in Piazza Mazzini, Elena Tioli presenterà il libro “Vivere senza supermercato”. Tra Gruppi di Acquisto Solidali, autoproduzioni, mercati contadini, passando attraverso la riduzione degli imballi e degli sprechi, un viaggio alla scoperta di come sia possibile fare la spesa senza passare necessariamente per la grande distribuzione organizzata. Da necessità a scelta consapevole, un percorso etico ed umano che fa bene alla salute ed all’ambiente.

A seguire, presentazione del progetto No Spreco Alimentare e aperitivo solidale.

 

L’evento è organizzato dal comitato spontaneo No Spreco Alimentare di Zagarolo in collaborazione con Associazione Labicocca di Labico, Mercato Contadino di Zagarolo, Italia che Cambia, Comune.info, Cantina Gusto di…vino di Labico e Comune di Labico.

 

 

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Viviamo in un tempo segnato da scenari di guerra tra stati e dentro gli stati stessi, poi c’è la “quarta guerra mondiale”, quella del capitale contro i popoli. Intanto il caos divampa ma è proprio nei periodi di instabilità e crisi che l’attività dei movimenti può incidere di più sulla ridefinizione del mondo. Nella storia, le grandi rivoluzioni sono nate nel mezzo di guerre e conflitti spaventosi, come reazione dal basso, quando tutto stava crollando. I popoli però non hanno mai aderito in massa alle alternative sistemiche. Prima lo faceva una famiglia, poi un’altra, e così via. Stiamo andando verso un mondo nuovo, in mezzo al dolore e alla distruzione. Quando il sistema-mondo inizierà a disintegrarsi, generando tsunami di caos, i popoli dovranno difendere la vita e ricostruirla. Crollo e creazione sono complementari. Dal 1994 conosciamo il movimento zapatista che, nei territori dove ha le basi, ha creato un mondo nuovo

 

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Foto: Mario Marlo/Somoselmedio.org

di Raúl Zibechi

 

La geopolitica ci aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo, in particolare in periodi turbolenti come quelli attuali, la cui principale caratteristica è l’instabilità globale ed il continuo succedersi di cambiamenti e permanenti oscillazioni. Tuttavia la geopolitica presenta i suoi limiti quando si tratta di esaminare l’attività dei movimenti antisistemici. Ci offre una lettura dello scenario nel quale agiscono, il che non è poco, però non può costituire l’ispirazione centrale delle lotte di emancipazione.

 

A mio modo di vedere, è stato Immanuel Wallerstein a spiegare nella maniera più precisa la relazione tra il caos nel sistema-mondo e la sua trasformazione rivoluzionaria attraverso i movimenti. Nel suo articolo più recente, “È doloroso vivere in mezzo al caos”, evidenzia come il sistema-mondo si stia autodistruggendo mentre coesistono 10-12 poteri con forza sufficiente per agire in forma autonoma. Ci troviamo in mezzo al passaggio da un mondo unipolare ad un altro multipolare: un processo necessariamente caotico.

 

È proprio nei periodi di instabilità e di crisi che l’attività dei movimenti può incidere in forma più efficace sulla ridefinizione del mondo. È una finestra di opportunità necessariamente breve nel tempo. È durante questi periodi turbolenti e non nei periodi di calma che l’attività umana ha la possibiltà di modificare il corso degli eventi. Da qui l’importanza del periodo attuale.

 

Alcuni dei lavori di Wallerstein pubblicati (in lingua spagnola, ndt) nella raccolta El Mundo del Siglo XXI, diretta da Pablo Gonzaléz Casanova, affrontano il rapporto tra il caos sistemico e le transizioni verso un nuovo sistema-mondo (Después del liberalismo e Impensar las ciencias sociales, Siglo XXI, 1996 y 1998). In Marx e il sottosviluppo, pubblicato in inglese nel 1985, trent’anni fa, Wallerstein metteva in guardia sulla necessità di “ripensare la nostra metafora relativa alla transizione”, poichè è dal XIX secolo che stiamo dibattendo sulle vie adatte per raggiungere il potere, quelle evolutive o quelle rivoluzionarie.

 

Credo che il punto più polemico, e allo stesso tempo più convincente, sia quando dice che abbiamo ritenuto la transizione “un fenomeno che si può controllare” (La scienza sociale: come sbarazzarsene. I limiti dei paradigmi ottocenteschi, Milano, Il saggiatore, 1995.). Se la transizione, come fanno presente gli studiosi della complessità, si può verificare solo come conseguenza di una biforcazione all’interno di un sistema in situazione di caos,  allora pretendere di dirigerla è sia illusione sia rischio di ri-legittimare l’ordine che si sta decomponendo, qualora si acceda al potere statale.

 

Quanto sopra non vuol dire che non possiamo fare nulla. Tutto il contrario. Ha scritto Wallerstein nel testo citato, “Non dobbiamo aver paura di una transizione che può assumere l’aspetto di crollo, di disintegrazione, che è disordinata, che in un certo modo può essere anarchica, ma non necessariamente disastrosa“.  Poi aggiunge che le rivoluzioni possono fare il loro lavoro migliore nel promuovere il crollo del sistema.

 

Questo sarebbe un primo modo di influire nella transizione: acutizzare il crollo, potenziare il caos. Come riconosce lo stesso Wallerstein, un periodo di caos è doloroso, però può anche essere fecondo. Di più: la transizione verso un nuovo ordine  è sempre dolorosa, perchè siamo parte di ciò che sta crollando.  Pensare a transizioni lineari e tranquille è un omaggio all’ideologia del progresso.

 

Dopo il 1994 abbiamo cominciato a conoscere il secondo modo di incidere sulla transizione, quello che ci consente di arricchire le considerazioni precedenti. Si tratta della creazione, qui ed ora, di un mondo nuovo; non come immagine prefigurata ma come realtà concreta. Mi riferisco all’esperienza zapatista. Ritengo che entrambi i modi di influire (crollo e creazione) siano complementari.

 

Nei territori dove ha le sue basi, lo zapatismo ha creato un mondo nuovo. Non è “il” mondo che avevamo immaginato nella nostra vecchia metafora della transizione: uno Stato-nazione dove si costruisce una totalità simmetrica a quella capitalista e che pretende di essere la sua negazione. Però, se ho imparato qualcosa di quanto ci hanno insegnato nelle basi di appoggio durante la escuelita, in questo mondo ci sono tutti gli ingredienti del mondo nuovo: dalle scuole agli ospedali fino alle forme autonome di governo e di produzione.

 

Nel momento in cui il caos sistemico si approfondisce, questo nuovo mondo creato dallo zapatismo sarà un punto di riferimento ineludibile per quelli che stanno in basso. Molti non credono che il caos sistemico possa diventare più profondo. Tuttavia, abbiamo davanti uno scenario di guerre tra stati e all’interno degli stati stessi, alle quali si aggiunge la “quarta guerra mondiale” in corso, quella del capitale contro i popoli. Queste sono alcune delle situazioni caotiche che intravediamo e che possono coincidere, in uno stesso periodo, con il caos climatico e al “caos sanitario”, secondo la previsione dell’Oms di una prossima e ineluttabile perdita di efficacia degli antibiotici.

 

Nella storia, le grandi rivoluzioni hanno avuto luogo nel mezzo di guerre e conflitti spaventosi, come reazione dal basso, quando tutto stava crollando. Durante la guerra fredda si era diffusa l’ipotesi che le potenze rivali non avrebbero usato armi nucleari per evitare la reciproca distruzione. Oggi sono pochi quelli che scommetterebbero in tal senso.

 

Davanti a noi sta nascendo una nuova metafora della transizione possibile: quando il sistema-mondo inizierà a disintegrarsi generando tsunami di caos, i popoli dovranno difendere la vita e ricostruirla. Nel farlo, è probabile che adottino il tipo di costruzioni create dagli zapatisti. Questo è accaduto nelle lunghe transizioni dall’antichità al feudalesimo e dal feudalesimo al capitalismo. In mezzo al caos, i popoli sono soliti puntare su principi di ordine, come fanno alcune comunità indigene dei giorni nostri.

 

Qualcosa di tutto questo sta già accadendo. Alcune famiglie priístas (del PRI Partito Rivoluzionario Istituzionale messicano, ndt) ricorrono ai presìdi sanitari dei caracoles e altre cercano attraverso le juntas del buen governo una soluzione giusta ai loro conflitti. Mai i popoli hanno aderito in massa alle alternative sistemiche. Un giorno è una famiglia a farlo, poi un’altra, e così via. Stiamo andando verso un mondo nuovo, in mezzo al dolore e alla distruzione.

 

fonte: la Jornada

 

titolo originale: Caos sistémico y transiciones en curso

 

traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

L’adesione di Raul Zibechi alla campagna di Comune-info

 

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo libro, Descolonizar. Il pensamiento critico y las practicas emancipatorias, sta per uscire in Colombia per le edizioni desde abajo. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

 

Uscire dall’economia

intervista a Serge Latouche | 22 settembre 2012 | 10 Commenti

 

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L’affermazione della decrescita non serve e non si propone di acquisire un potere, un po’ come l’esperienza zapatista. Anzi, costituisce un contropotere sociale. Prima di ogni altra cosa, la decrescita è una provocazione, un grido che contesta l’invenzione stessa dell’economia. L’economia, infatti, come la sua controfigura «green» o il lavoro salariato, esiste solo in un orizzonte di senso, quello del capitalismo. È una ragione di speranza in questi tempi? Sì, in alcune città della Grecia e della Spagna, a differenza di quanto accaduto in Argentina dieci anni fa, pezzi di società che subiscono l’austerità hanno cominciato a incontrare gruppi che sperimentano forme di decrescita. Per questo il potere, che teme il cambiamento profondo dice: «Siate seri, non è il momento di parlare di queste cose»

 

 

 

Cita il suo amico Cornelius Castoriadis e poi il subcomandante Marcos. Parla di fotocopiatrici, di Gruppi di acquisto solidale giapponesi e di un interessante documentario di Coline Serreau. Intervistare Serge Latouche è sempre un viaggio piacevole che percorre molti temi, con le sue risposte a volte in francese a volte in italiano. E se gli chiedi di ragionare di lavoro e di lavoratori, come abbiamo fatto noi, è piuttosto probabile che non userà francesismi: «Fare la cassiera in un supermercato è un lavoro di merda».

 

Considerando quanto sta avvenendo negli ultimi anni, quale rapporto esiste tra l’attuale struttura del potere e i processi della decrescita?

 

Su questi temi, cioè sulla relazione tra decrescita e Stato, e più in generale tra decrescita e politica, sono stati scritti molti articoli negli ultimi mesi, perché dentro il movimento della decrescita in Francia da tempo ci sono dibattiti su questi argomenti. Anch’io ho scritto un saggio che mi ha richiesto molto lavoro, perché confesso che su questo problema le mie idee non erano chiare. Certo ho scritto spesso sul ruolo dello Stato e sulla politica. Ma alcuni mi hanno accusato, soprattutto persone vicine alle culture e ai movimenti anarchici, di aspettare dallo Stato la realizzazione della decrescita. Allora ho capito che la cosa sbagliata che scrivevo era «la decrescita è un progetto politico». Penso che la formula non sia felice. La decrescita è un progetto sociale, non un progetto politico, Lenin aveva un progetto politico. Tutti quelli che hanno un progetto politico vogliono realizzarlo, per questo la tradizione rivoluzionaria, soprattutto in America latina, resta legata alla presa del potere.

 

Pensiamo a quando il subcomandante Marcos e le comunità zapastiste hanno preso San Cristóbal de las Casas, in Chapas, il 1° gennaio 1994: la prima cosa che hanno detto è stato: «Non vogliamo prendere il potere perché sappiamo che se prendiamo il potere saremo presi dal potere». Per questo penso che avere un progetto politico sia diverso dall’avere un progetto sociale. Un progetto di una società alternativa deve essere pensato concretamente in funzione del luogo, della cultura dove il movimento agisce, ma il problema è che ha a che fare anche con il potere. Naturalmente è una buona cosa, se alcuni nostri amici diventano deputati, ministri, consiglieri ma sappiamo bene che qualsiasi politico è sempre sottomesso alla pressione dei grandi poteri, non esiste un governo buono…

 

Per queste ragioni penso che non dobbiamo fare un partito politico per la decrescita e partecipare alle elezioni. In alcuni casi possiamo sostenere dall’esterno un certo programma, oppure un partito, ma il movimento deve essere sempre un contropotere, un gruppo di pressione anche con il più cattivo dei poteri. Perfino quando la pressione è forte possiamo ottenere qualcosa, come dimostra la vicenda dgli accordi di Cochabamba sull’acqua, ottenuti nonostante in Bolvia allora, nel 2000, ci fosse un potere quasi fascista. Quel potere fu costretto ad ascoltare la protesta che chiedeva la cancellazione del contratto con la multinazionale Bechtel. Una grande vittoria. Perciò la strategia deve essere quella dei piccoli passi avanti, anche quando il potere cambia, come nella stessa Bolivia in cui oggi è presidente Evo Morales: la pressione deve essere mantenuta anche contro Morales. Insomma, credo che i movimenti della decrescita oggi debbano mantenere questo spirito di contropotere di ispirazione gandhiana.

 

Non dico che tutti i partigiani della decrescita condividono questa visione, per esempio alcuni miei amici propongono di non votare più alle elezioni, io invece sono favorevole. Naturalmente sappiamo bene che dalle elezioni non uscirà mai un governo buono; se per caso ci fosse un governo di nostalgici diventerebbe subito un cattivo governo. Su questo punto ho cambiato idea nel tempo: prima condividevo l’idea del mio amico Cornelius Castoriadis, che aveva un progetto politico, la democrazia radicale, che lui credeva possibile costruire… Oggi, invece, credo che quello possa essere soltanto un orizzonte di senso, che non si realizzerà mai. Tuttavia, dobbiamo cercare di realizzarlo ogni giorno. Non possiamo aspettare il cambiamento o la democrazia radicale per agire: dobbiamo utilizzare tutti i mezzi e agire al livello più basso, più concreto, dove si possono fare le cose.

 

Hai conosciuto esperienze in giro per il mondo che consideri particolarmente valide come strategie per la decrescita?

 

Non esiste un’esperienza che si può etichettare come la vera esperienza della decrescita, della società frugale o della prosperità senza crescita. Quando ad esempio tre anni fa abbiamo incontrato quelli della Conai, la Confederazione delle comunità indigene dell’Ecuador, a Bilbao, abbiamo capito come la loro concezione del buen vivir è esattamente il progetto della decrescita, se pur in un contesto diverso e nonostante il coinvolgimento dei governi locali. In ogni caso penso che il progetto delle Transition town dell’amico Robert Hopkins, che ha partecipato con me alla Conferenza interazionale sulla decrescita di Venezia, sia l’esperienza che a livello locale realizza meglio ciò che per me corrisponde al progetto della decrescita: sviluppare la resilienza, ridurre l’impronta ecologica, ritrovare l’autonomia alimentare ed energetica. A un livello più limitato credo che il movimento dei Gruppi di acquisto solidale e il loro corrispondente giapponese, quello dei Teikei, che letteralmente significa «il cibo che ha la faccia del contadino», piuttosto che alcune esperienze della Rete francese delle imprese alternative e solidali, siano esperienze che vanno nella direzione del progetto della decrescita.

 

Se avessimo il potere e la capacità di suggerire delle strategie per la decrescita, cosa bisognerebbe fare tra le cose più urgenti?

 

Questo è un esercizio di politica virtuale, me lo hanno chiesto anche i verdi greci cosa fare adesso… Credo che la cosa più importante oggi sia cercare di realizzare il programma concettuale delle otto «R», rivalutare, ridefinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare, la cui priorità è sintetizzabile con la riduzione dell’impronta ecologica. Ma tra le prime cose da fare c’è la necessità di dare lavoro: per questo ho proposto un programma che poggia su tre piedi rilocalizzare, riconvertire e ridurre. Rilocalizzare l’attività produttiva significa demondializzare e questo implica avere i mezzi per farlo, tra cui l’autonomia finanziaria monetaria. Occorre pensare anche a una politica protezionista: il libero scambio è il protezionismo più forte dei predatori e allora dobbiamo fare un protezionismo dei deboli e progetti di conversione ecologica. La riconversione più importante è quella dell’agricoltura: dobbiamo uscire dall’agricoltura produttivista e sostenere un’agricoltura senza pesticidi e concimi chimici. Su questi temi vengono pubblicati sempre più libri e documentari interessanti.

 

Il film-documentario Maison du future, ad esempio, è stato pensato in Francia dopo un dibattito alla televisione, nel quale Josè Bovè contestava due esperti di agricoltura secondo i quali è impossibile nutrire il mondo senza Ogm, pesticidi e concimi chimici: gli autori hanno girato il mondo per raccontare esperienze alternative che dimostrano come l’agricoltura più produttiva, e non più produttivista, è quella contadina. Quel film sarà presentato in diversi paesi nei prossimi mesi, dall’India ai paesi latinoamericani. Un altro documentario molto interessante è Solutions locales pour un désordre global, di Coline Serreau, una regista francese molto brava, che ha messo insieme esempi di coltivazioni alternative dal Brasile all’India, dalla Francia all’Ucraina.

 

Il progetto delle otto «R» è piuttosto chiaro, ma molti continuano a temere che la decrescita sia soprattutto sinonimo di rinuncia, di ritorno al passato…

 

È importante far capire alle persone che non si tratta di rinunciare alla lavatrice ma di avere una buona lavatrice, che non siamo obbligati a buttarla ogni due anni per comprarne una nuova, perché subito qualcosa non funziona più. La stessa cosa con il computer. Quelli nuovi sono più veloci? Allora si devono progettare e diffondere, come si faceva all’inizio, computer modificati ai quali aggiungere qualcosa per farli progredire. Un’esperienza importante di questo tipo è quella della Rank Xerox, con le sue fotocopiatrici pensate come dei moduli che si possono prendere e rinnovare. La Rank Xerox oggi vende più servizi di fotocopiatura e meno fotocopiatrici, di cui si prende cura nel tempo. Gettare oggetti pensati per durare poco è un’assurdità, io ho già buttato tre computer. È uno spreco di risorse incredibile. Si può concepire un computer che si può migliorare, che si può riparare e alla fine si può riciclare. Questo discorso vale per tutti i nostri strumenti, è la dimostrazione che si deve ancora sviluppare, si deve pensare la struttura produttiva del futuro meno come industria pesante è più come insieme di piccole imprese, ma anche singli artigiani che lavorano per il riciclo e riuso, per le riparazioni.

 

Agricoltura, riuso e riciclo, sostenibilità… Alcuni dicono che sono pezzi di un processo, quella della green economy, con il quale il capitalismo si trasforma per sopravvivere. Quali pericoli vedi nella green economy?

 

Non uso mai l’espressione green economy perché resta nell’orizzonte del capitalismo e questo è un problema. Ho molti amici che non hanno capito oppure non condividono il mio punto di vista quando dico «si deve uscire dall’economia». Il problema è la parola «economia», vale a dire il capitalismo, verde va bene ma economia no, al massimo potremmo dire «vogliamo una società verde». Naturalmente questo significa che si deve ancora produrre e consumare ma non più nella logica economica, utilitarista e quantitativa. È un discorso complesso e difficile da far capire, per questo molto spesso lo lascio dire ai miei amici nel parlare di altra economia, lo accetto come un compromesso. Ma in fondo tutto il mio lavoro, la mia ricerca, il mio pensiero, comincia dal contestare l’invenzione dell’economia, un’invenzione teorica, storica e semantica, dalla quale dobbiamo uscire. Il progetto della decrescita implica l’uscita dall’economia. Allora il discorso dell’economia verde è effettivamente ambiguo: se produciamo pannelli solari a livello industriale, inquinando, come avviene in alcuni casi, siamo di fronte al green business, e questo non può far parte della nostra ricerca.

 

A proposito di nuova ricerca: c’è il tema del lavoro che sembra ancora poco esplorato. Abbiamo la sensazione che serva una critica più profonda del concetto di lavoro che è stato finora il volano dello sviluppo, cioè del capitalismo. Cosa ne pensi? Come si organizza il lavoro in una fase di transizione come quella attuale?

