Alla scuola popolare La Ghiaia, con Lina Ferrero

 Prima o poi. l’oceano del tempo ci restituisce i ricordi che vi seppelliamo. (Carlos Ruiz Zafòn)

Carissimi, un’esperienza che si riferisce come altre che ho partecipato, a don Milani. Solo vent’anni, parlare di don Milani era come parlare del diavolo che non faceva parte della Chiesa e ai giovani che hanno ora 18 anni, se hanno genitori che non sono impegnati, non sanno chi era. Solo l’anno scorso quando sono andato a Barbiana, Fabio non sapeva che cos’era, mi proposero di scrivere un articolo su “Langhe” perchè nessuno sapeva chi era don Milani. Ora il papa ci va sulla sua tomba a pregare. I giornali, le televisioni ne parlano…Dov’è che il mondo va male?

Alla Scuola Popolare La Ghiaia

 

 

Torino, 24 luglio 2015

 

 

Carissimi,

 

un altro “dossier terminato”. Un’esperienza di comunità durata oltre vent’anni, tra una riunione e l’altra, mentre andavo da mia mamma, passavo da “La Ghiaia” e ho sempre incontrato persone solidali, motivate e naturalmente Lina che mi ha sempre accolto come fosse suo figlio. Con i tempi che cambiano, nel bene e nel male, da Lina vado a salutarla.

 

1990: Vivere in Comunità Scuola Popolare La Ghiaia, (video)

con gli Zingari all’Arrivore di Torino,  (video)

Barbiana e don Milani (2006 – 2017), Armando in una chiesa buddista,

1991/1995: Lettera da Pusthan, 1995 – con Jocimar e Vera, Costruzione della casa,

1991: un pò di storia dal Brasile, Jocinar e Vera a Recife in Brasile,

Jocimar e Vera  le favellas, – Jocimar e Vera Capin de Ceiro,

Il progetto: i fiori, corsi professionali, corsi di formazione in Istituto Don Bosco,

1992: Capodanno in Comunità, mostra di Daniele Dal Bon, 1992:  Incontro con il Comandante Shafick Handal

1993:  Incontro con Carlos Fuentes

1994:  Incontro con la mamma di Marco Tullio, Laura e Roberto, Incontro con Carlos Fuentes95:  Festa con Jocimar e Vera, Festa di Raulito e Edit, Festa con Danilo dei Nomadi, Una delle tante feste dedicate a tutti, Spettacolo sulla Resistenza “Mai piu'”, Anna.  Tomba famigliare

1996: Jocimar al convegno degli operatori di strada organizzato da   Mais a Torino

1997: Scuola interculturale con i ragazzi di Berzano San Pietro (Teatro e riunione genitori)

1998: marzo: festa di Armando Pedrola ad Asso – Articolo dall’Apostolo di Maria”, Armando. Anziani a Casalborgone,

1999: Lettera dall’Honduras

2000: I bambini dell’Aquilone, Lettera di Pasqua, lettere di maggio e ottobre dall’Honduras,

lettera Ghiaia di ottobre, Ottimismo brasiliano con Jocimar e Vera, Notiziario di Jocimar e Vera,

2002: Agriturismo “Bella Ciao”

2003: marzo in cascina, Jocimar e Vera a Pino d’Asti, Raulito, Roberto, Armando,

i bambini dellìAquilone,

2004: Natale, premio di cultura a Lina Ferrero

2005: 13 febbraio, pranzo con amici d’Ivrea, 9 aprile Ghiaia con Agriturismo e inaugurazione,

27 giugno I ragazzi di Jocimar e Vera,  21 luglio i ragazzi a Pino d’Asti,

13 ottobre, i ragazzi di Simona,

2006: 31 gennaio la scuola, la neve, 25 aprile: agritursmo “Bella Ciao”, Mostra sul Popolo Curdo,

Mostra di Emergency, Mostra sull’Iraq, Wladimir e Anna, Wladimir,

2007: Agosto, festa con i tesisti, Lettera di Natale, Natale e Capodanno all’Agriturismo, Barbiana,

2008: Lettera di Pasqua

2009: Lettera Estate, Lettera di Natale, febbraio Edith Ruiz, Lina con i ragazzi,