 

La riduzione degli orari di lavoro, che è nel progetto della decrescita, è anche un compromesso, una misura transitoria. È un compromesso che può aiutarci ad affontare il problema della disoccupazione, cioè una prima soluzione è lavorare meno per lavorare tutti. Questo è un punto sul quale non dobbiamo transigere. Ma è importante ridurre gli orari di lavoro anche perché l’obiettivo, l’orizzonte di senso, resta la democrazia diretta. Che si nutre anche di trasformazione del lavoro, propone, come obiettivo di lungo periodo, di abolire il lavoro salariato. Insomma, non si può più riprendere il discorso della nobiltà del lavoro quando si fa un lavoro di merda alla cassa di un supermercato… Dobbiamo smettere di pensare a creare posti di lavoro qualsiasi. Dobbiamo prima di tutto mettere al centro il valore dell’autonomia e per questo la forma cooperativa è un orizzonte di senso, è qualcosa che aiuta. Ma anche in questo caso dobbiamo essere consapevoli dei limiti. Lo dimostra pure una mia piccola esperienza: abbiamo voluto fare una cooperativa, una casa editrice sotto forma di cooperativa, ma ho capito subito che sarebbe stato molto difficile, che non poteva funzionare, perché non tutte le persone vogliono essere cooperatori, ci sono alcuni che preferiscono avere il salario, avere un orario di lavoro e basta. Si può capire. Si deve rispettare questo. E allora il problema è che nell’ingranaggio di una società salariale non per tutti è importante la cooperativa. Di certo, resta importante oggi reinventare il lavoro in settori come l’agricoltura biologica e il riciclo e riuso, esistono già esperienze importanti ma restano una nicchia.

 

La crisi è sufficiente per favorire nuovi stili di vita? Un esempio: quando è scoppiata la crisi in Argentina, dieci anni fa, si sono diffusi i mercati del trueque, cioè il baratto, insieme ad alcune esperienze di moneta locale e alle fabbriche recuperate, ma quando è ripresa la crescita quei mercati e quelle monete sono stati spazzati via…

 

Non conosco bene quanto accaduto in Argentina, ma è evidente che in quel caso l’uso per un certo periodo di monete complementari o alternative, quasi su scala nazionale, è stato possibile perché la crisi aveva toccato la borghesia, la piccola borghesia. Quando la moneta nazionale è tornata come prima, quell”esperienza è terminata. Nel frattempo gli operai che si erano impossessati di alcune imprese hanno continuato a lavorare in quel modo. Non solo non potevano più tornare indietro, ma speravano in una trasformazione sociale profonda. Ora sembra che in Grecia sia diverso: c’è infatti un incontro tra coloro che subiscono l’austerità e coloro che hanno avviato progetti di decrescita. Qualcosa di simile accade anche in alcune città della Spagna. Allora dobbiamo essere coscienti che la crisi è al tempo stesso un disastro, perché può favorire forme di vero fascismo, ma anche un’opportunità. In Francia, ad esempio, la politica ha totalmente cancellato qualsiasi progetto di alternativa e qualsiasi dibatitto sulla decrescita. «Siate seri, siamo in crisi», dicono, «non è il momento di parlare di queste cose». Un bel modo per rendere invisibile un desiderio diverso di cambiamento.

 

 

 

L’ultimo libro di Serge Latouche è Limite (Bollati Boringhieri, 2012). Quello che più mette in discussione la scienza economica in una prospettiva storico-filosofica è L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, 2010). Asterios invece ha da poco pubblicato alcuni scritti di Cornelius Castoriadis, La fine della filosofia.

 

Per un approfondimento sul tema «città e decrescita», qui solo sfiorato, suggeriamo la lettura di un’altra conversazione con Latouche: La città inedita.

 

Per ragionare invece di critica alla crescita in termini molto concreti e con una buona dose di fantasia consigliamo la lettura di Io ho un chiodo, il regalo di Ascanio Celestino per la nascita di Comune-info.

 

Infine, per conoscere meglio Solutions locales pour un désordre global segnaliamo il sito dedicato al film: solutionslocales-lefilm.com.

 

L’intervista è stata realizzata da Riccardo Troisi, Alberto Castagnola, Adriana Goni Mazzitelli e Cesare Budoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come misuriamo la ricchezza? Attraverso il denaro, le persone più ricche sono quelle che accumulano più denaro, sembra ovvio. E invece non lo è. John Holloway ci ricorda che sotto l’apparente solidità del denaro c’è un liquido che bolle: é la nostra ricchezza – quella prodotta dal nostro fare, dalla nostra attività creativa – che lotta contro la sua astrazione-negazione in forma di merce. L’esito della lotta non è scontato. Ciò che esiste nella forma di un’altra cosa, ciò che esiste malgrado sia negato, è il lato nascosto di ciò che lo nega, è la sua crisi. La possibilità di un cambiamento radicale, profondo, sorge dal basso, da ciò che è nascosto, latente. Il capitalismo lotta continuamente per trovare una più profonda subordinazione della vita alla sua necessità di dominare ed espandersi. La sua dominazione, tuttavia, è inconcepibile senza la resistenza. Il signore dipende dai suoi sudditi. Ed è in questa dipendenza che si trova la chiave per comprendere la crisi del suo dominio. Il nostro “mettere in comune” è il movimento della crisi

 

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di John Holloway

 

Dev’essere un verbo, o no? Un sostantivo non può esprimere il tipo di società che vogliamo. Un organizzare sociale che si autodetermina non può essere contenuto in un sostantivo. La nozione di comunismo come sostantivo è priva di senso e pericolosamente autocontraddittoria. Un sostantivo suggerisce un qualcosa di fisso che sarebbe incompatibile con la costante autocreazione collettiva. Un sostantivo esclude il soggetto attivo, mentre la ragione di essere del mondo che vogliamo è che il soggetto sociale attivo stia al centro.

 

La nostra è la rivolta dei verbi contro i sostantivi. È la rivolta dell’essere capaci di contro il potere. Il movimento dell’autodeterminazione (o del mettere in comune [1]) contro la determinazione alienata difficilmente potrebbe esistere in  un’altra maniera. La determinazione alienata è la reclusione delle nostre vite dentro coagulazioni, transenne, regolamenti, frontiere, consuetudini. In altre parole, dentro forme sociali, che sono i modelli nei quali si irrigidisce l’azione umana.

 

Marx ha dedicato la sua opera alla critica di quelle forme. La sfida viene avanzata nella prima frase del Capitale, quella che ci dice che: “La ricchezza delle società nelle quali regna il modo di produzione capitalista si presenta come una ‘immensa accumulazione di merci’”. Nei Grundrisse, Marx spiega:”Che cos’è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, etc.(…)? (Cos’è se non) l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane in quanto tali”. Si presenta in questa maniera perché è quella la forma sociale nella quale (la ricchezza, ndt) esiste. La forza umana della creazione, potenzialmente illimitata, è imprigionata nei limiti della forma merce. Un orrore assoluto, un incubo totale, un presente catastrofico che minaccia di condurci verso una completa autodistruzione. Com’è accaduto? Che significa? Come possiamo rompere queste forme sociali?

 

Ciò che va sottolineato non sono solo le forme (merce, valore, denaro, rendita, leggi, Stato e altre) della critica di Marx nel Capitale, ma il completo congelamento delle relazioni umane che costituiscono quelle forme. Non si tratta solo di criticare le forme sociali capitaliste, ma di comprendere che le forme sociali in quanto tali sono capitaliste: un’idea che è insieme vertiginosa e stimolante. Oppure, per tornare alla nostra formulazione precedente, il problema non è un certo tipo di sostantivo ma sono i sostantivi in sé, l’imprigionamento dei verbi dentro strutture rigide o chiuse.

 

Il sostantivo è strettamente legato al congelamento dell’identità, mentre il verbo indica una non-identità, un superamento degli argini dell’identità, una rottura che va oltre, lo stesso movimento dell’antiidentità: un’antiidentificazione che può essere compresa solo come un movimento sovversivo e costante contro l’identità nella quale si trova intrappolata (e noi con lei). Lasciamo, dunque, che il sostantivo esprima l’identità e il verbo il movimento dell’antiidentità. L’identità è la separazione reale, ma ingannevole, della costituzione e dell’esistenza, mentre è evidente che l’azione di mettere in comune può significare solo il superamento di questa separazione. L’amore come passione e non come abitudine.

 

Il mettere in comune è il movimento contro ciò che si interpone nel cammino verso l’autodeterminazione sociale delle nostre vite. Gli ostacoli che dobbiamo affrontare non sono solo la nostra separazione dai mezzi di produzione, ma tutte quelle forme sociali che proclamano la loro identità, che negano la loro esistenza come forme e dicono semplicemente: siamo. Il denaro, per esempio, dice: “Io sono quel che sono”, pura identificazione atemporale. Non dice: sono una forma delle relazioni sociali, il congelamento del modo in cui le persone si mettono in relazione le une con le altre in un certo, specifico contesto sociale. Il denaro non ci dice: sono un prodotto umano e posso, pertanto, essere abolito da chi mi ha creato. Tutto il contrario: la forza del denaro dipende dalla negazione di ciò che lo produce e lo riproduce. Il potere del denaro si basa sulla separazione della sua esistenza dalla sua costituzione, dalla sua genesi. La stessa cosa accade, come per il denaro, con altri concetti come moglie, tavolo, Stato, merce, Italia, uomo, pranzo e altri ancora. Tutti si presentano come pompose, mendaci, autosufficienti identità, come esistenze liberate dal loro momento costitutivo, come sostantivi che hanno lasciato indietro i verbi che li hanno creati. Devono essere tutti disciolti. L’azione del mettere in comune è il movimento del loro scioglimento, è la liberazione del nostro fare, la riappropriazione del mondo. Per liberare il nostro fare culinario dobbiamo pensare al cibo dal punto di vista dell’attività di cucinare, dobbiamo riunire l’esistenza di un pasto con la sua costituzione, dobbiamo emancipare il verbo dal sostantivo che ha creato. E come con gli alimenti, dobbiamo fare lo stesso con Italia, uomo, merce, Stato, tavolo, moglie, denaro.

 

Questa critica, pertanto, è genetica, diretta a recuperare la genesi di queste forme che negano le loro origini. Dietro ciò che esiste, cerca il processo che lo costituisce, che ha dato origine alla sua esistenza. Fondamentalmente, la critica domanda anche: cosa succede nel suo processo di costituzione che dà luogo a un’esistenza che nega la propria origine? Cosa accade con i nostri verbi che danno origine a sostantivi che li fagocitano? Che succede con il nostro fare che crea un fatto che lo nega? Non è sufficiente, allora, capire che tanto il denaro come l’uomo, la moglie, la merce, lo Stato, la tavola, l’Italia sono prodotti umani. Dobbiamo andare alla radice per comprendere cosa succede con il nostro fare che genera queste mostruosità, questi figli che negano i padri.

 

Che accade col nostro fare? La risposta di Marx è chiara. Nella società capitalista il nostro fare è autoantagonista. Ha un carattere duplice: da una parte quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, dall’altra il lavoro astratto. “L’economia politica gira intorno a questo punto”, dice. Se vogliamo capire come sia possibile che una nostra attività produca una società che la nega, dobbiamo dirigere il nostro sguardo verso la duplice natura di questa attività.

 

Il lavoro concreto è semplicemente lavoro che produce la ricchezza in tutte le sue varietà: fabbricare un’automobile, scrivere un articolo, cucinare un pasto, pulire le strade. Qui non c’è nulla che conduca a una separazione tra costituzione ed esistenza. Costruisco un tavolo, lo uso oppure lo consegno a qualcuno che lo utilizzerà: la sua esistenza come tavolo parla direttamente della mia azione di averlo fatto. Ci sono un fare e una cosa fatta, e non c’è separazione tra loro.

 

Il lavoro astratto è la medesima attività, però vista adesso dalla prospettiva della produzione di merci. Costruisco un tavolo, e ciò che importa ora non sono le sue specifiche caratteristiche o la mia relazione con esso, ma il suo valore o il suo prezzo di mercato. Il tavolo, come merce, è “un oggetto esterno” che non ci riconosce. In quanto merce, è qualcosa che si vende e si compra, che si misura nei termini della relazione quantitativa che stabilisce con altri prodotti, generalmente espressa dal denaro. Nel mondo delle merci, ciò che conta è la quantità di valore prodotto, non il suo contenuto in termini di automobili, articoli, pasti o strade pulite. Si tratta di un’astrazione delle qualità specifiche dei lavori concreti: ora essi contano solo come quantità di lavoro astratto. Si opera così un’astrazione dell’atto del produrre: tutto ciò che conta è la quantità del valore prodotto.

 

Il lavoro astratto crea un mondo di cose, un mondo di esistenze separate dalla loro costituzione, un mondo di identità che proclamano: siamo, un mondo di sostantivi indifferenti ai verbi che li hanno fatti esistere, un mondo di feticci (come li chiamò Marx). Il lavoro astratto è dinamico, è mosso dalla ricerca del valore, del profitto, ma presenta le sue creazioni come cose indipendenti dall’atto della loro creazione. In altri termini, la trasformazione della nostra attività (del nostro fare, del nostro lavoro concreto) in lavoro astratto è ciò che conduce al congelamento o alla coagulazione delle relazioni sociali in forme sociali. Possiamo pensare al lavoro astratto come a una forma sociale, vale a dire, come alla forma in cui esiste il lavoro concreto; tuttavia essa è una forma speciale, è la forma centrale che genera tutte le altre forme. È il lavoro astratto ciò che mantiene intrappolati il potenziale e la creatività senza limite del lavoro concreto, cioè, del fare umano. È pertanto il lavoro astratto la chiave per comprendere tutte le altre forme di chiusura o dominio.

 

Il fare autocontraddittorio e la ricchezza

 

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La ricchezza esiste nella forma di una immensa accumulazione di merci, il lavoro concreto (o fare umano) nella forma del lavoro astratto. Il fare umano (lavoro concreto) produce ricchezza, il lavoro astratto produce merci. In entrambi i casi, l’attività (tanto il fare come il lavoro astratto) è inevitabilmente sociale. In qualsiasi società (compresa quella attuale) esiste una convergenza delle differenti attività, un fattore agglutinante dei diversi soggetti attivi, una qualche forma di socialità, di “comunalità”, un qualche tipo di comunanza tra coloro che fanno, una qualche forma del mettere in comune. La ricchezza esiste in tutte le società, però attualmente essa esiste nella forma dell’accumulazione di merci; il fare umano esiste in qualunque società, ma in quella attuale si presenta in forma di lavoro astratto. Allo stesso modo, possiamo dire che l’azione del mettere in comune o la coesione sociale esistono in qualsiasi società, ma sotto il capitalismo si presentano in modo peculiare. Esiste una più intensa ed estesa integrazione dei fare di prima, ma questa intensa integrazione sociale non è accompagnata da una determinazione sociale di ciò che viene prodotto. Essa resta soggetta, in primo luogo, alla determinazione privata dei padroni del capitale. Quella determinazione esclusiva dei padroni del capitale è soggetta, a sua volta, alla determinazione sociale del denaro (cioè del valore): una determinazione che non è soggetta ad alcun controllo cosciente.

 

L’azione del mettere in comune, allo stesso modo che la ricchezza, così come il fare o il lavoro concreto, esiste come un substrato nascosto di una forma sociale che nega la sua esistenza. Abbiamo dunque un’indissolubile trinità: la ricchezza, il fare e il mettere in comune, che esiste nella forma di una controtrinità, ugualmente indissolubile: le merci, il lavoro astratto e il capitalismo. Tutti gli sguardi si dirigono ora verso questa “esistenza in forma di” oppure verso il “si presenta come”. Quando diciamo – con Marx – che nella società attuale la ricchezza “si presenta come un’immensa accumulazione di merci” è chiaro che non si tratta di una mera illusione, non è una falsa apparenza. Se la ricchezza appare in questo modo, è perché esiste realmente sotto questa forma. Deve essere chiaro, però, anche che l’espressione non indica una semplice identità: non stiamo sostenendo che nella società capitalista la ricchezza sia un’immensa accumulazione di merci, o che il lavoro concreto sia lavoro astratto, o che l’azione del mettere in comune sia il capitalismo. Stiamo parlando, chiaramente, di due cose che non sono identiche ma si presentano come identiche. In questo modo, qui ci troviamo di fronte a una tensione, però, qual è la natura di questa tensione? È la tensione della dominazione. Se qualcosa esiste nella forma di un’altra cosa, allora è ovvio che quel qualcosa è soggetto a quella forma. Se la ricchezza esiste sotto la forma di merce, è la merce che domina, così come il lavoro astratto domina quello concreto e il capitalismo domina ciò che è messo in comune[2].

 

Questa dominazione è una negazione. Dunque, se la ricchezza esiste nella forma dell’accumulazione delle merci, in effetti, la merce proclama: sono la sola ricchezza, e questa è una ricchezza, in generale, misurata nella forma-denaro della merce. Sappiamo questo dalla nostra esperienza quotidiana: la ricchezza viene misurata in denaro. La lista delle cinquecento persone più ricche del mondo, per esempio, assume il fatto che la ricchezza sia uguale all’accumulazione di denaro: non provano a misurare la ricchezza nei termini della sapienza della gente o delle sue relazioni affettive o dell’entusiasmo per quello che fanno. La ricchezza sparisce dalla vista e la merce-ricchezza occupa il suo posto. Questo, che esiste sotto forma di un’altra cosa, esiste “nel modo di essere negata” prendendo in prestito la classica frase di Richard Gunn.

 

Il fatto che qualcosa esista come la negazione di se stesso non significa che abbia cessato di esistere. Al contrario, inevitabilmente, lotta contro la sua stessa negazione. La dominazione è inconcepibile senza resistenza. Lo stesso fatto che pensiamo alla rivolta significa che la dominazione non è totale. La tensione è un antagonismo tra il contenuto e la forma, tra ciò che viene negato e quello che lo nega.

 

Si tratta di un antagonismo tra verbi, non tra sostantivi: una lotta attiva. Se la dominazione trova resistenza (come accade sempre), è una dominazione attiva: è sempre una lotta aperta il cui esito finale non è mai scontato. Di più, il fatto che non possa mai rimanere tranquilla è una caratteristica specifica della dominazione sotto il capitalismo. Il fatto che il valore sia determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una merce comporta che l’arricchimento della capacità umana di produrre sia trasformato in una intensificazione del lavoro astratto, un’accelerazione moltiplicata all’ennesima potenza. La dominazione non può permettersi il lusso della quiete di un sostantivo: può solo essere un dominare che lotta costantemente per trovare una più profonda subordinazione della vita al suo proposito di autoespandersi. E se dominare è un verbo, allora, lo sono chiaramente anche resistere e ribellarsi. Le forme delle relazioni sociali devono essere intese come forme-processi, processi di formazione e non come un fatto stabilito. Allora, denaro come monetizzare, Stato come statalizzare, merce come mercificare, essere umano come umanizzare, Italia come italianizzare, e così via. Tutti i sostantivi occultano lotte feroci, scontri quotidiani e, spesso, sanguinosi.

 

L’accumulazione primitiva, costituzione ed esistenza

 

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È questa una questione chiave per la teoria e la pratica marxiste. Lo si può vedere nel dibattito sull’accumulazione primitiva. Nell’interpretazione tradizionale, l’accumulazione primitiva fa riferimento al periodo delle lotte che danno luogo all’instaurazione delle relazioni sociali capitaliste, una fase storica seguita da una continua normalità capitalista. In questa interpretazione c’è una chiara separazione tra la costituzione e l’esistenza. L’accumulazione primitiva qui si riferisce al momento della costituzione delle forme delle relazioni sociali (valore, Stato, capitale e le altre), seguito da un periodo in cui queste forme acquisiscono relativa stabilità. Se fosse così, allora, queste forme potrebbero essere intese come sostantivi: sostantivi con una limitata vita storica, ma sostantivi, comunque, con un certo grado di stabilità fintanto che il capitalismo sopravvive.

 

Marx esprime graficamente questa posizione tradizionale nei Grundrisse: “Le condizioni, dunque, che precedevano la creazione del pluscapitale I, o quelle che esprimevano la formazione del capitale, non rientrano quindi nella sfera del modo di produzione a cui il capitale serve da presupposto; esse stanno alle sue spalle come livelli storici preliminari, allo stesso modo in cui i processi attraverso i quali la Terra è passata dallo stato fluido di mare di fuoco e di vapori alla sua forma attuale, si collocano in una fase che precede la sua vita di Terra formata”. La costituzione è chiaramente separata dall’esistenza. Tuttavia, quelli di noi che vivono nei pressi di vulcani fumanti (nel mio caso, a 40 chilometri dal Popocatépetl) sanno che la transizione geologica di un mare liquido di fuoco allo stato di terra solida non è tanto chiara come suggeriva Marx: noi abbiamo il fermo sospetto che questo sia ancora più certo nel caso delle relazioni sociali. Sotto l’apparente solidità del denaro, c’è un agitato liquido che bolle. Non può darsi per assodato che il denaro sia una forma delle relazioni sociali universalmente rispettata: in quale altro modo potremmo considerare la grande quantità di energia dedicata alla sua realizzazione? Il denaro – come lo Stato, la donna, l’Argentina, il Messico, la rendita – è continuamente messo in discussione, costantemente contrastato: l’esistenza di tutte queste relazioni sociali dipende dalla loro permanente ricostituzione. Sebbene ci possano essere delle differenze significative in funzione del tempo e del luogo, Marx ha sbagliato ad indicare una separazione tanto radicale tra costituzione ed esistenza.

 

La forma capitalista delle relazioni sociali, questo irrigidimento o congelamento delle interazioni sociali in modelli stabiliti, è dunque un processo, un verbo, un’azione del congelare o formare il fare umano che trova sempre una opposizione. La genesi non si riferisce solo al passato ma a un processo costante del generare e rigenerare le forme sociali; la critica genetica non è solo il portare alla luce il passato ma anche il presente. Se la ricchezza esiste nella forma di una accumulazione di merci, vuol dire che c’è una permanente mercificazione della ricchezza della creazione umana, e che questa attività di mercificare incontra una resistenza: la spinta costante della creazione umana contro la mercificazione e il suo incessante superamento degli argini. In altre parole, se la ricchezza esiste nella forma dell’accumulazione di merci, questo inevitabilmente comporta il fatto che non esista solo in quella forma ma anche contro-e-oltre l’accumulazione di merci. Non esiste al di fuori dell’accumulazione di merci, come qualcosa di intoccabile: questa idea potrebbe condurci a un essenzialismo astorico di scarsa utilità. Non galleggia nell’aria: è lotta viva e quotidiana.

 

La ricchezza della nostra attività è contenuta nella forma merce ma lotta anche contro di essa e, almeno in modo sporadico, rompe come un vulcano la forma merce stabilendo altri modi di interazione. In effetti, entrambi i lati dell’antagonismo si costituiscono grazie all’antagonismo: è evidente che l’accumulazione di merci si costituisce attraverso la lotta per mercificare la ricchezza, ma anche il contrario è certo: la ricchezza viene costituita grazie alla lotta contro-e-oltre la forma merce. E quello che è certo per la ricchezza, lo è anche per il lavoro concreto e per la comunalità o comunitarietà: non solo sono imprigionate nelle loro forme capitaliste ma spingono contro-e-oltre esse.

 

Possiamo fare un passo in più. Ciò che esiste nella forma di un’altra cosa, ciò che esiste “nel modo di essere negato” è il substrato occulto di quello che lo nega, e pertanto la sua crisi. Quel che appare in superficie: merci, lavoro astratto, capitalismo, non è nulla senza ciò che lo nega, vale a dire, ricchezza, lavoro concreto, comunalità. Il signore dipende dai suoi servi, sempre. È una dipendenza mutua, però la relazione è altamente asimmetrica. Senza i suoi servi il signore non è nulla, è incapace di farsi da mangiare o di prepararsi il letto, mentre il servo, grazie al suo lavoro concreto, è potenzialmente tutto, come hanno segnalato Hegel e La Bóetie, tra gli altri. Il potere, il sostantivo, è visibile ma dipende da  un invisibile essere capaci di. La possibilità di un cambiamento radicale sorge dal basso, da ciò che sta nascosto, da ciò che è latente, da quello da cui il potere dipende. È in questa dipendenza che si trova la chiave per comprendere la crisi del dominio. La teoria di Marx sulla tendenza alla caduta del saggio di profitto è un tentativo per comprendere come la dipendenza capitalista dal lavoro (dalla trasformazione dell’attività umana in lavoro) si manifesti a sé stessa come la tendenza alla caduta del saggio di profitto. Il latente è la crisi dell’apparente, il verbo è la crisi del sostantivo.

 

Siamo la crisi del capitale

 

Basta!, dunque, con l’idea assurda e degradante che i colpevoli della crisi siano i capitalisti! Siamo noi la crisi del capitale. Noi che non solo siamo invisibili ma latenti, la latenza di un altro mondo. Noi che siamo i verbi che i sostantivi sono incapaci di contenere. Noi, il cui fare concreto non entra nel lavoro astratto, la cui ricchezza deborda l’immensa accumulazione delle merci, noi, con la nostra comunalità che irrompe attraverso la falsa comunità di individui e cittadini. Noi, quelli che non saremo contenuti, siamo il substrato vulcanico sul quale tutto l’edificio del potere è costruito in modo tanto fittizio. Noi, che ci riappropriamo della terra semplicemente perché è nostra.

 

Il mettere in comune è il movimento della crisi. La crisi è più visibile con la caduta del saggio di profitto, con la caduta del tasso di crescita, con la crescente disoccupazione; sotto queste manifestazioni giace l’incapacità da parte del capitale di subordinare completamente il lavoro umano alla logica della sua dinamica. Sotto le statistiche ci sono eruzioni vulcaniche di insubordinazione, c’è la moltiplicazione dei No, il superamento degli argini di questi No in “No, noi non lo accettiamo, vogliamo fare le cose in un modo diverso, nel modo che decidiamo noi”. Il parco Navarino, nel centro di Atene, dove la gente ha abbattuto le pareti di un parcheggio per creare un parco comunitario, un luogo per giocare con i bambini, coltivare vegetali e ascoltare musica, un luogo per chiacchierare e fare la rivoluzione. Gran parte dello Stato del Chiapas, dove le segnalazioni stradali proclamano: “Fuori il malgoverno, qui comanda il popolo”. Le fabbriche recuperate in Argentina, dove i lavoratori hanno mostrato che c’è vita senza i padroni: Abahlali BaseMjondolo, il movimento degli abitanti delle baracche di Durban (Sudafrica) che sta creando un comunismo vivente nei suoi insediamenti. E altri ancora, ancora altri, altri ancora. Abbiamo tutti esempi da fornire, possiamo riempire pagine e pagine con la loro elencazione.

 

I (molti e diversi esempi di, ndt) mettere in comune[3], grandi e piccoli, spesso tanto piccoli da essere invisibili perfino per i loro protagonisti, eppure cruciali perché la crisi, probabilmente, non potrebbe essere spiegata in termini di resistenza aperta ma può certamente essere compresa come il risultato di un effetto combinato tra l’insubordinazione aperta e una costante onnipresente non subordinazione,  un costante e onnipresente rifiuto di sottomettere le nostre vite nella loro totalità alle sempre più intense esigenze della produzione capitalista.  I (molti esempi di azioni del, ndt) mettere in comune di molti tipi differenti, tutti sperimentali, colmi dell’attiva fragilità dei verbi, tutti contraddittori, con un piede intrappolato nel fango immondo del capitalismo mentre si tenta di raggiungere qualcosa in più, un fare differente, una ricchezza differente, un diverso camminare insieme.

 

Mettere in comune, quindi, non solo come verbo ma anche al plurale: “comunizares” (le molte e diverse esperienze di “mettere in comune”, ndt). Un flusso di mille ruscelli mormoranti e di torrenti silenziosi, che vanno insieme e poi si separano ancora, scorrendo insieme verso un oceano potenziale. Non c’è spazio, qui, per l’istituzionalizzazione, nemmeno per quella informale. L’istituzionalizzazione è sempre un tentativo di bloccare il flusso, di separare l’esistenza dalla costituzione (non è questo il significato di istituzionalizzazione?), per sottomettere il presente al passato, per rendere quieto il flusso del fare, mentre l’azione di mettere in comune è l’opposto: è l’impulso di liberarci dalla determinazione del passato, di raggiungere un’articolazione esplicita all’unità della costituzione e dell’esistenza. Non si tratta del comunismo-nel-futuro ma di una molteplicità di “mettere in comune”, qui e ora.

 

Questo significa che non ci può essere una rottura radicale del capitalismo? Naturalmente, no. Dobbiamo rompere la dinamica del capitale, ma il modo di farlo non è quello di proiettare il comunismo nel futuro ma riconoscere, creare, espandere e moltiplicare i mettere in comune (o le crepe nel tessuto della dominazione capitalista) e incoraggiare la loro confluenza. È difficile per me immaginare il superamento del capitalismo se non attraverso la confluenza di questi mettere in comune, in un torrente che escluda il capitale come forma di organizzazione e lasci senza effetto la sua violenza. Allora, forse potremmo pensare che sia finita la traversata e che siamo giunti a casa, ma il luogo in cui siamo giunti non può essere un comunismo, ma un costante mettere in comune in un clima più favorevole (di fatto, la casa non è mai il sostantivo che i bambini immaginano ma una ricreazione costante di quelli che ne fanno parte). Il mettere in comune è, semplicemente, la riappropriazione di un mondo che è nostro, o ancora meglio, la creazione di un mondo che è nostro, nel quale articoliamo praticamente l’unità del fare e ciò che viene fatto, della costituzione e dell’esistenza, la comunalità dei nostri fare.

 

Mettiamo in comune, ovunque ci troviamo, adesso.

 

 

“Comunizar” nella versione pubblicata da http://www.herramienta.org

 

in Argentina. Abbiamo preferito “mettere in comune” a una ipotetica traduzione letterale, “comunizzare”, perché essa ci sembrava richiamare posizioni assai lontane dal corpo espresso nel suo complesso in questo scritto e per evitare il rischio di una certa cacofonia connessa alle troppe distorsioni di parole derivanti dalla radice “comune” ndt.[1]

 

[2] “comunal” nella versione argentina.

 

[3] “Comunizares” nel testo pubblicato su Herramienta, ndt.

 

Bibliografía

 

Gunn, Richard, “En contra del materialismo histórico: el marxismo como un discurso de primer orden”. En: Bonnet, Alberto / Holloway, John / Tischler, Sergio (comps.): Marxismo abierto, una visión europea y latinoamericana. Vol. I. Herramienta: Buenos Aires, 2005, págs. 99-155.

 

Marx, Karl, Elementos fundamentales para la crítica de la economía política. Borrador 1857-1858 (Grundrisse). 18ª edición. México: Siglo XXI, 2001.

 

–,  El capital. Vol. 1, libro primero. México: Cartago, 1983.

 

 

 

Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista argentina Herramienta http://www.herramienta.com.ar/. Titolo originale: ¡Comunicemos!

 

Traduzione per Comune-info: m. c.

 

Le immagini. Dall’alto in basso: una manifestazione negli Stati Uniti; la protesta del movimento sudafricano degli abitanti delle baracche di Durban, Abahlali BaseMjondolo; il Parco Navarino di Atene; John Holloway.

 

 

 

 

Il  Rapporto Italiani nel Mondo giunge, nel 2017, alla dodicesima edizione. Vi hanno partecipato 55 autori che, dall’Italia e dall’estero, hanno lavorato a 45 diversi saggi articolati in cinque sezioni: Flussi e presenze; La prospettiva storica; Indagini, riflessioni ed esperienze contemporanee; Speciale Regioni; Allegati socio-statistici e bibliografici.

La presentazione a Roma, martedì 17 ottobre 2017, ore 10.00, presso Auditorium “V. Bachelet” The Church Palace – Domus Mariae Via Aurelia 481.

 

Veronica Occelli – Psicologa, PsicoterapeutaMi piace

4 ottobre alle ore 12:28 ·

Noi non siamo i nostri fallimenti: non siamo un lavoro non trovato, un matrimonio finito, una laurea non presa.

Non siamo i rifiuti che abbiamo subito: “non voglio uscire con te”, “le faremo sapere”, “il suo progetto non ci interessa”.

Non siamo i nostri “solo questo”: “solo 18?”Solo 800 euro al mese?”

Noi non siamo le nostre paure. Non siamo i nostri Kg in più.

Noi non siamo i nostri ancora e non ancora: “35 anni e vivi ancora con i tuoi?”, “38 anni e ancora niente figli?”

Non siamo le nostre malattie. Non siamo le nostre fragilità.

Siamo molto più di tutto questo e troppo spesso ce ne dimentichiamo.

 

Ma tra il dire e il fare, bisogna negoziare.

 

Mark Twain: «Se votare facesse qualche differenza, non ce lo farebbero fare». Twain

 

Una cosa è vera: fare la cosa giusta al momento sbagliato è cosa sbagliata. Non fare mai la cosa giusta, però, è pure peggio

 

“C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato (Danilo Dolci)”»

 

CAMMINIAMO INSIEME

Abbiamo bisogno di abitare il territorio in modo diverso, di ricomporre le relazioni sociali, di prenderci cura insieme di terra, acqua e aria. Abbiamo bisogno di iniziative dal basso, di osare il cambiamento senza delegarlo, di ridisegnare insieme città e paesi a misura di tutti e tutte. Abbiamo bisogno di lentezza, di mettere in discussione il dominio dell’auto, di riprenderci in mano la nostra vita. Abbiamo bisogno della Giornata del camminare.

 

Eduardo Galeano, secondo il quale “molta piccola gente, in luoghi piccoli, facendo cose piccole, può cambiare il mondo”, Gustavo Duch ha rilanciato nel suo blog, Palabre-ando, quell’invito alla speranza aggiungendo che “molta piccola gente coltiverà piccoli orti che alimenteranno il mondo”. Adesso lo scrittore catalano annuncia uno strano sciopero a tempo indeterminato, invitandoci a rompere gli indugi e farla finita con quel che ci viene imposto da uno Stato despota per occupare ogni momento del nostro tempo alla costruzione collettiva di uno Stato di Felicità Permanente

 

Domenica 15 ottobre, dalle ore 17,00 a Labico, presso l’Aula Consiliare di Palazzo Giuliani, in Piazza Mazzini, Elena Tioli presenterà il libro “Vivere senza supermercato”. Tra Gruppi di Acquisto Solidali, autoproduzioni, mercati contadini, passando attraverso la riduzione degli imballi e degli sprechi, un viaggio alla scoperta di come sia possibile fare la spesa senza passare necessariamente per la grande distribuzione organizzata. Da necessità a scelta consapevole, un percorso etico ed umano che fa bene alla salute ed all’ambiente.

A seguire, presentazione del progetto No Spreco Alimentare e aperitivo solidale.

 

L’evento è organizzato dal comitato spontaneo No Spreco Alimentare di Zagarolo in collaborazione con Associazione Labicocca di Labico, Mercato Contadino di Zagarolo, Italia che Cambia, Comune.info, Cantina Gusto di…vino di Labico e Comune di Labico.

 

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Vivere nel caos e creare un mondo nuovo

Raúl Zibechi | 1 febbraio 2015 | 3 Commenti

 

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Viviamo in un tempo segnato da scenari di guerra tra stati e dentro gli stati stessi, poi c’è la “quarta guerra mondiale”, quella del capitale contro i popoli. Intanto il caos divampa ma è proprio nei periodi di instabilità e crisi che l’attività dei movimenti può incidere di più sulla ridefinizione del mondo. Nella storia, le grandi rivoluzioni sono nate nel mezzo di guerre e conflitti spaventosi, come reazione dal basso, quando tutto stava crollando. I popoli però non hanno mai aderito in massa alle alternative sistemiche. Prima lo faceva una famiglia, poi un’altra, e così via. Stiamo andando verso un mondo nuovo, in mezzo al dolore e alla distruzione. Quando il sistema-mondo inizierà a disintegrarsi, generando tsunami di caos, i popoli dovranno difendere la vita e ricostruirla. Crollo e creazione sono complementari. Dal 1994 conosciamo il movimento zapatista che, nei territori dove ha le basi, ha creato un mondo nuovo

 

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Foto: Mario Marlo/Somoselmedio.org

di Raúl Zibechi

 

La geopolitica ci aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo, in particolare in periodi turbolenti come quelli attuali, la cui principale caratteristica è l’instabilità globale ed il continuo succedersi di cambiamenti e permanenti oscillazioni. Tuttavia la geopolitica presenta i suoi limiti quando si tratta di esaminare l’attività dei movimenti antisistemici. Ci offre una lettura dello scenario nel quale agiscono, il che non è poco, però non può costituire l’ispirazione centrale delle lotte di emancipazione.

 

A mio modo di vedere, è stato Immanuel Wallerstein a spiegare nella maniera più precisa la relazione tra il caos nel sistema-mondo e la sua trasformazione rivoluzionaria attraverso i movimenti. Nel suo articolo più recente, “È doloroso vivere in mezzo al caos”, evidenzia come il sistema-mondo si stia autodistruggendo mentre coesistono 10-12 poteri con forza sufficiente per agire in forma autonoma. Ci troviamo in mezzo al passaggio da un mondo unipolare ad un altro multipolare: un processo necessariamente caotico.

 

È proprio nei periodi di instabilità e di crisi che l’attività dei movimenti può incidere in forma più efficace sulla ridefinizione del mondo. È una finestra di opportunità necessariamente breve nel tempo. È durante questi periodi turbolenti e non nei periodi di calma che l’attività umana ha la possibiltà di modificare il corso degli eventi. Da qui l’importanza del periodo attuale.

 

Alcuni dei lavori di Wallerstein pubblicati (in lingua spagnola, ndt) nella raccolta El Mundo del Siglo XXI, diretta da Pablo Gonzaléz Casanova, affrontano il rapporto tra il caos sistemico e le transizioni verso un nuovo sistema-mondo (Después del liberalismo e Impensar las ciencias sociales, Siglo XXI, 1996 y 1998). In Marx e il sottosviluppo, pubblicato in inglese nel 1985, trent’anni fa, Wallerstein metteva in guardia sulla necessità di “ripensare la nostra metafora relativa alla transizione”, poichè è dal XIX secolo che stiamo dibattendo sulle vie adatte per raggiungere il potere, quelle evolutive o quelle rivoluzionarie.

 

Credo che il punto più polemico, e allo stesso tempo più convincente, sia quando dice che abbiamo ritenuto la transizione “un fenomeno che si può controllare” (La scienza sociale: come sbarazzarsene. I limiti dei paradigmi ottocenteschi, Milano, Il saggiatore, 1995.). Se la transizione, come fanno presente gli studiosi della complessità, si può verificare solo come conseguenza di una biforcazione all’interno di un sistema in situazione di caos,  allora pretendere di dirigerla è sia illusione sia rischio di ri-legittimare l’ordine che si sta decomponendo, qualora si acceda al potere statale.

 

Quanto sopra non vuol dire che non possiamo fare nulla. Tutto il contrario. Ha scritto Wallerstein nel testo citato, “Non dobbiamo aver paura di una transizione che può assumere l’aspetto di crollo, di disintegrazione, che è disordinata, che in un certo modo può essere anarchica, ma non necessariamente disastrosa“.  Poi aggiunge che le rivoluzioni possono fare il loro lavoro migliore nel promuovere il crollo del sistema.

 

Questo sarebbe un primo modo di influire nella transizione: acutizzare il crollo, potenziare il caos. Come riconosce lo stesso Wallerstein, un periodo di caos è doloroso, però può anche essere fecondo. Di più: la transizione verso un nuovo ordine  è sempre dolorosa, perchè siamo parte di ciò che sta crollando.  Pensare a transizioni lineari e tranquille è un omaggio all’ideologia del progresso.

 

Dopo il 1994 abbiamo cominciato a conoscere il secondo modo di incidere sulla transizione, quello che ci consente di arricchire le considerazioni precedenti. Si tratta della creazione, qui ed ora, di un mondo nuovo; non come immagine prefigurata ma come realtà concreta. Mi riferisco all’esperienza zapatista. Ritengo che entrambi i modi di influire (crollo e creazione) siano complementari.

 

Nei territori dove ha le sue basi, lo zapatismo ha creato un mondo nuovo. Non è “il” mondo che avevamo immaginato nella nostra vecchia metafora della transizione: uno Stato-nazione dove si costruisce una totalità simmetrica a quella capitalista e che pretende di essere la sua negazione. Però, se ho imparato qualcosa di quanto ci hanno insegnato nelle basi di appoggio durante la escuelita, in questo mondo ci sono tutti gli ingredienti del mondo nuovo: dalle scuole agli ospedali fino alle forme autonome di governo e di produzione.