2010: Lina con la gente e da Laura ad Ivrea, Lina con un bambino,  Isabel al Trompone con Lina e amici, El Salvador (Pusthan) Diario di viaggio, la città di Barcellona, Lo Sbarco di Barcellona (Diario di viaggio);

2011: 13 marzo cena in famiglia, 27 agosto con Juan Carlos, lettera di Natale,

2012: 27 agosto con Fuentes, 18 novembre da Laura ad Ivrea, Lettera di Natale, Famiglia romena,

2013: Pasqua, corso sui conflitti, maggio con Jocimar e Vera, lettera agli amici di Daniele Dalbon, lettera di Natale, 1 dicembre con la neve,

2014: Pasqua sul corso dei conflitti, Pasqua e Natale 2014, 27 settembre mostra di quadri di Gandini,

2015: 1 gennaio e 17 gennaio incontro sul Medio Oriente, 10 febbraio agriturismo “Bella Ciao”Per un vivere sano: “Fa la cosa giusta” (2009 con “Pè Nò Chao”) ed (2015 “Expo”)

 

 

Presentazione

 

 

Berzano San Pietro, 20 gennaio 2012

 

Quest’opera di Daniele è uno zibaldone di ricordi, di iniziative, di racconti, di lettere, di progetti, di foto…

Non segue un ordine cronologico, ma apre delle ampie finestre sulla realtà dell’impegno civico e della solidarietà.

Con la semplicità del volontario, con la semplicità dell’umile, con lo stupore dell’eterno giovane, con la curiosità del ricercatore ha operato un collage che risulta interessante, accattivante e coinvolgente.

Grande cultore della memoria, convinto del dovere di offrire segni indelebili di fiducia e di speranza, Daniele ci dona a piene mani i ricordi di una vita, la sua, trascorsa al servizio di tutti i volontari, di molti gruppi, di diversi progetti, a servizio dei piccoli e dei deboli.

Daniele, artista della fotografia, ha fissato i momenti più significativi delle esperienze osservate con passione, partecipando e condividendo sogni e progetti.

Noi della Ghiaia, e con noi gli educatori dei vari progetti raccontati, gli siamo grati, perché mentre lavoravamo non riuscivamo a trovare il tempo per raccogliere, sistematizzare l’esperienza e l’ha saputo fare lui, con fraterna amicizia.

Le esperienze che narra Daniele sono ancora tutte vive ed operanti, nel tempo si sono sviluppate, hanno conosciuto un’evoluzione. Molte cose sono cambiate, è naturale, ma ciò che racconta questa raccolta è vera, è accaduto e quanti hanno vissuto queste storie sono ancora impegnati nei vari progetti ad aprire degli spazi di speranza, a sfidare la crisi che minaccia di spegnere ogni fiducia, ogni entusiasmo.

Anche Daniele continua il suo viaggio e continua a fermare con la sua macchina fotografica attimi di vita!

Grazie Daniele!

 

Lina della Ghiaia

 

 

Questi sono appunti, pubblicazioni varie che io ho messo insieme da contorno con le fotografie dei vari avvenimenti accaduti in questi vent’anni.

 

 

 

 

Torino, 16 dicembre 2012

 

 

Carissimi,

 

oggi è il compleanno di mia mamma, se fosse ancora viva avrebbe compiuto 99 anni. Sono stato da don Mario dei Salesiani e ho fatto scrivere le messe annuali ai miei cari. Sono stato a pranzo da Miriam, Mario, Francesco e Bruna che dopodomani partono per il Nicaragua. Nel pomeriggio sono stato a Berzano da Lina, che è un poco la mia mamma, pochi minuti ma essenziali, per confrontarci sugli avvenimenti che accadono e poi gli porto i giornali della settimana.

La crisi è molto forte e sempre più persone sono in difficoltà ed è sempre più importante raccontare le esperienze vissute,  per far sapere ai giovani.  Dopo una tisana torno a casa, e non vedo l’ora di essere da solo con i  miei pensieri: mentre metto l’auto in garage incontro una mia vicina del piano superiore, gli dò la mia agenda e contenta in poche parole m’incoraggia su quanto stò facendo.   Penso proprio di non andare in Nicaragua, il mio posto, è di finire  qua in Italia “le mie memorie”.

L’anno scorso l’avevo detto, no? Ho un lavoro per dieci anni, e allora finiamolo, (è gìà passato un anno!)  e poi ho viaggiato molto, (mia mamma me lo diceva sempre) soprattutto negli ultimi sei anni,  il mondo è a Torino: il 10% della popolazione è straniera. In questi giorni che sono stato senza auto per motivi tecnici, sono stato bene, ho potuto leggere tre libri e  camminando si gusta molto di più la città e la gente che ci abita.

Qui di seguito propongo ciò che ho osservato vivendo, con gli amici del Brasile, dell’Honduras, del Salvador alla Ghiaia.

 

 

Torino, 23 novembre 2012

 

Carissimi,

 

la scuola popolare e un tentativo di “comunità”. Ho conosciuto Lina dopo essere stato in Salvador nel 1988 con Maria Teresa Messidoro: per anni abbiamo lavorato insieme nel Comitato Salvador: tutte le sere mi telefonava a chiedermi un passaggio in auto e mia mamma e mia sorella a dirmi: “se ne approfitta. Daniele è il caso che partecipi a tutte queste riunioni? Un lavoro c’è l’hai!”

Insieme al viaggio c’erano Enrico e Giovanni, due obiettori che avevano appena svolto il servizio civile alla Ghiaia.  Quasi tutte le settimane  vengo o a portare dei giornali oppure al ritorno dalla campagna. E poi ci sono sempre  degli incontri con persone interessanti, gruppi e vent’anni fa  si faceva  un giornalino sulla lotta di liberazione in El Salvador ed io quando ero presente ho sempre fotografato.

In questa pubblicazione presento la mia testimonianza di alcuni momenti dove c’ero; certo non è esaustivo, avrei dovuto viverci, però anche se non ho vissuto dal di dentro,  sono ancora legato da amicizia con Lina che ora che non c’è più mia mamma è uno dei miei riferimenti.

Proprio oggi, mentre stò scrivendo “le mie memorie” gli chiedo se serve a scrivere: “si perché tutti dimenticano in fretta e se non si hanno degli ideali forti ci si perde per la strada…”

 

 

 

 

 

 

 

Domenica 20 settembre 1992 verrà esposto il reportage fotografico di Daniele Dal Bon

 

“NICARAGUA: IMMAGINI…PIU’ CHE PAROLE”

 

Dopo aver documentato, in diversi momenti, la realtà sociale e i cambiamenti che una Rivoluzione Popolare, pur tra numerose contraddizioni aveva tentato di realizzare, ho rivisto oggi un Nicaragua “nuovamente” diverso.

 

Non è facile spiegarlo.

 

Sono osservazioni o forse intuizioni, certamente necessarie di approfondimento, ma che non possono non colpire, coloro che ritornano in quel paese, per anni al centro dell’attenzione mondiale.

 

Ancora una volta ho voluto affidare alla macchina fotografica questa mia ricerca, nella speranza che trovi in qualcuno la voglia di fermarsi, riflettere, capire e…impegnarsi.

 

Ogni cambiamento deve rendere giustizia all’uomo, pertanto non ci può lasciare indifferenti, in qualsiasi parte del mondo avvenga.

 

Lo stile che ho scelto consiste in una semplice comparazione: dove prima c’era una pubblicità che chiedeva ad una mamma d’allattare il suo bambino, oggi sovrasta l’invito a bere coca-cola etc.etc.

 

Il Terzo Mondo ci incalza, anzi è qui da noi.

Il Terzo Mondo scomparirà, ci sarà solo un mondo! Come? Dipenderà da tutti noi!

 

 

Rassegna stampa

 

(da Sintesi Settimanale El Salvador)

 

(Invito)

 

Domenica 20 settembre 1992

 

alla Cascina Ghiaia in berzano San Pietro (AT) verrà esposto il reportage fotografico di

Daniele Dal Bon.

 

Presso la Cascina Ghiaia verrà esposto il reportage fotografico di Daniele Dal Bon “Nicaragua: immagini…più che parole”, dopo aver documentato, in diversi momenti, la realtà sociale e i cambiamenti di una rivoluzione popolare, pur tra numerose contraddizioni, aveva tentato di realizzare, Dal Bon ha rivisto oggi un Nicaragua “nuovamente diverso”, dove prima c’era una pubblicità che chiedeva ad una mamma di allattare il suo bambino, oggi sovrasta l’invito di bere coca-cola.