 

Nel momento in cui il caos sistemico si approfondisce, questo nuovo mondo creato dallo zapatismo sarà un punto di riferimento ineludibile per quelli che stanno in basso. Molti non credono che il caos sistemico possa diventare più profondo. Tuttavia, abbiamo davanti uno scenario di guerre tra stati e all’interno degli stati stessi, alle quali si aggiunge la “quarta guerra mondiale” in corso, quella del capitale contro i popoli. Queste sono alcune delle situazioni caotiche che intravediamo e che possono coincidere, in uno stesso periodo, con il caos climatico e al “caos sanitario”, secondo la previsione dell’Oms di una prossima e ineluttabile perdita di efficacia degli antibiotici.

 

Nella storia, le grandi rivoluzioni hanno avuto luogo nel mezzo di guerre e conflitti spaventosi, come reazione dal basso, quando tutto stava crollando. Durante la guerra fredda si era diffusa l’ipotesi che le potenze rivali non avrebbero usato armi nucleari per evitare la reciproca distruzione. Oggi sono pochi quelli che scommetterebbero in tal senso.

 

Davanti a noi sta nascendo una nuova metafora della transizione possibile: quando il sistema-mondo inizierà a disintegrarsi generando tsunami di caos, i popoli dovranno difendere la vita e ricostruirla. Nel farlo, è probabile che adottino il tipo di costruzioni create dagli zapatisti. Questo è accaduto nelle lunghe transizioni dall’antichità al feudalesimo e dal feudalesimo al capitalismo. In mezzo al caos, i popoli sono soliti puntare su principi di ordine, come fanno alcune comunità indigene dei giorni nostri.

 

Qualcosa di tutto questo sta già accadendo. Alcune famiglie priístas (del PRI Partito Rivoluzionario Istituzionale messicano, ndt) ricorrono ai presìdi sanitari dei caracoles e altre cercano attraverso le juntas del buen governo una soluzione giusta ai loro conflitti. Mai i popoli hanno aderito in massa alle alternative sistemiche. Un giorno è una famiglia a farlo, poi un’altra, e così via. Stiamo andando verso un mondo nuovo, in mezzo al dolore e alla distruzione.

 

 

 

fonte: la Jornada

 

titolo originale: Caos sistémico y transiciones en curso

 

traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

L’adesione di Raul Zibechi alla campagna di Comune-info

 

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo libro, Descolonizar. Il pensamiento critico y las practicas emancipatorias, sta per uscire in Colombia per le edizioni desde abajo. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

 

Uscire dall’economia

intervista a Serge Latouche | 22 settembre 2012 | 10 Commenti

 

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L’affermazione della decrescita non serve e non si propone di acquisire un potere, un po’ come l’esperienza zapatista. Anzi, costituisce un contropotere sociale. Prima di ogni altra cosa, la decrescita è una provocazione, un grido che contesta l’invenzione stessa dell’economia. L’economia, infatti, come la sua controfigura «green» o il lavoro salariato, esiste solo in un orizzonte di senso, quello del capitalismo. È una ragione di speranza in questi tempi? Sì, in alcune città della Grecia e della Spagna, a differenza di quanto accaduto in Argentina dieci anni fa, pezzi di società che subiscono l’austerità hanno cominciato a incontrare gruppi che sperimentano forme di decrescita. Per questo il potere, che teme il cambiamento profondo dice: «Siate seri, non è il momento di parlare di queste cose»

 

 

 

Cita il suo amico Cornelius Castoriadis e poi il subcomandante Marcos. Parla di fotocopiatrici, di Gruppi di acquisto solidale giapponesi e di un interessante documentario di Coline Serreau. Intervistare Serge Latouche è sempre un viaggio piacevole che percorre molti temi, con le sue risposte a volte in francese a volte in italiano. E se gli chiedi di ragionare di lavoro e di lavoratori, come abbiamo fatto noi, è piuttosto probabile che non userà francesismi: «Fare la cassiera in un supermercato è un lavoro di merda».

 

Considerando quanto sta avvenendo negli ultimi anni, quale rapporto esiste tra l’attuale struttura del potere e i processi della decrescita?

 

Su questi temi, cioè sulla relazione tra decrescita e Stato, e più in generale tra decrescita e politica, sono stati scritti molti articoli negli ultimi mesi, perché dentro il movimento della decrescita in Francia da tempo ci sono dibattiti su questi argomenti. Anch’io ho scritto un saggio che mi ha richiesto molto lavoro, perché confesso che su questo problema le mie idee non erano chiare. Certo ho scritto spesso sul ruolo dello Stato e sulla politica. Ma alcuni mi hanno accusato, soprattutto persone vicine alle culture e ai movimenti anarchici, di aspettare dallo Stato la realizzazione della decrescita. Allora ho capito che la cosa sbagliata che scrivevo era «la decrescita è un progetto politico». Penso che la formula non sia felice. La decrescita è un progetto sociale, non un progetto politico, Lenin aveva un progetto politico. Tutti quelli che hanno un progetto politico vogliono realizzarlo, per questo la tradizione rivoluzionaria, soprattutto in America latina, resta legata alla presa del potere.

 

Pensiamo a quando il subcomandante Marcos e le comunità zapastiste hanno preso San Cristóbal de las Casas, in Chapas, il 1° gennaio 1994: la prima cosa che hanno detto è stato: «Non vogliamo prendere il potere perché sappiamo che se prendiamo il potere saremo presi dal potere». Per questo penso che avere un progetto politico sia diverso dall’avere un progetto sociale. Un progetto di una società alternativa deve essere pensato concretamente in funzione del luogo, della cultura dove il movimento agisce, ma il problema è che ha a che fare anche con il potere. Naturalmente è una buona cosa, se alcuni nostri amici diventano deputati, ministri, consiglieri ma sappiamo bene che qualsiasi politico è sempre sottomesso alla pressione dei grandi poteri, non esiste un governo buono…

 

Per queste ragioni penso che non dobbiamo fare un partito politico per la decrescita e partecipare alle elezioni. In alcuni casi possiamo sostenere dall’esterno un certo programma, oppure un partito, ma il movimento deve essere sempre un contropotere, un gruppo di pressione anche con il più cattivo dei poteri. Perfino quando la pressione è forte possiamo ottenere qualcosa, come dimostra la vicenda dgli accordi di Cochabamba sull’acqua, ottenuti nonostante in Bolvia allora, nel 2000, ci fosse un potere quasi fascista. Quel potere fu costretto ad ascoltare la protesta che chiedeva la cancellazione del contratto con la multinazionale Bechtel. Una grande vittoria. Perciò la strategia deve essere quella dei piccoli passi avanti, anche quando il potere cambia, come nella stessa Bolivia in cui oggi è presidente Evo Morales: la pressione deve essere mantenuta anche contro Morales. Insomma, credo che i movimenti della decrescita oggi debbano mantenere questo spirito di contropotere di ispirazione gandhiana.

 

Non dico che tutti i partigiani della decrescita condividono questa visione, per esempio alcuni miei amici propongono di non votare più alle elezioni, io invece sono favorevole. Naturalmente sappiamo bene che dalle elezioni non uscirà mai un governo buono; se per caso ci fosse un governo di nostalgici diventerebbe subito un cattivo governo. Su questo punto ho cambiato idea nel tempo: prima condividevo l’idea del mio amico Cornelius Castoriadis, che aveva un progetto politico, la democrazia radicale, che lui credeva possibile costruire… Oggi, invece, credo che quello possa essere soltanto un orizzonte di senso, che non si realizzerà mai. Tuttavia, dobbiamo cercare di realizzarlo ogni giorno. Non possiamo aspettare il cambiamento o la democrazia radicale per agire: dobbiamo utilizzare tutti i mezzi e agire al livello più basso, più concreto, dove si possono fare le cose.

 

Hai conosciuto esperienze in giro per il mondo che consideri particolarmente valide come strategie per la decrescita?

 

Non esiste un’esperienza che si può etichettare come la vera esperienza della decrescita, della società frugale o della prosperità senza crescita. Quando ad esempio tre anni fa abbiamo incontrato quelli della Conai, la Confederazione delle comunità indigene dell’Ecuador, a Bilbao, abbiamo capito come la loro concezione del buen vivir è esattamente il progetto della decrescita, se pur in un contesto diverso e nonostante il coinvolgimento dei governi locali. In ogni caso penso che il progetto delle Transition town dell’amico Robert Hopkins, che ha partecipato con me alla Conferenza interazionale sulla decrescita di Venezia, sia l’esperienza che a livello locale realizza meglio ciò che per me corrisponde al progetto della decrescita: sviluppare la resilienza, ridurre l’impronta ecologica, ritrovare l’autonomia alimentare ed energetica. A un livello più limitato credo che il movimento dei Gruppi di acquisto solidale e il loro corrispondente giapponese, quello dei Teikei, che letteralmente significa «il cibo che ha la faccia del contadino», piuttosto che alcune esperienze della Rete francese delle imprese alternative e solidali, siano esperienze che vanno nella direzione del progetto della decrescita.

 

Se avessimo il potere e la capacità di suggerire delle strategie per la decrescita, cosa bisognerebbe fare tra le cose più urgenti?

 

Questo è un esercizio di politica virtuale, me lo hanno chiesto anche i verdi greci cosa fare adesso… Credo che la cosa più importante oggi sia cercare di realizzare il programma concettuale delle otto «R», rivalutare, ridefinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare, la cui priorità è sintetizzabile con la riduzione dell’impronta ecologica. Ma tra le prime cose da fare c’è la necessità di dare lavoro: per questo ho proposto un programma che poggia su tre piedi rilocalizzare, riconvertire e ridurre. Rilocalizzare l’attività produttiva significa demondializzare e questo implica avere i mezzi per farlo, tra cui l’autonomia finanziaria monetaria. Occorre pensare anche a una politica protezionista: il libero scambio è il protezionismo più forte dei predatori e allora dobbiamo fare un protezionismo dei deboli e progetti di conversione ecologica. La riconversione più importante è quella dell’agricoltura: dobbiamo uscire dall’agricoltura produttivista e sostenere un’agricoltura senza pesticidi e concimi chimici. Su questi temi vengono pubblicati sempre più libri e documentari interessanti.

 

Il film-documentario Maison du future, ad esempio, è stato pensato in Francia dopo un dibattito alla televisione, nel quale Josè Bovè contestava due esperti di agricoltura secondo i quali è impossibile nutrire il mondo senza Ogm, pesticidi e concimi chimici: gli autori hanno girato il mondo per raccontare esperienze alternative che dimostrano come l’agricoltura più produttiva, e non più produttivista, è quella contadina. Quel film sarà presentato in diversi paesi nei prossimi mesi, dall’India ai paesi latinoamericani. Un altro documentario molto interessante è Solutions locales pour un désordre global, di Coline Serreau, una regista francese molto brava, che ha messo insieme esempi di coltivazioni alternative dal Brasile all’India, dalla Francia all’Ucraina.

 

Il progetto delle otto «R» è piuttosto chiaro, ma molti continuano a temere che la decrescita sia soprattutto sinonimo di rinuncia, di ritorno al passato…

 

È importante far capire alle persone che non si tratta di rinunciare alla lavatrice ma di avere una buona lavatrice, che non siamo obbligati a buttarla ogni due anni per comprarne una nuova, perché subito qualcosa non funziona più. La stessa cosa con il computer. Quelli nuovi sono più veloci? Allora si devono progettare e diffondere, come si faceva all’inizio, computer modificati ai quali aggiungere qualcosa per farli progredire. Un’esperienza importante di questo tipo è quella della Rank Xerox, con le sue fotocopiatrici pensate come dei moduli che si possono prendere e rinnovare. La Rank Xerox oggi vende più servizi di fotocopiatura e meno fotocopiatrici, di cui si prende cura nel tempo. Gettare oggetti pensati per durare poco è un’assurdità, io ho già buttato tre computer. È uno spreco di risorse incredibile. Si può concepire un computer che si può migliorare, che si può riparare e alla fine si può riciclare. Questo discorso vale per tutti i nostri strumenti, è la dimostrazione che si deve ancora sviluppare, si deve pensare la struttura produttiva del futuro meno come industria pesante è più come insieme di piccole imprese, ma anche singli artigiani che lavorano per il riciclo e riuso, per le riparazioni.

 

Agricoltura, riuso e riciclo, sostenibilità… Alcuni dicono che sono pezzi di un processo, quella della green economy, con il quale il capitalismo si trasforma per sopravvivere. Quali pericoli vedi nella green economy?

 

Non uso mai l’espressione green economy perché resta nell’orizzonte del capitalismo e questo è un problema. Ho molti amici che non hanno capito oppure non condividono il mio punto di vista quando dico «si deve uscire dall’economia». Il problema è la parola «economia», vale a dire il capitalismo, verde va bene ma economia no, al massimo potremmo dire «vogliamo una società verde». Naturalmente questo significa che si deve ancora produrre e consumare ma non più nella logica economica, utilitarista e quantitativa. È un discorso complesso e difficile da far capire, per questo molto spesso lo lascio dire ai miei amici nel parlare di altra economia, lo accetto come un compromesso. Ma in fondo tutto il mio lavoro, la mia ricerca, il mio pensiero, comincia dal contestare l’invenzione dell’economia, un’invenzione teorica, storica e semantica, dalla quale dobbiamo uscire. Il progetto della decrescita implica l’uscita dall’economia. Allora il discorso dell’economia verde è effettivamente ambiguo: se produciamo pannelli solari a livello industriale, inquinando, come avviene in alcuni casi, siamo di fronte al green business, e questo non può far parte della nostra ricerca.

 

A proposito di nuova ricerca: c’è il tema del lavoro che sembra ancora poco esplorato. Abbiamo la sensazione che serva una critica più profonda del concetto di lavoro che è stato finora il volano dello sviluppo, cioè del capitalismo. Cosa ne pensi? Come si organizza il lavoro in una fase di transizione come quella attuale?

 

La riduzione degli orari di lavoro, che è nel progetto della decrescita, è anche un compromesso, una misura transitoria. È un compromesso che può aiutarci ad affontare il problema della disoccupazione, cioè una prima soluzione è lavorare meno per lavorare tutti. Questo è un punto sul quale non dobbiamo transigere. Ma è importante ridurre gli orari di lavoro anche perché l’obiettivo, l’orizzonte di senso, resta la democrazia diretta. Che si nutre anche di trasformazione del lavoro, propone, come obiettivo di lungo periodo, di abolire il lavoro salariato. Insomma, non si può più riprendere il discorso della nobiltà del lavoro quando si fa un lavoro di merda alla cassa di un supermercato… Dobbiamo smettere di pensare a creare posti di lavoro qualsiasi. Dobbiamo prima di tutto mettere al centro il valore dell’autonomia e per questo la forma cooperativa è un orizzonte di senso, è qualcosa che aiuta. Ma anche in questo caso dobbiamo essere consapevoli dei limiti. Lo dimostra pure una mia piccola esperienza: abbiamo voluto fare una cooperativa, una casa editrice sotto forma di cooperativa, ma ho capito subito che sarebbe stato molto difficile, che non poteva funzionare, perché non tutte le persone vogliono essere cooperatori, ci sono alcuni che preferiscono avere il salario, avere un orario di lavoro e basta. Si può capire. Si deve rispettare questo. E allora il problema è che nell’ingranaggio di una società salariale non per tutti è importante la cooperativa. Di certo, resta importante oggi reinventare il lavoro in settori come l’agricoltura biologica e il riciclo e riuso, esistono già esperienze importanti ma restano una nicchia.

 

La crisi è sufficiente per favorire nuovi stili di vita? Un esempio: quando è scoppiata la crisi in Argentina, dieci anni fa, si sono diffusi i mercati del trueque, cioè il baratto, insieme ad alcune esperienze di moneta locale e alle fabbriche recuperate, ma quando è ripresa la crescita quei mercati e quelle monete sono stati spazzati via…

 

Non conosco bene quanto accaduto in Argentina, ma è evidente che in quel caso l’uso per un certo periodo di monete complementari o alternative, quasi su scala nazionale, è stato possibile perché la crisi aveva toccato la borghesia, la piccola borghesia. Quando la moneta nazionale è tornata come prima, quell”esperienza è terminata. Nel frattempo gli operai che si erano impossessati di alcune imprese hanno continuato a lavorare in quel modo. Non solo non potevano più tornare indietro, ma speravano in una trasformazione sociale profonda. Ora sembra che in Grecia sia diverso: c’è infatti un incontro tra coloro che subiscono l’austerità e coloro che hanno avviato progetti di decrescita. Qualcosa di simile accade anche in alcune città della Spagna. Allora dobbiamo essere coscienti che la crisi è al tempo stesso un disastro, perché può favorire forme di vero fascismo, ma anche un’opportunità. In Francia, ad esempio, la politica ha totalmente cancellato qualsiasi progetto di alternativa e qualsiasi dibatitto sulla decrescita. «Siate seri, siamo in crisi», dicono, «non è il momento di parlare di queste cose». Un bel modo per rendere invisibile un desiderio diverso di cambiamento.

 

 

 

L’ultimo libro di Serge Latouche è Limite (Bollati Boringhieri, 2012). Quello che più mette in discussione la scienza economica in una prospettiva storico-filosofica è L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, 2010). Asterios invece ha da poco pubblicato alcuni scritti di Cornelius Castoriadis, La fine della filosofia.

 

Per un approfondimento sul tema «città e decrescita», qui solo sfiorato, suggeriamo la lettura di un’altra conversazione con Latouche: La città inedita.

 

Per ragionare invece di critica alla crescita in termini molto concreti e con una buona dose di fantasia consigliamo la lettura di Io ho un chiodo, il regalo di Ascanio Celestino per la nascita di Comune-info.

 

Infine, per conoscere meglio Solutions locales pour un désordre global segnaliamo il sito dedicato al film: solutionslocales-lefilm.com.

 

L’intervista è stata realizzata da Riccardo Troisi, Alberto Castagnola, Adriana Goni Mazzitelli e Cesare Budoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tags:crisi, Decrescita, economia, lavoro, primo piano

 

 

 

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10 Risposte a “Uscire dall’economia”

 

Rispondi

Barbara20 dicembre 2012 at 20:32 #

durante il fascismo l’acqua non era privatizzata. In Italia le prime liberalizzazioni avvennero con la legge Galli del 1994. All’epoca c’erano i tanto amati tecnici Ciampi-Amato in quota centro sinistra (quelli tanto affezionai ai beni comuni….per svenderli)

http://www.officinah2o.it/cronaca/dalla-legge-galli-ai-giorni-nostri/

 

 

Rispondi

Julissa1 marzo 2017 at 10:59 #

And I am STILL in no way over this shirt, I don’t care that it’s almost velvet Imma be wearing it all summer! Love Marlena in that t-shirt you sent her. Now I really need to send you a care paek;gc!!&lta3<3<3

 

 “USCIRE DALL’ECONOMIA”; INTERVISTA A SERGE LATOUCHE – 18 dicembre 2012

 

[…] Prima di ogni altra cosa, la decrescita è una provocazione, un grido che contesta l’invenzione stessa dell’economia. L’economia, infatti, come la sua controfigura «green» o il lavoro salariato, esiste solo in un orizzonte di senso, quello del capitalismo. È una ragione di speranza in questi tempi? Sì, in alcune città della Grecia e della Spagna, a differenza di quanto accaduto in Argentina dieci anni fa,    pezzi di società che subiscono l’austerità hanno cominciato a incontrare gruppi che sperimentano forme di decrescita. Per questo il potere, che teme il cambiamento profondo dice: «Siate seri, non è il momento di parlare di queste cose»Così inizia un articolo scritto da Serge Latouche …. […]

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Come misuriamo la ricchezza? Attraverso il denaro, le persone più ricche sono quelle che accumulano più denaro, sembra ovvio. E invece non lo è. John Holloway ci ricorda che sotto l’apparente solidità del denaro c’è un liquido che bolle: é la nostra ricchezza – quella prodotta dal nostro fare, dalla nostra attività creativa – che lotta contro la sua astrazione-negazione in forma di merce. L’esito della lotta non è scontato. Ciò che esiste nella forma di un’altra cosa, ciò che esiste malgrado sia negato, è il lato nascosto di ciò che lo nega, è la sua crisi. La possibilità di un cambiamento radicale, profondo, sorge dal basso, da ciò che è nascosto, latente. Il capitalismo lotta continuamente per trovare una più profonda subordinazione della vita alla sua necessità di dominare ed espandersi. La sua dominazione, tuttavia, è inconcepibile senza la resistenza. Il signore dipende dai suoi sudditi. Ed è in questa dipendenza che si trova la chiave per comprendere la crisi del suo dominio. Il nostro “mettere in comune” è il movimento della crisi

 

AD1

 

di John Holloway

 

Dev’essere un verbo, o no? Un sostantivo non può esprimere il tipo di società che vogliamo. Un organizzare sociale che si autodetermina non può essere contenuto in un sostantivo. La nozione di comunismo come sostantivo è priva di senso e pericolosamente autocontraddittoria. Un sostantivo suggerisce un qualcosa di fisso che sarebbe incompatibile con la costante autocreazione collettiva. Un sostantivo esclude il soggetto attivo, mentre la ragione di essere del mondo che vogliamo è che il soggetto sociale attivo stia al centro.

 

La nostra è la rivolta dei verbi contro i sostantivi. È la rivolta dell’essere capaci di contro il potere. Il movimento dell’autodeterminazione (o del mettere in comune [1]) contro la determinazione alienata difficilmente potrebbe esistere in  un’altra maniera. La determinazione alienata è la reclusione delle nostre vite dentro coagulazioni, transenne, regolamenti, frontiere, consuetudini. In altre parole, dentro forme sociali, che sono i modelli nei quali si irrigidisce l’azione umana.

 

Marx ha dedicato la sua opera alla critica di quelle forme. La sfida viene avanzata nella prima frase del Capitale, quella che ci dice che: “La ricchezza delle società nelle quali regna il modo di produzione capitalista si presenta come una ‘immensa accumulazione di merci’”. Nei Grundrisse, Marx spiega:”Che cos’è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, etc.(…)? (Cos’è se non) l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane in quanto tali”. Si presenta in questa maniera perché è quella la forma sociale nella quale (la ricchezza, ndt) esiste. La forza umana della creazione, potenzialmente illimitata, è imprigionata nei limiti della forma merce. Un orrore assoluto, un incubo totale, un presente catastrofico che minaccia di condurci verso una completa autodistruzione. Com’è accaduto? Che significa? Come possiamo rompere queste forme sociali?

 

Ciò che va sottolineato non sono solo le forme (merce, valore, denaro, rendita, leggi, Stato e altre) della critica di Marx nel Capitale, ma il completo congelamento delle relazioni umane che costituiscono quelle forme. Non si tratta solo di criticare le forme sociali capitaliste, ma di comprendere che le forme sociali in quanto tali sono capitaliste: un’idea che è insieme vertiginosa e stimolante. Oppure, per tornare alla nostra formulazione precedente, il problema non è un certo tipo di sostantivo ma sono i sostantivi in sé, l’imprigionamento dei verbi dentro strutture rigide o chiuse.

 

Il sostantivo è strettamente legato al congelamento dell’identità, mentre il verbo indica una non-identità, un superamento degli argini dell’identità, una rottura che va oltre, lo stesso movimento dell’antiidentità: un’antiidentificazione che può essere compresa solo come un movimento sovversivo e costante contro l’identità nella quale si trova intrappolata (e noi con lei). Lasciamo, dunque, che il sostantivo esprima l’identità e il verbo il movimento dell’antiidentità. L’identità è la separazione reale, ma ingannevole, della costituzione e dell’esistenza, mentre è evidente che l’azione di mettere in comune può significare solo il superamento di questa separazione. L’amore come passione e non come abitudine.

 

Il mettere in comune è il movimento contro ciò che si interpone nel cammino verso l’autodeterminazione sociale delle nostre vite. Gli ostacoli che dobbiamo affrontare non sono solo la nostra separazione dai mezzi di produzione, ma tutte quelle forme sociali che proclamano la loro identità, che negano la loro esistenza come forme e dicono semplicemente: siamo. Il denaro, per esempio, dice: “Io sono quel che sono”, pura identificazione atemporale. Non dice: sono una forma delle relazioni sociali, il congelamento del modo in cui le persone si mettono in relazione le une con le altre in un certo, specifico contesto sociale. Il denaro non ci dice: sono un prodotto umano e posso, pertanto, essere abolito da chi mi ha creato. Tutto il contrario: la forza del denaro dipende dalla negazione di ciò che lo produce e lo riproduce. Il potere del denaro si basa sulla separazione della sua esistenza dalla sua costituzione, dalla sua genesi. La stessa cosa accade, come per il denaro, con altri concetti come moglie, tavolo, Stato, merce, Italia, uomo, pranzo e altri ancora. Tutti si presentano come pompose, mendaci, autosufficienti identità, come esistenze liberate dal loro momento costitutivo, come sostantivi che hanno lasciato indietro i verbi che li hanno creati. Devono essere tutti disciolti. L’azione del mettere in comune è il movimento del loro scioglimento, è la liberazione del nostro fare, la riappropriazione del mondo. Per liberare il nostro fare culinario dobbiamo pensare al cibo dal punto di vista dell’attività di cucinare, dobbiamo riunire l’esistenza di un pasto con la sua costituzione, dobbiamo emancipare il verbo dal sostantivo che ha creato. E come con gli alimenti, dobbiamo fare lo stesso con Italia, uomo, merce, Stato, tavolo, moglie, denaro.

 

Questa critica, pertanto, è genetica, diretta a recuperare la genesi di queste forme che negano le loro origini. Dietro ciò che esiste, cerca il processo che lo costituisce, che ha dato origine alla sua esistenza. Fondamentalmente, la critica domanda anche: cosa succede nel suo processo di costituzione che dà luogo a un’esistenza che nega la propria origine? Cosa accade con i nostri verbi che danno origine a sostantivi che li fagocitano? Che succede con il nostro fare che crea un fatto che lo nega? Non è sufficiente, allora, capire che tanto il denaro come l’uomo, la moglie, la merce, lo Stato, la tavola, l’Italia sono prodotti umani. Dobbiamo andare alla radice per comprendere cosa succede con il nostro fare che genera queste mostruosità, questi figli che negano i padri.

 

Che accade col nostro fare? La risposta di Marx è chiara. Nella società capitalista il nostro fare è autoantagonista. Ha un carattere duplice: da una parte quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, dall’altra il lavoro astratto. “L’economia politica gira intorno a questo punto”, dice. Se vogliamo capire come sia possibile che una nostra attività produca una società che la nega, dobbiamo dirigere il nostro sguardo verso la duplice natura di questa attività.

 

Il lavoro concreto è semplicemente lavoro che produce la ricchezza in tutte le sue varietà: fabbricare un’automobile, scrivere un articolo, cucinare un pasto, pulire le strade. Qui non c’è nulla che conduca a una separazione tra costituzione ed esistenza. Costruisco un tavolo, lo uso oppure lo consegno a qualcuno che lo utilizzerà: la sua esistenza come tavolo parla direttamente della mia azione di averlo fatto. Ci sono un fare e una cosa fatta, e non c’è separazione tra loro.

 

Il lavoro astratto è la medesima attività, però vista adesso dalla prospettiva della produzione di merci. Costruisco un tavolo, e ciò che importa ora non sono le sue specifiche caratteristiche o la mia relazione con esso, ma il suo valore o il suo prezzo di mercato. Il tavolo, come merce, è “un oggetto esterno” che non ci riconosce. In quanto merce, è qualcosa che si vende e si compra, che si misura nei termini della relazione quantitativa che stabilisce con altri prodotti, generalmente espressa dal denaro. Nel mondo delle merci, ciò che conta è la quantità di valore prodotto, non il suo contenuto in termini di automobili, articoli, pasti o strade pulite. Si tratta di un’astrazione delle qualità specifiche dei lavori concreti: ora essi contano solo come quantità di lavoro astratto. Si opera così un’astrazione dell’atto del produrre: tutto ciò che conta è la quantità del valore prodotto.

 

Il lavoro astratto crea un mondo di cose, un mondo di esistenze separate dalla loro costituzione, un mondo di identità che proclamano: siamo, un mondo di sostantivi indifferenti ai verbi che li hanno fatti esistere, un mondo di feticci (come li chiamò Marx). Il lavoro astratto è dinamico, è mosso dalla ricerca del valore, del profitto, ma presenta le sue creazioni come cose indipendenti dall’atto della loro creazione. In altri termini, la trasformazione della nostra attività (del nostro fare, del nostro lavoro concreto) in lavoro astratto è ciò che conduce al congelamento o alla coagulazione delle relazioni sociali in forme sociali. Possiamo pensare al lavoro astratto come a una forma sociale, vale a dire, come alla forma in cui esiste il lavoro concreto; tuttavia essa è una forma speciale, è la forma centrale che genera tutte le altre forme. È il lavoro astratto ciò che mantiene intrappolati il potenziale e la creatività senza limite del lavoro concreto, cioè, del fare umano. È pertanto il lavoro astratto la chiave per comprendere tutte le altre forme di chiusura o dominio.

 

La ricchezza esiste nella forma di una immensa accumulazione di merci, il lavoro concreto (o fare umano) nella forma del lavoro astratto. Il fare umano (lavoro concreto) produce ricchezza, il lavoro astratto produce merci. In entrambi i casi, l’attività (tanto il fare come il lavoro astratto) è inevitabilmente sociale. In qualsiasi società (compresa quella attuale) esiste una convergenza delle differenti attività, un fattore agglutinante dei diversi soggetti attivi, una qualche forma di socialità, di “comunalità”, un qualche tipo di comunanza tra coloro che fanno, una qualche forma del mettere in comune. La ricchezza esiste in tutte le società, però attualmente essa esiste nella forma dell’accumulazione di merci; il fare umano esiste in qualunque società, ma in quella attuale si presenta in forma di lavoro astratto. Allo stesso modo, possiamo dire che l’azione del mettere in comune o la coesione sociale esistono in qualsiasi società, ma sotto il capitalismo si presentano in modo peculiare. Esiste una più intensa ed estesa integrazione dei fare di prima, ma questa intensa integrazione sociale non è accompagnata da una determinazione sociale di ciò che viene prodotto. Essa resta soggetta, in primo luogo, alla determinazione privata dei padroni del capitale. Quella determinazione esclusiva dei padroni del capitale è soggetta, a sua volta, alla determinazione sociale del denaro (cioè del valore): una determinazione che non è soggetta ad alcun controllo cosciente.

 

L’azione del mettere in comune, allo stesso modo che la ricchezza, così come il fare o il lavoro concreto, esiste come un substrato nascosto di una forma sociale che nega la sua esistenza. Abbiamo dunque un’indissolubile trinità: la ricchezza, il fare e il mettere in comune, che esiste nella forma di una controtrinità, ugualmente indissolubile: le merci, il lavoro astratto e il capitalismo. Tutti gli sguardi si dirigono ora verso questa “esistenza in forma di” oppure verso il “si presenta come”. Quando diciamo – con Marx – che nella società attuale la ricchezza “si presenta come un’immensa accumulazione di merci” è chiaro che non si tratta di una mera illusione, non è una falsa apparenza. Se la ricchezza appare in questo modo, è perché esiste realmente sotto questa forma. Deve essere chiaro, però, anche che l’espressione non indica una semplice identità: non stiamo sostenendo che nella società capitalista la ricchezza sia un’immensa accumulazione di merci, o che il lavoro concreto sia lavoro astratto, o che l’azione del mettere in comune sia il capitalismo. Stiamo parlando, chiaramente, di due cose che non sono identiche ma si presentano come identiche. In questo modo, qui ci troviamo di fronte a una tensione, però, qual è la natura di questa tensione? È la tensione della dominazione. Se qualcosa esiste nella forma di un’altra cosa, allora è ovvio che quel qualcosa è soggetto a quella forma. Se la ricchezza esiste sotto la forma di merce, è la merce che domina, così come il lavoro astratto domina quello concreto e il capitalismo domina ciò che è messo in comune[2].

 

Questa dominazione è una negazione. Dunque, se la ricchezza esiste nella forma dell’accumulazione delle merci, in effetti, la merce proclama: sono la sola ricchezza, e questa è una ricchezza, in generale, misurata nella forma-denaro della merce. Sappiamo questo dalla nostra esperienza quotidiana: la ricchezza viene misurata in denaro. La lista delle cinquecento persone più ricche del mondo, per esempio, assume il fatto che la ricchezza sia uguale all’accumulazione di denaro: non provano a misurare la ricchezza nei termini della sapienza della gente o delle sue relazioni affettive o dell’entusiasmo per quello che fanno. La ricchezza sparisce dalla vista e la merce-ricchezza occupa il suo posto. Questo, che esiste sotto forma di un’altra cosa, esiste “nel modo di essere negata” prendendo in prestito la classica frase di Richard Gunn.

 

Il fatto che qualcosa esista come la negazione di se stesso non significa che abbia cessato di esistere. Al contrario, inevitabilmente, lotta contro la sua stessa negazione. La dominazione è inconcepibile senza resistenza. Lo stesso fatto che pensiamo alla rivolta significa che la dominazione non è totale. La tensione è un antagonismo tra il contenuto e la forma, tra ciò che viene negato e quello che lo nega.

 

Si tratta di un antagonismo tra verbi, non tra sostantivi: una lotta attiva. Se la dominazione trova resistenza (come accade sempre), è una dominazione attiva: è sempre una lotta aperta il cui esito finale non è mai scontato. Di più, il fatto che non possa mai rimanere tranquilla è una caratteristica specifica della dominazione sotto il capitalismo. Il fatto che il valore sia determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una merce comporta che l’arricchimento della capacità umana di produrre sia trasformato in una intensificazione del lavoro astratto, un’accelerazione moltiplicata all’ennesima potenza. La dominazione non può permettersi il lusso della quiete di un sostantivo: può solo essere un dominare che lotta costantemente per trovare una più profonda subordinazione della vita al suo proposito di autoespandersi. E se dominare è un verbo, allora, lo sono chiaramente anche resistere e ribellarsi. Le forme delle relazioni sociali devono essere intese come forme-processi, processi di formazione e non come un fatto stabilito. Allora, denaro come monetizzare, Stato come statalizzare, merce come mercificare, essere umano come umanizzare, Italia come italianizzare, e così via. Tutti i sostantivi occultano lotte feroci, scontri quotidiani e, spesso, sanguinosi.

 

L’accumulazione primitiva, costituzione ed esistenza

 

È questa una questione chiave per la teoria e la pratica marxiste. Lo si può vedere nel dibattito sull’accumulazione primitiva. Nell’interpretazione tradizionale, l’accumulazione primitiva fa riferimento al periodo delle lotte che danno luogo all’instaurazione delle relazioni sociali capitaliste, una fase storica seguita da una continua normalità capitalista. In questa interpretazione c’è una chiara separazione tra la costituzione e l’esistenza. L’accumulazione primitiva qui si riferisce al momento della costituzione delle forme delle relazioni sociali (valore, Stato, capitale e le altre), seguito da un periodo in cui queste forme acquisiscono relativa stabilità. Se fosse così, allora, queste forme potrebbero essere intese come sostantivi: sostantivi con una limitata vita storica, ma sostantivi, comunque, con un certo grado di stabilità fintanto che il capitalismo sopravvive.

 

Marx esprime graficamente questa posizione tradizionale nei Grundrisse: “Le condizioni, dunque, che precedevano la creazione del pluscapitale I, o quelle che esprimevano la formazione del capitale, non rientrano quindi nella sfera del modo di produzione a cui il capitale serve da presupposto; esse stanno alle sue spalle come livelli storici preliminari, allo stesso modo in cui i processi attraverso i quali la Terra è passata dallo stato fluido di mare di fuoco e di vapori alla sua forma attuale, si collocano in una fase che precede la sua vita di Terra formata”. La costituzione è chiaramente separata dall’esistenza. Tuttavia, quelli di noi che vivono nei pressi di vulcani fumanti (nel mio caso, a 40 chilometri dal Popocatépetl) sanno che la transizione geologica di un mare liquido di fuoco allo stato di terra solida non è tanto chiara come suggeriva Marx: noi abbiamo il fermo sospetto che questo sia ancora più certo nel caso delle relazioni sociali. Sotto l’apparente solidità del denaro, c’è un agitato liquido che bolle. Non può darsi per assodato che il denaro sia una forma delle relazioni sociali universalmente rispettata: in quale altro modo potremmo considerare la grande quantità di energia dedicata alla sua realizzazione? Il denaro – come lo Stato, la donna, l’Argentina, il Messico, la rendita – è continuamente messo in discussione, costantemente contrastato: l’esistenza di tutte queste relazioni sociali dipende dalla loro permanente ricostituzione. Sebbene ci possano essere delle differenze significative in funzione del tempo e del luogo, Marx ha sbagliato ad indicare una separazione tanto radicale tra costituzione ed esistenza.

 

La forma capitalista delle relazioni sociali, questo irrigidimento o congelamento delle interazioni sociali in modelli stabiliti, è dunque un processo, un verbo, un’azione del congelare o formare il fare umano che trova sempre una opposizione. La genesi non si riferisce solo al passato ma a un processo costante del generare e rigenerare le forme sociali; la critica genetica non è solo il portare alla luce il passato ma anche il presente. Se la ricchezza esiste nella forma di una accumulazione di merci, vuol dire che c’è una permanente mercificazione della ricchezza della creazione umana, e che questa attività di mercificare incontra una resistenza: la spinta costante della creazione umana contro la mercificazione e il suo incessante superamento degli argini. In altre parole, se la ricchezza esiste nella forma dell’accumulazione di merci, questo inevitabilmente comporta il fatto che non esista solo in quella forma ma anche contro-e-oltre l’accumulazione di merci. Non esiste al di fuori dell’accumulazione di merci, come qualcosa di intoccabile: questa idea potrebbe condurci a un essenzialismo astorico di scarsa utilità. Non galleggia nell’aria: è lotta viva e quotidiana.

 

La ricchezza della nostra attività è contenuta nella forma merce ma lotta anche contro di essa e, almeno in modo sporadico, rompe come un vulcano la forma merce stabilendo altri modi di interazione. In effetti, entrambi i lati dell’antagonismo si costituiscono grazie all’antagonismo: è evidente che l’accumulazione di merci si costituisce attraverso la lotta per mercificare la ricchezza, ma anche il contrario è certo: la ricchezza viene costituita grazie alla lotta contro-e-oltre la forma merce. E quello che è certo per la ricchezza, lo è anche per il lavoro concreto e per la comunalità o comunitarietà: non solo sono imprigionate nelle loro forme capitaliste ma spingono contro-e-oltre esse.

 

Possiamo fare un passo in più. Ciò che esiste nella forma di un’altra cosa, ciò che esiste “nel modo di essere negato” è il substrato occulto di quello che lo nega, e pertanto la sua crisi. Quel che appare in superficie: merci, lavoro astratto, capitalismo, non è nulla senza ciò che lo nega, vale a dire, ricchezza, lavoro concreto, comunalità. Il signore dipende dai suoi servi, sempre. È una dipendenza mutua, però la relazione è altamente asimmetrica. Senza i suoi servi il signore non è nulla, è incapace di farsi da mangiare o di prepararsi il letto, mentre il servo, grazie al suo lavoro concreto, è potenzialmente tutto, come hanno segnalato Hegel e La Bóetie, tra gli altri. Il potere, il sostantivo, è visibile ma dipende da  un invisibile essere capaci di. La possibilità di un cambiamento radicale sorge dal basso, da ciò che sta nascosto, da ciò che è latente, da quello da cui il potere dipende. È in questa dipendenza che si trova la chiave per comprendere la crisi del dominio. La teoria di Marx sulla tendenza alla caduta del saggio di profitto è un tentativo per comprendere come la dipendenza capitalista dal lavoro (dalla trasformazione dell’attività umana in lavoro) si manifesti a sé stessa come la tendenza alla caduta del saggio di profitto. Il latente è la crisi dell’apparente, il verbo è la crisi del sostantivo.

 

Siamo la crisi del capitale

 

Basta!, dunque, con l’idea assurda e degradante che i colpevoli della crisi siano i capitalisti! Siamo noi la crisi del capitale. Noi che non solo siamo invisibili ma latenti, la latenza di un altro mondo. Noi che siamo i verbi che i sostantivi sono incapaci di contenere. Noi, il cui fare concreto non entra nel lavoro astratto, la cui ricchezza deborda l’immensa accumulazione delle merci, noi, con la nostra comunalità che irrompe attraverso la falsa comunità di individui e cittadini. Noi, quelli che non saremo contenuti, siamo il substrato vulcanico sul quale tutto l’edificio del potere è costruito in modo tanto fittizio. Noi, che ci riappropriamo della terra semplicemente perché è nostra.