In questa stessa data è previsto un incontro con la scuola popolare “La Ghiaia” durante il quale sarà possibile assistere alla proiezione dei filmati realizzati da Daniele Dal Bon su Africa e America Latina.

Il fotografo presenta la realtà di un paese che, già radicalmente trasformatosi dopo la rivoluzione popolare, oggi risulta nuovamente “diverso”:  nel reportage vengono affiancate le immagini di qualche tempo fa con quelle attuali, a sottolineare le differenze ed a suggerire interpretazioni.

 

Berzano San Pietro (AT) – Il 20 settembre, presso la Cascina Ghiaia, esposizione del reportage fotografico “Nicaragua: immagini…più che parole”, curato da D. Dal Bon.

 

L’ottimo Daniele Dal Bon che ha aggiunto il volume ispiratesi al metodi di Paulo Freire, “Il risveglio del dubbio” della Scuola Popolare La Ghiaia (Coordinamento Insegnanti perla Non violenza).

 

Una piccola “isola” piemontese dove non cantano vittoria il neoliberismo, l’egoismo, la scuola di classe, il profitto, il dio denaro.

 

 

SCUOLA POPOLARE  “LA GHIAIA”

 

 

Un po’ di storia..

 

Livio e Lina si sono sposati il 21 febbraio 1974.

Nel novembre del 1975 sono venuti ad abitare alla Ghiaia dove, nel frattempo,  Livio aveva ristrutturato una parte della casa. Subito è giunta Marina, che frequentava la prima media a Cocconato, a svolgere i compiti.

A dicembre si è aggiunta Piera che, per la distanza – abitava ad Albugnano – si fermava alla Ghiaia durante tutta la settimana. A gennaio del 1975 sono giunti Vittorio – compagno di scuola di Marina e Piera – Carlo e Graziella.

Nell’estate del 1977, mentre Marina, Piera e Carlo si preparavano per sostenere l’esame di terza media, è giunta Franca.

Aveva appena subito un grave incidente con il motorino e la scuola media di Casalborgone c’è la raccomandata affinché non perdesse l’esame di licenza media.

Franca si è poi fermata qui per seri problemi famigliari.

Contemporaneamente è arrivato Cesare, destinato dai servizi di base del Comune di Torino ad una famiglia della zona che poi, visto il ragazzo e consideratolo difficile non lo ha più voluto.

L’assistente sociale ci chiedeva di ospitarlo per qualche giorno, ma Livio rispose: “un ragazzo non è un pacchetto, se viene qui e si trova bene resta” e così fu.

Franca e Cesare sono stati quindi i primi due ragazzi presi in affidamento e dopo di loro, dal 1977 al 1991 giunsero Marco, Ernesto, Franco, Valeria, Rosalia, Elisa, Tiziana, Susy, Rosita, Mariangela, Paolo, Sandro, Luigi, Massimo, Stefania, Daniela, Giuseppe, Angela, Renata, Wanda, Maria, Elio, Elisa, Alessandro, Andrea, Claudia, Fabrizio, Gian Walter, Davide, Elena, Sonia, Gian Luca, Anna Maria, Katia e Anna Maria.

A questi si sono aggiunti altri che venivano alla Scuola Popolare a studiare, erano “affidi scolastici” ma condividevano la vita comunitaria.

 

Nata nel 1974 la Comunità La Ghiaia si è caratterizzata fin dall’inizio come una grande famiglia affidataria. Ha accolto ragazzi adolescenti che provenivano da difficili situazioni famigliari e che, spesso, avevano alle spalle anni d’istituto e talvolta erano reduci da esperienze fallite d’adozioni.

Fu ben presto evidente che la scuola pubblica non era attrezzata per inserire correttamente questi ragazzi: le gravi carenze di preparazione, la mancanza di autostima, la problematicità di ogni ragazzo che ne faceva un “caso” a se rendevano difficile l’approccio e, quindi, l’apprendimento ed il rapporto con gli scolari “normali”.