 

Il mettere in comune è il movimento della crisi. La crisi è più visibile con la caduta del saggio di profitto, con la caduta del tasso di crescita, con la crescente disoccupazione; sotto queste manifestazioni giace l’incapacità da parte del capitale di subordinare completamente il lavoro umano alla logica della sua dinamica. Sotto le statistiche ci sono eruzioni vulcaniche di insubordinazione, c’è la moltiplicazione dei No, il superamento degli argini di questi No in “No, noi non lo accettiamo, vogliamo fare le cose in un modo diverso, nel modo che decidiamo noi”. Il parco Navarino, nel centro di Atene, dove la gente ha abbattuto le pareti di un parcheggio per creare un parco comunitario, un luogo per giocare con i bambini, coltivare vegetali e ascoltare musica, un luogo per chiacchierare e fare la rivoluzione. Gran parte dello Stato del Chiapas, dove le segnalazioni stradali proclamano: “Fuori il malgoverno, qui comanda il popolo”. Le fabbriche recuperate in Argentina, dove i lavoratori hanno mostrato che c’è vita senza i padroni: Abahlali BaseMjondolo, il movimento degli abitanti delle baracche di Durban (Sudafrica) che sta creando un comunismo vivente nei suoi insediamenti. E altri ancora, ancora altri, altri ancora. Abbiamo tutti esempi da fornire, possiamo riempire pagine e pagine con la loro elencazione.

 

I (molti e diversi esempi di, ndt) mettere in comune[3], grandi e piccoli, spesso tanto piccoli da essere invisibili perfino per i loro protagonisti, eppure cruciali perché la crisi, probabilmente, non potrebbe essere spiegata in termini di resistenza aperta ma può certamente essere compresa come il risultato di un effetto combinato tra l’insubordinazione aperta e una costante onnipresente non subordinazione,  un costante e onnipresente rifiuto di sottomettere le nostre vite nella loro totalità alle sempre più intense esigenze della produzione capitalista.  I (molti esempi di azioni del, ndt) mettere in comune di molti tipi differenti, tutti sperimentali, colmi dell’attiva fragilità dei verbi, tutti contraddittori, con un piede intrappolato nel fango immondo del capitalismo mentre si tenta di raggiungere qualcosa in più, un fare differente, una ricchezza differente, un diverso camminare insieme.

 

Mettere in comune, quindi, non solo come verbo ma anche al plurale: “comunizares” (le molte e diverse esperienze di “mettere in comune”, ndt). Un flusso di mille ruscelli mormoranti e di torrenti silenziosi, che vanno insieme e poi si separano ancora, scorrendo insieme verso un oceano potenziale. Non c’è spazio, qui, per l’istituzionalizzazione, nemmeno per quella informale. L’istituzionalizzazione è sempre un tentativo di bloccare il flusso, di separare l’esistenza dalla costituzione (non è questo il significato di istituzionalizzazione?), per sottomettere il presente al passato, per rendere quieto il flusso del fare, mentre l’azione di mettere in comune è l’opposto: è l’impulso di liberarci dalla determinazione del passato, di raggiungere un’articolazione esplicita all’unità della costituzione e dell’esistenza. Non si tratta del comunismo-nel-futuro ma di una molteplicità di “mettere in comune”, qui e ora.

 

Questo significa che non ci può essere una rottura radicale del capitalismo? Naturalmente, no. Dobbiamo rompere la dinamica del capitale, ma il modo di farlo non è quello di proiettare il comunismo nel futuro ma riconoscere, creare, espandere e moltiplicare i mettere in comune (o le crepe nel tessuto della dominazione capitalista) e incoraggiare la loro confluenza. È difficile per me immaginare il superamento del capitalismo se non attraverso la confluenza di questi mettere in comune, in un torrente che escluda il capitale come forma di organizzazione e lasci senza effetto la sua violenza. Allora, forse potremmo pensare che sia finita la traversata e che siamo giunti a casa, ma il luogo in cui siamo giunti non può essere un comunismo, ma un costante mettere in comune in un clima più favorevole (di fatto, la casa non è mai il sostantivo che i bambini immaginano ma una ricreazione costante di quelli che ne fanno parte). Il mettere in comune è, semplicemente, la riappropriazione di un mondo che è nostro, o ancora meglio, la creazione di un mondo che è nostro, nel quale articoliamo praticamente l’unità del fare e ciò che viene fatto, della costituzione e dell’esistenza, la comunalità dei nostri fare.

 

 

“Comunizar” nella versione pubblicata da http://www.herramienta.org

 

in Argentina. Abbiamo preferito “mettere in comune” a una ipotetica traduzione letterale, “comunizzare”, perché essa ci sembrava richiamare posizioni assai lontane dal corpo espresso nel suo complesso in questo scritto e per evitare il rischio di una certa cacofonia connessa alle troppe distorsioni di parole derivanti dalla radice “comune” ndt.[1]

Lettera agli amici – Buona giornata!

 

Lo scrittore scrive sulla carta, l’educatore sugli animi delle persone. (Karl Popper)

 

Torino, 10 ottobre 2017

 

Carissimi,

 

oggi su “La Stampa” di Cuneo tra le lettere dei lettori ho letto il bell’intervento di Murialdo, famoso e grande fotografo dell’albese. Ha un caratteristico studio/negozio nel centro di Alba. E’ molto intelligente, sensibile. Nell’articolo parte da un caso, e giornalisticamente bisogna fare in questo modo, però è chiaro che è una critica all’Italia, ai nostri politici e aggiungo che siamo anche noi che con la globalizzazione non ci rendiamo conto che siamo tutti sulla stessa barca con la differenza che c’è chi non ha la barca e chi ha un motoscafo.

Sono l’ultima ruota del carro, ed è giusto che sia così, il piemontese è molto parsimonioso, ha paura di perdere la terra sotto i piedi. Mia mamma me lo diceva oltre quarant’anni fa. Hanno paura di mettersi in gioco e soprattutto di mettersi insieme perché l’altro può guadagnare di più. Nella globalizzazione siamo costretti a mettersi insieme altrimenti “ci spendiamo tutto”. E la generazione nata negli anni novanta, che possono essere i miei figli cerca di unirsi, trovare strade nuove e noi non dobbiamo fare altro che stimolarli ed accompagnarli nella loro “crescita individuale”.

Bruno è bravissimo come tanti ma non mi ha mai considerato fino a mettersi davanti a me per fotografare ed voleva sempre essere il primo a salutare i politici. Il mondo è fatto “cosi”, c’è chi scende e chi sale e scendere si fa in fretta e non dare mai nulla per scontato perché a distanza di pochissimi giorni da dieci anni ti si cambia la vita.

 

 

I deboli come Rosina nel mirino della legge

 

Come si può non provare vergogna di vivere in un Paese così cieco e insensibile verso i bisogni dei più deboli. Ogni giorno ci imbattiamo in prepotenze da Paese dittatoriale o peggio da Paese del Medioevo dove vige la legge dell’arbitrio. Una delle ultime ingiustizie perpetrate dall’analfabetismo morale è quello sulla povera Rosina di 95 anni, rimasta senza casa per colpa del terremoto. Questa vecchietta si è vista sfrattare dalla sua

casetta in legno da un’amministrazione inflessibile che nel nome delle legge non ha tentennato un attimo a fare «giustizia». La stessa burocrazia che da anni non riesce a far demolire le case abusive costruite sui litorali delle nostre coste, la stessa che non interviene in certe periferie a fronteggiare le prepotenze delle cosche. La stessa che è forte con i deboli e codarda con i forti quando si tratta di far rispettare la legge. In una vera democrazia si tiene conto soprattutto dei valori e della fragilità delle persone. È vero che secondo la legge Rosina e i suoi famigliari avranno sbagliato ma sui valori umani non potevano che avere ragione da vendere. Adesso non rimane che attendere che Rosina si ammali o che lasci per sempre questo mondo ingrato, così la legge avrà finalmente vinto ma tutti noi ancora una volta avremo perso il buon senso e la ragione e la possibilità di avere un giorno un Paese migliore.

 

Lettera agli amici: un progetto in Romania ed il MAIS.

Il lavoro fisico ha questo di buono: impedisce alla mente di lavorare a vuoto e senza scopo.

(leone Tolstoi)

 

 

Ciao Daniele ti inoltro il progetto di Butea …l’intento è quello di riuscire ad andare avanti con  lavori x una Comunita x le problematiche di alcol ..in tutta la Romania non esistono Comunità ..Suor Elisabetta fa parte della Congregazione di Villanova di Mondovi ,,ma da 16 anni è in Romania ..è stata chiamata dal Vescovo per operare in Romania ..ti allego il progetto ..e hanno altre Missioni sparse ..ma questa è dove regna più povertà e disagio …anche verso i bambini …

 

Congregatía  Surorilor Misionare                                                              Data 26-01-2017

ale Patimilor lui Isus – Filiala  Butea

Str. Preot Gheorghe Petz nr. 58

Cod.707065 – Com. Butea

Jud. Iaşi – Romania

Tel./fax. 0232/713178

E-mail: mpnsgc@yahoo.it

 

Alla cortese attenzione di tutti i benefattori e amici della missione siamo le  Suore Missionarie della Passione di N.S.G.C., con Casa Madre in Italia, a Villanova Mondovì, in provincia di Cuneo. Da sempre la nostra Congregazione va dove ci sono i più bisognosi, non importa di che genere, cerchiamo di capire quali sono le esigenze più urgenti e adattiamo il nostro operare.

Nel 1999, abbiamo avuto la richiesta di aprire una nostra missione in un paese al nord-est della Romania, nella provincia di Iasi. Si chiama Butea, ha circa 5000 abitanti, ma la fine del regime e l’emigrazione ne han cambiato l’aspetto…o meglio…tutto si è fermato. Chi era in grado di lavorare, ha scelto di emigrare e qui sono rimasti gli anziani e i bambini. Nel nostro niente ci siamo ritrovate ad affrontare inverni fino a meno 25 gradi, dove correvamo a portare coperte e aiuto a domicilio ad anziani e ammalati rimasti soli e al freddo, ed estati torride dove soccorrere chi non ce la faceva.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato situazioni difficili che ci hanno toccato il cuore e a cui non potevamo rimanere indifferenti e così, a poco a poco, abbiamo cominciato ad ospitare bambini con problemi famigliari, nell’intento di dar loro un’educazione, l’amore che era stato loro negato e cercando di ricostituire i rapporti famigliari. È nata così, nel 2004,la casa famiglia Madre Carla e, ad oggi, ospitiamo una ventina di bambini, seguiti da assistenti sociali e una psicologa. Il nostro campanello suona tutto il giorno perchè i poveri sanno che a nessuno neghiamo un pò di cibo e dei vestiti. Ma i servizi che abbiamo cercato di soddisfare sono stati i più diversi…abbiamo un’ambulanza con cui trasportiamo i malati più poveri quando sono in urgenza, abbiamo aperto dei dispensari medici e una sartoria, cercando di dare lavoro alle giovani mamme per convincerle a non andare via e continuare a prendersi cura dei loro figli piccoli, abbiamo anche dato vita a dei campus estivi per insegnare ai più piccoli la bellezza di essere bambini, di giocare e stare con gli altri.

Ma non solo i bambini avevano bisogno di aiuto…così, grazie a tanti benefattori, abbiamo costruito e terminato nel 2008 la casa del malato, dedicata a Papa San Giovanni Paolo II. Abbiamo inserito personale locale, in modo da dare lavoro alle persone del paese e ad oggi ci sono circa 40 posti letto.

Cerchiamo semplicemente di essere le braccia, le mani e il cuore di Gesù su questa terra e non sempre ne siamo all’altezza.

Qualche anno fa ci siamo prese cura di un sacerdote negli ultimi mesi della sua vita. Lui aveva a cuore un grande progetto e, in segno di riconoscenza, ci ha lasciato la sua proprietà perchè realizzassimo il suo sogno per aiutare i più bisognosi. Nella sua vecchia casa avevamo allestito degli studi medici dove si alternavano dottori volontari che prestavano saltuariamente le loro conoscenze per aiutare persone che non sono mai state visitate da un dottore perchè in questo paese la povertà è grande e non possono permettersi una visita medica.  Ospitavamo anche dei ragazzi che cercavamo di recuperare dalla strada, insegnando loro un lavoro e facendo loro intravedere la possibilità di una vita più regolare e migliore.

Nel 2010, un nuovo progetto…realizzare la casa tanto sognata da Don Andrici per soccorrere le persone più sole e deboli, adattandola alle esigenze del momento. Desideravamo, e lo desideriamo ancora, adibire questa iniziativa sociale per offrire assistenza agli alcolizzati, ai malati e anziani soli, riservando però una parte alla riabilitazione, infatti era previsto anche un centro di fisioterapia. In questa zona non ci sono strutture simili. Abbiamo iniziato, ma  i nostri sogni si sono infranti il 3 maggio 2013. La casa degli studi medici e dei ragazzi è stata completamente distrutta da un terribile incendio.

 

Abbiamo provveduto quindi prima a ricostruire la casa distrutta e, grazie all’aiuto di benefattori e volontari, la struttura è tornata funzionante.

Abbiamo comunque impegnato molti fondi nella ricostruzione  e quindi ne è risultato penalizzato il nuovo progetto.

Noi ringraziamo Dio per tutto quello che siamo riuscite a fare in questi anni, ringraziamo Dio sperando di aver compiuto la sua volontà, ma ringraziamo tanto, e non sarà mai abbastanza, i nostri benefattori che nonostante la crisi generale, hanno sempre continuato a sostenerci…. ..ma per mandare avanti l`opera ogni giorno… abbiamo ancora bisogno della vostra generosita`…

 

Vi abbiamo portato a conoscenza le nostre opere sociali che, con semplicità, con fatica, ma anche con tanta speranza, cerchiamo di svolgere.

Suor Elisabetta Barolo e Comunità

 

 

MAIS Organismo non governativo

per l’autosviluppo, l’interscambio,

e lo sviluppo

 

 

Torino, 22 marzo 2016

 

Carissimi,

 

ho terminato un altro lavoro/archivio: Acra/Mais, organismo non governativo. Ho iniziato a collaborare nel 1984 dopo essere stato in Nicaragua. I primi volontari sono stati dei ex cassintegrati che avevano trovato nell’associazione un modo per “realizzarsi” dandosi uno scopo nella vita. Erano gli anni in cui Torino, sotto la giunta Novelli, ha fatto molto per la solidarietà ed il volontariato come l’Estate Ragazzi, nata nel 1976, la prima estate l’avevano documentata fotograficamente dei miei amici, miei colleghi che avevano aperto un laboratorio fotografico, chiuso dopo non molti anni. L’Acra di Torino è stata aperta da don Fredo Olivero (in archivio è fotografato molte volte) e Beppe Novara, delegato Cisl, provenivano dall’Ufficio Stranieri della Cisl quando c’era ancora un sindacato di opinione. Don Fredo ha poi organizzato insieme ad altre persone un viaggio in Brasile, era appena terminata la dittatura, stava iniziando la democrazia, il pluripartitismo e si trattava di distribuire la terra tra i contadini; sono gli anni che sono andati, tra gli altri i missionari albesi come don Giovanni Lisa: una povertà indescrivibile, le favellas sulle palafitte, campi come i nostri zingari se non peggio, ora molto è cambiato, e guardando le foto sembra impossibile il cambiamento, nelle case al posto dello stereo il video, il cellulare, i network, wattzap, e come in tutto il mondo aumenta anche in Brasile l’opportunismo, l’egoismo però l’uomo ha sempre delle risorse e riuscirà a cavarsela e continuare a vivere nella speranza di un mondo a misura d’uomo, e poi adesso abbiamo Papa Francesco che ci fa da “cassa da risonanza”. Molte foto sono state scattate da me, non solo in Brasile, ma in Vietnam, in Nicaragua e nei vari incontri in Italia. C’è una nuova classe media, dove c’erano i campi, ci sono case, villette, scuole, c’è stato un tentativo di   una “distribuzione” delle tante risorse che ha il Brasile.

 

1970: La fame perché  a cura di “Fratelli dell’Uomo” e “Acra”

1970: Una carità pelosa a cura di “Mani Tese”

1975:  Acra mostra contro la fame

1975:  Gli otto miti della fame a cura del Cisv produzione Nova T

1976:  Mostra contro la guerra

1976: Armi e sottosviluppo a cura di “Fratelli dell’Uomo” e “Acra”

1980:  El  Salvador di Giovanni Palazzo

1985: Mostra “I signori della fame” all’Informagiovani di Torino, Rassegna stampa del bollettino su “Primo Piano” e “Collegamento del Piemonte”

1986: Un’Esperienza in Vietnam di Daniele Dal Bon, Gianni Corio, Orlandina Cacciatori, Fredo Olivero,

1985: Mostra signori della fame

1986: Un’Esperienza in Vietnam. Viaggio nella sua quotidianità.

1987: Somos hombres para vivir de la tierra, Medios audiovisuales en la capatacion

1987: Mostra sul Vietnam di Daniele Dal Bon, Alfredo Ponzio, Gianni Corio, Orlandina Cacciatori,

1989: Marocco,  Senegal

1990: Senegal. Mercatino di Bussoleno,

1990: Senegal (sede del Cisv), varie, Africa,

1990: Marocco, Casablanca, l’infanzia in Marocco,

 

1990-1991-1992: Collegamento del Piemonte a Challant, Piobesi d’Alba (Cascina Garbianotto), Albugnano, Busca, Cinzano,  tra gli altri Fredo Olivero, Elio Taretto, Armando Pomatto, don Silvio Ruffino, Franco Foglino, Giulio Battistella, Giulio Girardello, don Bruno Quazzo, don Domenico Burzio, Maria Teresa Messidoro, Franco Nota, don Agostino Garabello, don Lino Flori…

 

1991: Seminario “Tra noi da lontano”

1992: Assemblea del Mais “Europa ‘92 e Terzo Mondo: un avvenire comune o nessun avvenire”e una riunione,

 

1992/2000: Comunità di Mambre

 

1993: Convegno su “Ragazzi di strada”, incontro con Gilbert Dimenstein, L’infanzia in Marocco,

Ragazzi di strada,

1993: Kurdistan,

1994: Assemblea Mais con il Cocis (Salinari)

1995: Progetti/album fotografici Brasile Nicaragua,

 

1995: Viaggio a Curitiba in Brasile in collaborazione con il Mais e Padre Miguel Ramero (video),

 

1995: Seminario per operatori ed educatori di strada, tra gli altri Gianni Corio, Fredo Olivero, Erminia Ciscosta,

1996: Conferenza delle Ong Cocis Mais con Ezio Gianotti

1997: dicembre Conferenza sul gioco a Centro Interculturale di via Frattini a Torino

1999: Conferenza sul gioco a Porta nuova di Torino, Gruppo “TerraViva” a Cinzano d’Alba con Erminia Circosta, Manifestazione antirazzista a Torino,

2000: Seminario “L’Africa che verrà”, Seminario “Turismo Responsabile” ( testo tratto da una videoregistrazione), Ragazzi al gioco dai Salesiani della Crocetta Torino,

2001: Foto di ragazzi, persone e case in Italia nel quotidiano,

2002: 29 novembre, seminario Mais in Italia,

2003: Seminario agroecologia al Mais,

2003: 20 giugno Presentazione del libro sui movimenti popolari di Erminia Circosta, 21 giugno: seminario agroecologia: esperienze a confronto,

2005: Festa dei 15 anni di Mais, Cena multietnica a Torino in via Fiocchetto, 12 ottobre

serata musicale organizzata da MAIS al Cortile del Maglio a Torino,

2006: Mostra a Torino agli Chiostri in via Garibaldi, 25 Mostra fotografica di Tony Martin organizzata da Mais (ingresso libero) su “L’infanzia rubata nella discarica di Città del Guatemala”.

2007: Fa la cosa giusta Porta Palazzo Torino (Commercio Equo e Solidale)

2011: Mais story, anniversario di matrimonio di Ferdinando Sibona (video)

2015: Mais 3 febbraio 2015, Sede Mais a Torino, collaborazione con il Mais Asgi, 12 aprile 2015 Terra ai Contadini, 16 maggio 2015 Stereotipiamo, 17 ottobre 2015 creattivAfrica Torino, Mais 25 anni, lettera agli amici dal  blog di Daniele Dal Bon,

2016: Progetto Cisv di Piera Gioda, mostre fotografiche, assemblea Acra Bagno Artesianale,

16 novembre assemblea Mais in video conferenza dall’Egitto,

2017: Progetto giovani a Castelnuovo don Bosco: giovani al Top, Conferenza al Polo 800 sulla Bolivia, 10 luglio sede nuova in via Quittengo a Torino,

 

 

 

AMERICA LATINA

 

Sono audiovisivi in diapositive realizzati con la gente, insieme ai ragazzi per un’educazione popolare. Le immagini spesso sono disegni, fatti molto semplicemente ma hanno il valore di essere insieme “in connessione” come si dice adesso.

 

Un desafio de latifundio (con testo in spagnolo)

Tera para que nela trabalha (con testo in spagnolo)

Preparcion de los Suelos

 

 

BRASILE

 

1976: Brasile, strategia del sottosviluppo, audiovisivo del Mcs “Movimento di Controinformazione sul Sottosviluppo

1980: Mlal Brasile le favellas

1984: Iguacù Rio de Janeiro, progetti con Maria Dughera, Maurizio Ortu e Fredo Olivero

1986: Brasile Recife Giovanni Daroni

1987: Nuova Aurora Campo Alegre, audiovisivo di Daniele Dal Bon

1987: Nicaragua El Sauce Acra

1987: Brasile Campo Alegre,

1987: Diario di viaggio e Progetti popolari in Brasile a Teofilo Otoni di Daniele Dal Bon (video)

1987: Progetti popolari in Brasile a Nuova Iguacù e Campo Alegre di Daniele Dal Bon

1988: Brasile Campo Alegre De Bernardi

1989: 1990:  Brasile Apj

1989: Brasile San Paolo Itaim Paulista,

1990: Brasile – minori: vegetazione, clima, geografia, storia, mezzi di trasporto, mercati e venditori, Lavoro artigianato adulti minori, Scene di vita famigliare, Ambienti rurali e urbani, varie,

Teofilo Otoni: Casa das Meninas, Taquara,

1990: Brasile progetti – Campo Alegre,  Brasile Erminia Circosta, Brasile Oxalà, Progetto Araca Acra, ottobre Brasile Nuova Aurora, novembre Brasile Campo Alegre,

1991: Brasile, Campo Alegre, (da aprile ad ottobre, tra gli altri Maurizio Ortu e Fredo Olivero)

1992: ottobre Brasile Apy Teofilo Otoni (foto portate a mano da don Giovanni Lisa)

1993: Brasile di Maurizio Ortu

1994: Brasile

1995: Brasile, progetti a Curitiba, il Cecoma, Padre Miguel Romero

(Diario di viaggio di Daniele Dal Bon

1997: Brasile, progetti a Curitiba, il Cecoma,

2005: Festa 15 anni di Mais,

2001: 15 maggio Brasile Mais Ster,

2002: Seminario in Brasile,

 

 

NICARAGUA

 

1984: Nicaragua, il cammino di una rivoluzione di Fredo Olivero, Giorgio Battistoni, Renzo Zanello. Luciana Turello, Elia Viola, Daniele Dal Bon, Libro “Nicaragua Nicaraguita”,

“Tocar el Cielo”, i murales,

1984: Nicaragua Alice

1984: Nicaragua, religione e cultura – organizzazione di massa di Sergio Cipollaro e Carmen Griesi, è un audiovisivo realizzato da Sergio Cipollaro e alcuni amici dopo aver visitato il Nicaragua,

1987: settembre Nicaragua Nuova Guinea

1989: Achuapa Scuola infantile Nicaraguense

1994: Nicaragua,

1995: Santa Rosa del Penon parte A e B, 27 agosto in Nicaragua, Calendario “Antonio Silva”,

Santa Rosa del Penon: movimento delle donne,

1996: 5 marzo a Managua, festa con la pignatta

2001: Nicaragua, Santa Rosa del Penon,

2004: Cena per il Nicaragua a Torino,

 

 

ONG M.A.I.S.

 

Via Saluzzo, 23

10125 TORINO

CF 97538280013

 

tel/fax   011 657972

 

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Codice Fiscale: 97538280013

 

 

 

 

 

Torino, 9 ottobre 2017

 

Carissimi,

 

prima week-end senz’auto. Ho noleggiato a Ceresole da Raffaele, l’auto che mi aveva imprestato quando ebbi un incidente. Ho preso il bus fino a Ceresole, e poi ho fatto un tour de force come tanti anni fa quando ero giovane. Anche se oggi ho telefonato a “La Stampa” per fare il cambio d’indirizzo; anche qua è trent’anni che pensavo di non abbonarmi più e fare il “fotoreporter”. Quando ho detto che io sono vecchio dell’altro secolo l’impiegata mi ha risposto: “Dalla voce non si direbbe!”. Forse sarà che sembro un ragazzino, da due anni, da quando mi era andata via completamente la voce, mi è ritornata mutata ma Alfredo me lo aveva detto: “Forse è un mutamento di voce, è possibile?

Torino a cena da Matilde e Pierangelo del gruppo Progetto Brasile, a San Rocco da don Fredo, a Sant’Andrea da don Beppe: una bella omelia della domenica, sul dialogo reciproco. A Berzano alla Grigliata da “La Ragnatela” e da Lina de “la Ghiaia”.  I costi? Come sempre da trent’anni solo che un tempo avevo lo scopo di essere a casa da mia mamma. Ora la casa, il tutto non mi serve: mi basta un recidence o l’ospizio e aspettare di morire: tutte le bollette, le spese, il controllo delle bollette, le denuncie, tutto surplus; capisco sempre di più perché mia mamma mi aveva dato delle “disposizioni testamentarie” ben chiare. Avrei dovuto insistere, magari bisticciare, non avrei speso niente per la casa e ora li avrei in contanti i soldi. Ormai è andata: sarà contenta mia sorella che viveva per il Ciabot, mio padre che prima di morire ha chiesto a mia mamma una fotografia della casetta e poi anche mia mamma è contenta. Mi stà proteggendo, avrei potuto morire invece sono ancora qui che penso e lavoro per gli altri; tanti amici che mi appoggiano, don Fredo, Francesco, Emanuel, Sandra, Lucia, Caterina, Giovanna, Oscar, Fabio, che nel loro piccolo “ci sono” e anche i miei parenti, che aiutavano molto mia mamma che purtroppo anche loro hanno i loro “impegni”. Dio vede e provvede da sempre, e anche San Giovanni Bosco: mi creano le condizioni di poter continuare nonostante tutto; ed il Ciabot sarà una piccola oasi di pace, un salotto culturale dove potrà essere interessante trovarsi insieme a parlare, discutere, il trovarsi tra amici come un tempo e giovani come Fabio, Luca, Robert, Edoardo possano trovarsi e potrebbe essere un luogo di tutti e di nessuno, neutro dove potrà essere bello anche solo trovarsi come quando mi trovavo io adolescente con tutta la mia famiglia. E’ un sogno? Bisogna sognare!

 

Bisogna agire con urgenza per ristabilire gli equilibri tra l’uomo e la natura pensare a come eravamo, come siamo e come saremo. “Fatti pecora che il lupo ti mangia, dicevano i vecchi,

e avevano  ragione. Più ci sentiamo poveri e insicuri e più lo diventeremo”. (Cristina Caccia, Torinosette del 7 ottobre 2017)

Ascoltando la gente è sfiduciata ma salendo sui bus molti giovani, stranieri europei africani che nonostante tutto hanno voglia di mettersi in gioco. Ad Alba al Palio tanti giovani che lavorano, il ragazzo benzinaio stamattina a Ceresole con una velocità supersonica mi ha messo la benzina, ha preso i soldi attraverso la carta. Abita a Sanfrè ma è felice di venire a lavorare tutte le mattine a Ceresole ed è convinto di andare oltre. O i ragazzi che mi salutano ad Alba come fossi uno di loro. Possono essere i miei figli. Hanno lo smartphon ma lo usano più con disinvoltura ed equilibrio di noi. Sono coscienti che il futuro sarà bello ma è una strada lunga e difficile anche perché anche i loro padri lavorano ancora come me. E poi la discussione tra autisti sul sindacato che ci sono colleghi che non vogliono perdere i diritti acquisti. Eppure bisogna mediare, salvare il salvabile, come ha detto don Beppe a Sant’Andrea: cerchiamo di creare opportunità comuni, dialoghiamo altrimenti parlando con il tabaccaio: “Purtroppo nel presente ci mangiamo tutto”. Comunque guardando questi giovani nati negli anni novanta come quasi tutti i figli dei miei amici sono ottimista!

 

Vi ho messo un progetto sulla Romania e il Mais, un lavoro terminato nel 2016.

Lettera agli amici con alcune notizie

Se l’ingegno che gli uomini sprecano per rimediare alle proprie sciocchezze lo impiegassero per non commetterle! (George B. Shaw)

«Quanto mi resta da vivere»? «Sì e la mia risposta è “Ben poco, se non sta attento ad attraversare la strada” contrariamente a quanto si dice, non ci si crea mai una corazza».

 

Torino, 6 ottobre 2017

 

Questa è una lettera degli amici che mandavo in e-mail. Ora ho smesso con il blog ma prima ancora del blog “pochi” mi prendevano in “considerazione” anche perché scrivo troppo. Poi c’è stata l’inflazione delle email: tutti scrivono ma non tutti “leggono” anche perché la vita è difficile.

Ho sempre detto che bisogna vivere dell’essenziale? Bisogna rinunciare al superfluo? L’auto per me è il “superfluo”. Lo è sempre stata. Ho conseguito la patente a trent’anni, per problemi tecnici dell’agenzia, ma me lo avevano detto quando mi sono iscritto, me l’avrebbero rilasciata dopo sei mesi. Viaggiavo con i servizi pubblici, poi molto in seguito, ho preso un motorino per venire a casa a mangiare. Impiegavo molto tempo e mi “aumentava il lavoro” e poi dovevo essere in campagna da mia mamma e mia sorella che andavano tutte le domeniche. Al ritorno dal Nicaragua (1982) decisi di usare l’auto per andare a lavorare anche perché “dovevo lavorare per il Nicaragua” e avevo un orario fisso. Nel 1987 decisi di prendere un’auto “personale” al ritorno dal Vietnam perché mi permetteva di essere autonomo e caricare le diapositive e “molta roba della solidarietà”. Spesso pioveva e allora comprai una 126 nera con 87000 chilometri. La signora Luigina, amica/infermiera di mia mamma, morta a 87 anni in questi giorni che fino a pochi mesi fa mi ha aiutato come faceva con mia mamma, mi imprestò l’auto per alcune volte però non potevo continuare anche perché il lavoro era molto. Avrei dovuto optare per l’auto a metano già allora ma tutti me lo sconsigliarono.

Nel 1994 presi un auto 600 nuova così l’avrei “ammortizzata”. Il destino è stato crudele: mia sorella è morta e ho cambiato con una Punto a 4 porte per mia mamma. E gli ultimi è storia recente che ho già detto e scritto. Ho cambiato l’auto quattro volte. In trent’anni ho speso 100 milioni delle vecchie lire. Non sono poche. Non posso dire 50 mila euro perché non è la stessa cosa. L’altra sera sono venuti i redattori di Tdf a casa mia, guardando il mio monitor mi han detto: “E ma Daniele quanti soldi spendi?’. Il televisore che ora funziona da monitor l’ho comprato a 140 euro in offerta da Auchan ed è molto comodo da trasportare. Nel 1994 abbiamo comprato mia sorella ed io il televisore a colori, grande e grosso difficile da trasportare, pagandolo un milione. Sono solo tre anni, che sappia io, che il televisore è anche monitor.

Sono stato uno dei primi che ho acquistato il videoregistratore (c’erano tre, 2000 beta e Vhs). Nel 2000 acquistai il video che poteva registrarmi le videocassete (solamente un’ora). Sono sempre stato spalleggiato da mia mamma e mia sorella chè mi regalò la prima camera foto professionista (la bronica) e il primo computer nel 1987 (un Olivetti Pc 128) e nel 1990 mi promise che avremmo comprato Windos 1995. Mi ha sempre aiutato mettendomi alcune persone vicino. Quando mori Francesco mi disse: “Tua sorella se né andata ma sapeva che ci saresti stato tu con tua mamma”. Finchè mia mamma era in vita mia cugina Laura e la sua famiglia gli sono stati molto vicini ed anche a mia sorella durante la malattia. Poi morta mia mamma mi sono sentito solo. Ho viaggiato molto per il Piemonte, viaggi che in trent’anni non ho mai fatto. Ho conosciuto Donato. Oscar, ci ho passato un buon periodo. Sono andato via dalla Ldc perché vedevo la crisi come si stava evolvendo (2005) ma si stava già tirando dal 1984). Con la piccola buonauscita ho costruito la casa ed un comedor in Nicaragua dell’Associazione La Ragnatela. Sono stato “assunto” da don Fredo ma è dal 1979 che ci collaboro e continuo tutt’ora. Sono stato anche uno dei primi che sviluppavo le foto a casa e duplicavo le diapositive per le “conferenze”: molta gente è venuta a casa mia.

L’eredità dei miei lo spesa per la ristrutturazione della casa e per i viaggi di questi dieci anni. Alcuni ne hanno approfittato. Non don Fredo che mi ha sempre appoggiato.

Ho messo il fotovoltaico, questo è il futuro. La mia è una testimonianza per i miei vicini. Potrei avete l’auto elettrica, è ancora molto cara però sarebbe anche questa una testimonianza. Purtroppo c’è la crisi e il servizio che faccio pochi ne usufruiscono anche per propri “motivi famigliari”.

Intanto, con i problemi personali, sono quasi venti giorni senz’auto e mi sento meglio, occhi non stanchi, collirio che non mi brucia, sono sereno. Prendo i servizi pubblici, rifletto sui i miei pensieri e leggo molto.

Oggi prendo l’auto a noleggio da Raffaele a Ceresole e vado a Riondino, poi da Oscar a Saluzzo, passo a Ciabot a portare delle cose, faccio la spesa e vado da Lina a portare i giornali. Tutte queste cose sono tre volte al mese. Da Oscar ho fatto molte foto, forse troppo. Quest’anni ci vado ancora tre volte e farò il video: Str’, Gin e Gena, Carvè. Il 28 Fabio a Bra. Il 12 Patin Tesor ad Alba ma c’è il treno comodo. Il 19 novembre Oscar è a Torino e andrò il 2 e il 9 dicembre con Gin e Gena e Carvè. Sono sei mesi che mi stavo “preparando” a questa vita.

Se l’autunno è ancora discreto posso passarci una settimana andando con il bus che mi porta a 10 minuti. Google mi dà 25 minuti a piedi, impiego 10 minuti.

Per natale potrei prendermi una vacanza e andare in Nicaragua per portare “due borse” cui la mostra fotografica che avevo dato a Oscar l’anno scorso.

La pensione dovrei percepirla fra tre anni, se mia mamma fosse viva, l’avrei percepita in questi mesi. Se mia sorella fosse viva, economicamente starei meglio, anche se non mi lamento, non ho freddo ai piedi, ma le “due case” mi costano molto. Potrei fare un Airnb, ma da solo è difficile da gestire anche perché lavoro ancora. E per adesso vado avanti così! Dio vede e provvede!

 

7-9 ottobre 2017

Mostra fotografica di Nidaa Badwan   versione testuale

 

Sabato 7, domenica 8 e lunedì 9 ottobre nei viali dell’Orto Botanico “Pietro Castelli” sarà possibile ammirare le splendide opere di una giovane artista palestinese, Nidaa Badwan.

La mostra fotografica dal titolo “100 giorni di solitudine” è organizzata in collaborazione con il Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala e il Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Messina.

Arte e natura si incontrano nei viali dell’Orto grazie all’intensità dei colori e alla potenza che affiora dalle opere della Batwan.

Sabato mattina nella cavea dell’Orto si terrà un’incontro con l’artista condotto dalla psicanalista Donatella Lisciotto.

 

Allestimento della mostra a cura di Evelina Falsetti e Mariella Bellantone

 

 

Sabato 7 ottobre

ore 10.30

“TRASFORMAZIONI”: incontro con l’artista Nidaa Badwan

dialogo condotto da Donatella Lisciotto, psicoanalista

 

Orario di apertura: 9-13 e 16-18 – ingresso libero

 

 

L’artista

Nidaa Batwan è una giovane artista palestinese che ha voluto testimoniare con le sue opere l’isolamento e la mancanza di libertà che caratterizzano la quotidianità del suo popolo. Lo ha fatto attraverso una serie di scatti fotografici realizzati nella sua stanza di nove metri quadrati e una sola finestra, durante una  reclusione volontaria di 20 mesi che Nidaa ha voluto imporsi come protesta in seguito all’aggressione subita da alcuni miliziani di Hamas che le contestavano il mancato uso del velo.  La storia di Nidaa Batwan colpisce per il coraggio e la determinazione,  la capacità di indignarsi e la volontà di difendere le proprie idee; valori ormai desueti nella società attuale.

 

Dopo Messina, la mostra fotografica “100 giorni di solitudine”  sarà ospitata  al “Maxim Gorki” Theather di Berlino.

 

Si allega locandina e si prega di far circolare la notizia

 

http://www.ortobotanico.messina.it

Ricevi questa mail perchè sei iscritto alla Newsletter dell’Orto Botanico “Pietro Castelli”

Se non desideri più ricevere comunicazioni rispondi a questa mail scrivendo nell’oggetto NO MAIL

Grazie

 

 

domenica 29 ottobre – ore 16,15

 

SAPER VIVERE, SAPER MORIRE

presentazione del numero monografico di Confronti

 

“Come sugli alberi. Religioni e fine vita”

 

ne parleranno:

 

Paolo Ricca, teologo valdese

 

Claudio Paravati, direttore di Confronti

 

 

 

La presentazione avverrà nell’ambito del Salone dell’editoria sociale (quest’anno sul tema “I volti del potere”), che si terrà dal 26 al 29 ottobre 2017 a Porta Futuro, via Galvani 108 (Roma).

 

Confronti sarà presente tutti i giorni al Salone con le sue pubblicazioni: libri, numeri della rivista e dossier.

 

Per informazioni: info@confronti.net

 

 

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Se hai ricevuto erroneamente questo messaggio e non sei interessato: cancella iscrizione – Gestisci la tua iscrizione

 

Confronti – via Firenze, 38 – 00184 Roma

tel. 064820503

mail: info@confronti.net

 

PAPA GIOVANNI XXIII PROPOSTO COME PATRONO DELL’ESERCITO? Alienum est a ratione cioè ROBA DA MATTI.

Come controproposta eleggiamo Papa Giovanni a “patrono” dei movimenti per la pace, cioè esempio da seguire.

 

Cordialmente

Giorgio SAGLIETTI

 

MODALITÀ DI FIRMA DELL’APPELLO:

si può firmare come singole persone e/o come gruppo sociale ecc…,

cliccando sullo specifico sito di Pax Christi, dove è riportato l’appello: http://www.paxchristi.it/?p=13273

scrivere il proprio nome e cognome e una propria mail, e se si desidera lasciare un proprio commento e/o messaggio

 

 

Al Card. Robert Sarah,

Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti

e

Al Card. Gualtiero Bassetti,

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

 

Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di San Giovanni XXIII, papa, quale “Patrono presso Dio dell’Esercito Italiano”. Siamo infatti convinti che la vita e le opere del Santo papa non possano essere associate alle forze armate.

Come può proprio lui, il Papa della Pacem in Terris, il Papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo… proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?

È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la “crisi dei missili a Cuba”.

 

In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Non si può negare come troppo spesso la parola pace sia usata per mascherare operazioni di guerra. Noi riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione.

Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è ‘alienum a ratione’, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti.

 

Per queste ragioni, ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare Papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

 

Vorremmo, piuttosto, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi Bianchi, Corpi Civili di Pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo.

 

22 settembre 2017

 

Prime adesioni  (in ordine cronologico di arrivo)

 

Mons. Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Presidente di Pax Christi Italia

Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, già Presidente Nazionale e Internazionale di Pax Christi

Mons. Kevin Dowling, Vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-Presidente di Pax Christi International

Marie Dennis, Usa, co-Presidente di Pax Christi International

Mons. Antonio J. Ledesma, SJ, arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, Presidente di Pax Christi Filippine

Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara Penne, già Presidente Nazionale di Pax Christi

Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo (Tp)

Mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona

Mons. Giorgio Biguzzi, Vescovo saveriano emerito di Makeni (Sierra Leone).

Mons. Francesco Alfano, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia

Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona

Mons. Marco Arnolfo, Arcivescovo di Vercelli.