Per questo nacque all’interno della famiglia affidataria la scuola popolare, caratterizzata da un metodo che privilegiava e privilegia la presa di coscienza della realtà, la partecipazione, il dialogo, la ricerca dei mezzi per modificare le situazioni negative. Ciò senza enfatizzare la funzione del docente, ma richiedendo ai partecipanti un particolare impegno di creatività e di relazione positiva con gli altri.

Tutti i ragazzi hanno conseguito così  le licenze d’obbligo ed alcuni hanno proseguito gli studi. La vita in comunità consente una condivisione totale delle esperienze, che rende assai concreti i rapporti interpersonali, infatti tutti sono impegnati nella coltivazione delle terra, nell’allevamento degli animali, è anche necessario cucinare, lavare, cucire, stirare…Per offrire opportunità d’impegno ai giovani portatori d’handicap, sono stati creati laboratori di stampa, rilegatura e tessitura.

La Comunità è stata precedentemente anche impegnata nella pubblicazione d’un giornale e nella stampa di libri.

A Berzano San Pietro sono stati accolti anche ragazzi provenienti dall’America del Sud e Centrale, cosa che ha offerto l’opportunità di pubblicare numerosi contributi su vari aspetti di quel continente.

Una coppia di brasiliani si è preparata in comunità per dar vita ad un progetto con bambini di strada tutt’ora in corso a Recife, mentre alcune ragazze salvadoregne, accolte nella comunità sono attualmente impegnate nel loro paese nella conduzione di una scuola materna indigena.

E’ stato così realizzata una sorta di “esportazione”, del metodo della scuola popolare volto ad offrire gli strumenti di cui giovani e meno giovani hanno bisogno per essere autonomi e consapevoli dei propri diritti, capaci di analizzare i propri problemi e di prendere coscienza delle proprie risorse e di migliorarle.

Il progetto politico della Scuola è trasparente: altro non è che un contributo alla creazione d’una società più giusta ed umana, come è trasparente la fede nelle risorse dell’uomo ed in un Dio incarnato ed impegnato nella storia dei più deboli.

La scuola popolare è una sfida alle istituzioni, alle certezze dei benpensanti, ai programmi teorici ed all’assolutizzazione del quoziente intellettivo, alle diagnosi degli specialisti ed ai giudizi dei professori, ai timori dei genitori, ed alle timidezze dei ragazzi.

Una sfida ai limiti ritenuti “oggettivi” ma che devono essere spostati sempre un poco più in là per spezzare il cerchio che immobilizza i “vinti”.

 

Dall’ estate del 1997 la scuola ha intrapreso un’attività estiva interculturale, continuando nel pomeriggio dopo la scuola, con alcuni bambini  di Berzano San Pietro prima nei locali della parrocchia, poi nella casa di Pino d’Asti “Arcobaleno”, attualmente a Navissano in Castelnuovo Don Bosco.E’  una bella esperienza, i bambini e le bambine sono felici, gioiscono, si divertono, imparano a stare insieme, a comunicare, a condividere, a tessere, a dipingere, a costruire burattini, a inventare storie e a drammatizzarle, a cantare e danzare. Collaborano amiche esperte in tessitura, in psicomotricità, in pittura, in poesia e creazione di burattini.

L’esperienza continua nei pomeriggi dopo la scuola e propone attivita’ creative, ricreative e formative oltre l’appoggio per i compiti assegnati dalla scuola.

 

E’ un piccolo progetto concreto: una proposta pedagogica valida in ogni emisfero nella realizzazione di un mondo migliore; in attesa di nuovi amici, di nuove sfide e di nuove opportunità; un ponte incredibilmente solido che collega le colline astigiane con il mondo intero.

 

 

studiare, leggere, discutere, lavorare, giocare INSIEME

 

Berzano San Pietro, un bel paese sulle colline piemontesi.

La bianca chiesetta della Trinità all’entrata del paese ci accoglie con un messaggio di fede.

Nei locali della parrocchia vicino alla chiesetta è nata una iniziativa comunitaria e interculturale.

I bambini e le bambine, durante le vacanze estive del ’97, si sono trovati ogni giorno con Simona, la coordinatrice del centro, e le sue collaboratrici, per trascorrere ore liete di gioco e di attività creative.

 

Ogni giorno c’è il momento della riflessione comune, poichè l’iniziativa ha uno scopo formativo dei ragazzi.