Mons. Francesco Ravinale, Vescovo di Asti

Mons. Domenico Cornacchia,Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi

Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia

Rosalba Poli e Andrea Goller, responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia’

Cristina Simonelli, teologa

Coordinamento Teologhe Italiane

  1. Mario Menin, direttore di ‘Missione Oggi’
  2. Efrem Tresoldi, direttore di ‘Nigrizia’
  3. Alex Zanotelli, missionario comboniano, direttore di ‘Mosaico di pace’
  4. Filippo Rota Martir, direttore di ‘Missionari Saveriani’

Suor Paola Moggi, direttrice di ‘Combonifem’

  1. Giovanni Munari, Superiore provinciale dei Missionari Comboniani in Italia
  2. Tonio Dell’Olio, Presidente ‘Pro Civitate Christiana’ e ‘Libera International’

Comunità monastica di Bose, Biella

Gianni Novello, fraternità di Romena

Prof. Alberto Melloni, storico

Prof. Nicola Colaianni, magistrato, Bari

Prof.ssa Giuliana Martirani, docente di geografia dello sviluppo

  1. Giuseppe Ruggeri, Teologo, Catania
  2. Salvatore Consoli, preside emerito dello Studio Teologico S. Paolo, Catania
  3. Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica, Facoltà Scienze Sociali, Pont. Univ. Gregoriana, Roma
  4. Luigi Ciotti, fondatore del ‘Gruppo Abele’ e Presidente Nazionale di ‘Libera’
  5. Virginio Colmegna, Casa della carità, Milano
  6. Giovanni Nicolini. Bologna
  7. Pierluigi di Piazza, responsabile ‘Centro di Accoglienza e Promozione Culturale ‘E. Balducci’, Zugliano (Ud)
  8. Pino Demasi, parroco a Polistena (RC) e referente di Libera – Piana di Gioia Tauro
  9. Giacomo Panizza, Presidente Comunità Progetto sud – Lamezia Terme
  10. Bruno Bignami, Presidente della ‘Fondazione don Primo Mazzolari’, Bozzolo (Mn).

Sergio Paronetto, Presidente ‘Centro Studi economico-sociali per la pace’ di Pax Christi

Suor Chiara Ludovica Loconte, osc, Speriora Monastero Clarisse S. Luigi, Bisceglie (Bt)

Suor Alaide Deretti, Consigliera generale per la Missione Ad gentes/ inter gentes Istituto FMA

Suor Runita Borja, Consigliera generale per la Pastorale Giovanile Istituto FMA

Suor Bernarda Santamaría Merens, Direttrice della Casa Generalizia FMA

Madre Antonina Alfaro Minchola, Superiora General, Congr. Dominicas de la Inmaculada Concepción

Suor Marìa E. Coris, Superiora General, Congr. de Hermanas de la Caridad Dominicas de la Presentacion.

Suor Aurora Torres, Superiora general Congregación de María Reparadora.

  1. Flavio Luciano, Direttore Ufficio Regionale Piemontese della Pastorale Sociale e del Lavoro, Cuneo.

Associazione “Comunità di Mambre” , Busca, (Cn)

Associazione ‘Cercasi un fine’, Cassano delle Murge (Ba)

  1. Paolo Gasperini, parroco e vicario per la pastorale della Diocesi di Senigallia

Consiglio Pastorale Parrocchiale della parrocchia di S. Maria della Neve, Senigallia

  1. Pasquale Aceto e comunità parrocchiale Ss. Pietro e Paolo in papanice, Crotone.

fra Giorgio M. Vigna, ofm, Animatore GPIC per la Custodia di Terra Santa.

Mons. Domenico Laddaga, delegato per la gestione dell’Ente Ecclesiastico Ospedale F. Miulli, Acquaviva delle Fonti (Ba)

 

 

Sabato 8 ottobre, inizia la stagione autunnale della nostra compagnia. Saremo a Saluzzo, teatro don Bosco, ore 21, con “Strì”, un divertente contrasto tra i langhetti di ieri e quelli di oggi. Vi aspettiamo… e poi

 

Sabato 14.10 – Roreto (Cherasco) Strì

Sabato 21.10 – Alba – Fondazione Ferrero Carvé

Sabato 28.10 – Monastero Bormida Strì

Sabato 11.11 – La Morra Strì

Sabato 18.11 – ore 21 –Torino Teatro Monterosa Strì

Domenica 19.11-h.15.30-Torino Teatro Monterosa Strì

Sabato 02.12 – Trana (To) Gin e Gena

Sabato 09.12 – Monastero Bormida Carvé

Sabato 16.12 – Bra – Teatro del Poi Carvé

 

Sabato 03.02.2018 – Monforte d’Alba Strì

Sabato 10.02.2018 – Caraglio Strì

Sabato 03.03.2018 – Alba – Teatro Sociale

(in prima assoluta) Tote Vigiòte

 

Domenica 18.03.2018 – Cuneo – Teatro Toselli Strì

Venerdì 23.03.2018 –Millesimo Teatro Lux-Tòte Vigiòte

Venerdì 06.04.2018 – Bollengo (To) Gin e Gena

Sabato 05.05.2018 – Savigliano Teatro Milanollo Strì

 

Associazione Nostro Teatro di Sinio

via Regina Margherita 6

tel 0173.613420/263990 – fax 0173.2638237 http://www.prolocosinio.it

 

POSSIAMO SMETTERE DI PRENDERE L’AUTO?

E’ solo l’errore che ha bisogno del sostegno del governo. La verità si regge da sola. (Thomas Jefferson)

POSSIAMO SMETTERE DI PRENDERE L’AUTO?

L’Italia è il Paese europeo dove l’inquinamento causato delle auto a diesel uccide di più, per non parlare degli incidenti stradali. Un bollettino da guerra quotidiano. Eppure in Norvegia, Finlandia e Cipro il rischio di morte è 14 volte inferiore alla media europea. Come fanno? La soluzione non è meno auto diesel, più auto a metano e più auto elettriche, la soluzione è meno auto. Punto. “La soluzione è ridurre – scrive Linda Maggiori -, condividere: non due o tre auto a famiglia (media italiana), ma un’auto ogni 3 o 4 famiglie. Auto ecologiche non private, ma in condivisione, forme di car sharing o car pooling. Mezzi pubblici economici ed efficienti, strade sicure a misura di bici e pedoni. Incentivi a chi si reca al lavoro o a scuola in bici, pedaggi e disincentivi per chi usa le auto, città con estese zone pedonali e ciclabili…”

LINDA MAGGIORI

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NEWSLETTER DI COMUNE

Se non visualizzi questa mail clicca qui

 

UN MONDO NUOVO COMINCIA DA QUI

LA CAMPAGNA 2017 DI COMUNE

 

ALLARGARE GLI SPAZI [ALBERTO CASTAGNOLA]

«Continuiamo così, allargando gli spazi e i contatti…»

 

CAMBIARE IL MONDO [GIGI MALABARBA, RIMAFLOW]

«Comune è uno strumento importante, direi indispensabile, non solo per capire il mondo ma per cambiarlo…»

 

 

 

NUOVE GUERRE E AUTODIFESA IN KURDISTAN

Le nuove guerre che devastano il mondo sono combattute in nome della vita (per la democrazia, la sicurezza, la pace nelle loro versioni occidentali) oppure, al contrario, per infliggere ai corpi mutilazioni, lesioni e morte. Nel primo caso si parla di conflitto “biopolitico”, nel secondo, per dirla con Achille Mbembe, di conflitto “necropolitico”. In Siria e Turchia questi due tipi di conflitto si mostrano in modo più intenso. «Risolvere la questione curda», ad esempio, per il governo turco significa promuovere un conflitto biopolitico, nel frattempo però anche la Turchia è diventata un palcoscenico per le necropolitiche dell’Isis. In questo contesto di guerra, le comunità curde, ispirate dalla rivoluzione nel Roja va, hanno cominciato a mettere in pratica alcune forme per realizzare la propria autodifesa non solo in risposta alla violenza dello Stato. L’autodifesa riguarda anche il modo in cui gli individui oppressi proteggono i loro «mondi vitali» dal potere centrale, dalla devastazione ecologica, dalle relazioni patriarcali, dal capitalismo. Per questo hanno iniziato a sperimentare strumenti di autogoverno nelle sfere decisionale, sanitaria ed educativa. Dal canto loro le donne curde, coscienti che non sono solo il capitalismo e lo Stato-nazione a favorire le odierne ideologie di guerra, ma anche il patriarcato, hanno creato delle proprie reti parallele. C’è questo e molto altro dietro la vittoria scontata e schiacciante al referendum sull’indipendenza del Kurdistan in Iraq. “Come risultato di questi sviluppi – spiega la sociologa e femminista Nazan Üstündağ – in Kurdistan si sta realizzando una gra duale trasformazione di tutti gli ambiti vitali, soprattutto nella concezione degli spazi, dell’etica e del lavoro. I primi vengono ora concepiti come luoghi di resistenza, negoziazione e auto-organizzazione. L’etica va assumendo una nuova conformazione che mette in primo piano la solidarietà, la comunanza, l’amicizia e l’internazionalismo. Il lavoro di accudimento e riproduzione di coloro che resistono e trasformano il sistema diviene più importante di quello salariato…”

NAZAN ÜSTÜNDAG

 

◊ IL CAPITALISMO È POTERE, NON ECONOMIA RAÚL ZIBECHI

 

◊ APPRENDERE IN MODO DIVERSO NEL ROJAVA JENET BIEHL

 

NEORAZZISMO

Ovunque cresce un sentimento cattivo nei confronti dei migranti. Ma ha ragione Bifo, “bisogna affrontare il razzismo contemporaneo con meno sufficienza e meno arroganza di quanto facciamo abitualmente…”. Di certo siamo di fronte a un razzismo dei “perdenti”, di “coloro che hanno subito l’umiliazione e l’impoverimento e cercano un capro espiatorio su cui vendicarsi”. La risposta deve includere aspetti psicologici (di fronte a persone in difficoltà dovremmo tutti provare il bisogno di alleviare le loro sofferenze), storici (il colonialismo occidentale non è finito) politici (non possiamo pensare di trasformare le città in cittadelle militari e vivere in uno stato di guerra permanente). Servono politiche e azioni di accoglienza vera e di educazione. È troppo tardi? Probabilmente sì

FRANCO BERARDI BIFO

 

◊ TORTURE E MORTE DELOCALIZZATE LORENZO GUADAGNUCCI

 

◊ LA BOMBA A TEMPO DEL RAZZISMO A 5 STELLE ANNAMARIA RIVERA

 

NON UNA DI MENO: SAREMO TEMPESTA

Ogni anno decine di migliaia di donne di tutto il mondo perdono ancora la vita a causa di un aborto non sicuro. Quarantuno milioni di adolescenti portano a termine una gravidanza indesiderata o conseguente a uno stupro. Il 28 settembre è la Giornata mondiale per la libertà di scelta e il diritto all’auto-determinazione sul proprio corpo da parte delle donne. Un’occasione molto importante per rivedere nelle strade di tutto il mondo lo straordinario movimento a dimensione planetaria che si è imposto con una dinamica nuova, profonda e impetuosa negli ultimi anni. Anche in Italia le donne si riprendono la scena sospinte da una marea comune d’indignazione, ribellione culturale e obiettivi molto concreti, una marea stanca della retorica e delle parole vuote delle is tituzioni che annuncia tempesta. Ne abbiamo parlato con Marita Mariangela Casalucci della rete Non una di meno di Milano

DALE ZACCARIA

 

◊ IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA FEMMINILE LEA MELANDRI

 

◊ DALL’8 MARZO, QUALCOSA È CAMBIATO ANNA FOGGIA

 

BUS STOP!

La vicenda ormai è tristemente nota: in questi giorni, sette grandi città italiane si trovano invase da manifesti omotransfobici che annunciano il passaggio del “Bus delle libertà”, in strada per combattere nientemeno che “l’emergenza educativa”, insomma il mitico gender. Un tour tra piazze e strade con le scritte enormi “I bambini sono maschi e le bambine femmine” e “La natura non si sceglie. #StopGender nelle scuole”… In Italia, come segnala Lea Melandri, una delle risposte migliori al “Bus della Libertà” arriva da Simona Marino, delegata alle Pari Opportunità del Comune di Napoli. Eccola:

R.C.

 

◊ GENDER. ECCO IL NUOVO MOSTRO MARIA G. DI RIENZO

 

◊ COSA PENSO DELLA TEORIA DEL GENDER MANUELA SALVI

 

QUESTA È UNA MENSA AUTOGESTITA

Ci sono i bambini che ogni giorno a turno apparecchiano e quelli che sparecchiano, i genitori che decidono insieme il menù (condiviso con la pediatria di comunità e l’Asl) privilegiando la filiera corta, le cuoche (attente ai problemi alimentari ma anche alle scelte di tipo etico, culturale e religioso) e un’associazione che gestisce i locali della cucina e decide le rette mensili. Accade in provincia di Ferrara. Non è vero che non esistono alternative allo Stato e al mercato, non è vero che impossibile riprendersi in mano la vita, cominciando magari in cucina

MAURO PRESINI

 

STUDIARE, FARE E CAMMINARE INSIEME

Ha ragione Raúl Zibechi: abbiamo bisogno di rifugi non per rinchiuderci ma “per proteggersi e continuare a costruire mondi nuovi…”. Gordiani in comune, spazio sociale e culturale della periferia est di Roma (via Pisino 30) – abbandonato, recuperato e gestito dalle associazioni La Strada e Sguardoingiro -, sembra ogni giorno di più un piccolo e colorato rifugio pronto a proporre nuove iniziative per grandi e piccoli. Nelle prossime settimane, ad esempio, da una collaborazione tra La Strada e l’associazione Laudes, nasce un Doposcuola popolare per bambini e bambine di elementari e medie (info al 345 0929732). Non solo compiti ma anche tante attività per imparare a fare le cose insieme. La Strada, inoltre, apre le iscrizioni al Laboratorio di autoproduzione del pane e, in collaborazione con la redazione di Comune, di un Corso di giornalismo di base (tel. 340 3460664). Quattro, invece, i corsi proposti da Sguardoingiro: Crea il tuo albo illustrato, Corso di pittura alla scoperta del quartiere, Laboratori con le mani e Corso di fotografia digitale… Insomma costruire mondi nuovi…

R.C.

 

CREARE NUOVE COMUNITÀ

L’energia per un cambiamento serio e duraturo sarà originata, come sempre, nella periferia, lontano dai santuari custoditi dai poteri ufficiali. Qui si trovano prima di tutto immaginazione, entusiasmo di base, sperimentazioni. Cibo e monete locali, piattaforme digitali autogestite, banche del tempo… “Una grande varietà di progetti sperimentali, di organizzazioni innovative e di movimenti sociali – scrive David Bollier – stanno sviluppando nuovi tipi di approvvigionamento e di sistemi di autogoverno…”

DAVID BOLLIER

 

MESSAGGI DAL PIANETA TERRA

L’incredibile caldo e la siccità dell’estate appena conclusa, le prime piogge torrenziali e le frane diffuse, il moltiplicarsi di cicloni sempre più veloci e intensi… Il grido inascoltato di una terra che soffre

A CURA DI ALBERTO CASTAGNOLA

 

POSSIAMO SMETTERE DI PRENDERE L’AUTO?

L’Italia è il Paese europeo dove l’inquinamento causato delle auto a diesel uccide di più, per non parlare degli incidenti stradali. Un bollettino da guerra quotidiano. Eppure in Norvegia, Finlandia e Cipro il rischio di morte è 14 volte inferiore alla media europea. Come fanno? La soluzione non è meno auto diesel, più auto a metano e più auto elettriche, la soluzione è meno auto. Punto. “La soluzione è ridurre – scrive Linda Maggiori -, condividere: non due o tre auto a famiglia (media italiana), ma un’auto ogni 3 o 4 famiglie. Auto ecologiche non private, ma in condivisione, forme di car sharing o car pooling. Mezzi pubblici economici ed efficienti, strade sicure a misura di bici e pedoni. Incentivi a chi si reca al lavoro o a scuola in bici, pedaggi e disincentivi per chi usa le auto, città con estese zone pedonali e ciclabili…”

LINDA MAGGIORI

 

LA FINANZA NON È UN FINE

Diamo ormai per scontato che la finanza sia un mondo a sé, staccato dalla società e con l’unico fine di fare soldi dai soldi. La stessa idea di essere umano si riduce all’homo economicus. “È quindi necessario smontare l’attuale visione e ripensare dalla radice il ruolo e il compito che la finanza deve avere nella società – scrive Andrea Baranes – Per questo è essenziale mettersi in ascolto e successivamente provare a contribuire e partecipare, lavorando in rete con gli altri attori della società. La finanza etica mostra un possibile percorso alternativo, fondato sulla trasparenza, la partecipazione e la valutazione delle ricadute non economiche dell’agire economico…”. Verso l’incontro nazionale del Cnca

ANDREA BARANES

 

LA CANCELLIERA DELLO SMOG

C’è solo una persona al mondo che ha più responsabilità di Donald Trump quanto a devastazioni dell’ambiente naturale: si chiama Angela Mekel

GEORGE MONBIOT

 

IUS SOLI

Alfano: “No allo Ius soli. Per noi la questione è finita…”. Avete già firmato l’appello “Insegnanti per la cittadinanza”?

FIRMA L’APPELLO

Torino, 30 settembre 2017

E’ 15 giorni che sono senza auto. Una settimana l’ho passata in campagna venendo a Torino a pranzo: sono più rilassato, stè meglio, certo non sono in pensione e non ho degli orari da rispettare. Nel 1988 presi un part time per lavorare all’Acra: certo si fanno meno commissioni!

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Gin e Gena a Collegno ad agosto

L’ottimismo è la fede che porta alle realizzazioni. Nulla può essere fatto senza speranza e fiducia. (Helen Keller)

“Pensare è facile, agire è difficile, mettere in pratica i propri pensieri è la cosa più complicata del mondo” (Goethe)

“errare è umano, perseverare è diabolico” (Cicerone, Sant’Agostino)

“errare è umano, perdonare è divino” (Alexander Pope).

 

Torino, 26 settembre 2017

 

Carissimi,

 

nel mese di agosto sono stato a Cortemiglia a vedere Gin e Gena. Qua ho fotografato il primo matrimonio ancora con il vecchio rito civile (1974); mi ricordo quando iniziò il rito, nel 1975, era una domenica che fotografavo un matrimonio, lavoravo dal Comm. Bertazzioni. A Cortemiglia fotografai Gino Bemer, morto a 56 anni alcuni anni fa per un incidente automobilistco. Iniziò la ristrutturazione del palazzo della Banca d’Alba ad Alba.

Ogni anno ad agosto a Cortemiglia c’è la Sagra della Nocciola, ho “sognato” di andarci per tanti anni; ma alla fine di agosto Anna Maria ed io lavoravamo a Torino e mia mamma non vedeva l’ora di riprendere il “tran tran” quotidiano. Ci sono andato nel 2006 dopo due anni che è morta mia mamma, dopo trentatre anni, e ci sono ritornato quest’anno dopo undici anni con Oscar.

 

Il fotografo è l’essere contemporaneo per eccellenza; attraverso i suoi occhi l’oggi diventa passato. (Berenice Abbot)

 

Non voglio vivere di ricordi. Grazie alla fotografia ci ricordiamo da dove siamo venuti e non veniamo a pensare come tutti. Il lavoro, la vita è frenetica, e non ci fa più riflettere. E’ vero che a volte sembra che siamo in peggioramento però tante cose sono migliorate. Viaggiando con il bus con la gente, con i giovani, la gente ha voglia di stare insieme, è gentile, educata, se sei a piedi le auto si fermano per lasciarti attraversare la strada. Il nocciolo duro sono i vecchi che “rimangono col pensiero di quando sono usciti “dal sistema produttivo” come Francesco che come ha visto che ero a piedi mi disse: “Ma tu vuoi continuare per sempre stare senza macchina?”. Poi a quanto gli ho detto e che ho scritto ha taciuto. Da anni ormai viviamo in un mondo che non abbiamo più memoria e non ci rendiamo conto che gli anni sono passati. Come sempre non dobbiamo dare tutto per scontato che spesso scontato non è.

Santi Sociali

Potete governarci solo fino a che noi accettiamo di essere governati. (M.K.Gandhi)

Cari tutti

vi mando il link e il video dei SANTI SOCIALI DI IERI SERA

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Buona visione diffondetelo

Fredo

 

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