 

Durante la mattinata con Simona e Edith si svolgono i compiti delle vacanze divisi in piccoli gruppi: i bambini e le bambine hanno bisogno di appropriarsi degli strumenti linguistici e logico-matematici che li aiuteranno ad affrontare i problemi della vita.

Ma anche le attività manuali sono importanti, le attività  creative:

 

Marilena Giaccone, un’esperta tessitrice di Asti ha insegnato ai bambini l’arte della tessitura. Ecco i piccoli tessitori all’opera: le mani che tessono raccontano la storia,

le tradizioni e cercano di ritrovare un modo di esprimersi e di comunicare.

 

Laura Tricco, un’artista di Frassinello: scrittrice e pittrice coordina il laboratorio di pittura.

Il lavoro non intende sottolineare le abilita’ individuali o spingere alla competitività,

bensì si propone di favorire il lavoro di gruppo, lo scambio culturale, la cooperazione, la collaborazione e la gioia del lavoro collettivo.

 

E’ l’ora del pranzo: le famiglie collaborano per la mensa e integrano l’aiuto degli amici

che ci hanno fornito dei viveri di prima necessità.

 

Non si spreca nulla, i bambini nel regolamento che si sono dati hanno scritto: “abbiamo deciso di mangiare quello che c’è, sappiamo che siamo fortunati perchè molti bambini non hanno nulla da mangiare”.

 

Nonna Lina ha insegnato un canto in piemontese, lo eseguono tutti: italiani, somali, marocchini e peruviani.

E drammatizzano il canto divertendosi un mondo.

Edith ha insegnato una danza centroamericana, il mambo.

I ballerini si destreggiano come possono, ma gioiscono tanto!

 

E’ l’ora della merenda, dopo si fa una passeggiata e si gioca all’aperto.

 

Il 4 ottobre, giorno di San Francesco, i bambine e le bambine si stringono attorno al Parroco, don Francesco Rivalta, per fargli gli auguri.

E offrono uno spettacolo ai genitori, ai compagni di scuola, alle maestre e agli amici.

 

Edith ha costruito con i bambini una bella “pignata”, una bambolona piena di caramelle e la festa finisce con il gioco dei bambini per rompere la pignata e scoprire le sorprese.

 

L’esperienza continua nei pomeriggi dopo la scuola e propone attività creative, ricreative e formative oltre all’appoggio per i compiti assegnati dalla scuola.

 

E’ un piccolo progetto concreto con una proposta pedagogica valida in ogni emisfero nella realizzazione di un mondo migliore in cui ognuno di noi possa vedere in qualsiasi persona del mondo un fratello con pari dignità.

 

 

 

 

 

 

 

Costruzione della casa. Attività con Anna. Lavori agricoli. Lavori della casa. Lavori di tipografia di stampa del giornale. Comandante Shafick Handal. Incontro con Giulio Girardi. Tomba di Livio al cimitero di Berzano San Pietro. Ragazzi zingari. Anna al mare con Alessandro e Armando. Incontro con don Tonito Castro, nicaraguense.

Cartelli scolastici. La Ghiaia con la neve. Riunione sul Centro America. Riunione di Jocimar e Vera. Riunione con Edwin e Catalina. Natale e Capodanno in comunità.

Incontro con Nancy e Quita. Jocimar al convegno degli operatori di strada a Torino organizzato dal Mais. Incontro della comunità con Jocimar. Scuola interculturale con i ragazzi di Berzano San Pietro.

 

L’attività agricola su basa sulla coltivazione biologica di frutta e verdura per messa in vendita al pubblico.

 Viene pure attuata, con l’ausilio di un operatore specializzato, l’ippoterapia, una delle moderne discipline per il recupero del disabile psicofisico: il rapporto tra i disabili e il cavallo, è di fatto molto positivo perchè favorisce la normalizzazione del tono muscolare e migliora la concentrazione, l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti.

 

 

Appunti dalla scuola

 

La storia cambia a seconda della voce di chi la racconta. Ciò che per i romani fu l’invasione dei barbari per i tedeschi fu l’emigrazione al sud. Non è la voce degli indios quella che ha raccontato fino adesso la storia d’America.

 

Stai facendo il servizio militare?

non ti senti un idiota

quando marci per quattro ore al suono di una banda?

non ti senti la tua dignità calpestata quando

scatti sull’attenti davanti ad assassini gallonati?

L’uomo libero non indossa divise: diserta.

Devi partire per un servizio di leva?

La politica militarista dei signori della guerra

cresce sul consenso attivo e passivo,

implicito in ogni forma di subordinazione.

Il servizio civile è comunque

una forma di legittimazione

delle strutture autoritarie e militariste

che gestiscono la tua vita.

Non c’è pace senza libertà.

Rifiuta il servizio militare e il un servizio civile.

 

Durante una manifestazione organizzata da Mani Tese (1998) con i ragazzi di Berzano San Pietro.

 

CERCASI

Tessitori – Muratori – Minatori – Braccianti – Fabbri – Cavatori – Conciatori – Vetrai – Manovalanza generica.

 

REQUISITO INDISPENSABILE: Età compresa fra i 5 e i 14 anni

 

Costano pochissimo, non si lamentano delle condizioni di lavoro, non chiedono aumenti, non scioperano. Lavorano anche 14 ore al giorno. Non vanno a scuola, a volte si ammalano. Ma è facile sostituirli. Ce ne sono tanti nel mondo, più di 150 milioni. Sono i bambini buttati sul lavoro, nelle zone più povere del mondo.

Con 350.000 lire all’anno Mani Tese riesce a liberare un bambino da questa condizione di schiavitù.

 

 

Scuola Popolare La Ghiaia

 

5503 dediche distribuite nell’arco di 17 anni (dal 1984 al 2000), brevi pensieri, talvolta lunghe frasi scritte da tante persone di tante nazionalità diverse sul quaderno del cimitero di Barbiana, dove dal 1967 è sepolto don Lorenzo Milani, priore dal 1954, fondatore di quella scuola che ha fatto conoscere Barbiana al mondo. La parola grazie è quella che ricorre più frequentemente tra le 736 pagine del volume: “Con affetto. Grazie per il tuo esempio”; “Grazie don Milani per l’amore che hai dato alle persone semplici e ai poveri…”; “Grazie per essere stato tra noi”; “Un grazie non basta ad un uomo che ha dedicato la sua breve vita alla formazione di tanti giovani”. I grazie derivano evidentemente dal riconoscersi, da parte dei tanti pellegrini, in un omogeneo sistema di valori, in cui grande importanza viene dato al passaggio di testimone: “Non so che dire, forse senza di te non sarei obiettore, sono strani i fili che ci “legano” a persone che non si sono conosciute e che invece si sentono vicine. Forse perché ti intuisco partecipe di sentimenti cui sento di tendere anch’io, carico di imperfezioni” scrive Paolo nel 1986. Così pure

Graziella nel 1987: “Ho vissuto un anno alla Scuola popolare della Ghiaia e venendo qui ho potuto constatare quanto è simile all’esperienza che Lorenzo viveva qui con i suoi ragazzi”.  Nel leggere, talvolta soltanto nello scorrere queste migliaia di dediche mi è sembrato di immergermi in un continuo fluire di pensieri familiari, dietro ai quali si intuiscono storie di comuni sentimenti. “Non sono religiosa, non credo in Dio ma credo fermamente nelle persone che fanno della passione e dell’entusiasmo la propria ragione di vita. Mi sono avvicinata a lei una prima volta quando ero molto piccola, con mio padre che mi portò quassù “a vedere dove aveva vissuto Don Milani”, non ho grandi ricordi di quella giornata ma solo la grande commozione di mio padre” (Ilaria, 1998). “Tu Don Lorenzo sei stato vicino a giovani che adesso sono i nostri genitori, li hai aiutati a diventare “persone adulte” capaci di educare dei figli. Noi ti ringraziamo per avergli insegnato ad amare in modo tanto umano: così il tuo esempio continua nel loro insegnamento nei nostri confronti. Quindi il tuo amore è sempre “vivo” come lo siamo noi”

(Fabio e Daniela, 1988).

E’ chiaro che chi ha scritto le dediche costituisce un popolo molto particolare che ha compreso la sostanza del messaggio del priore di Barbiana: “Aggiungere parole non serve a nulla. Questo tu volevi, fatti e opere, null’altro, tu dicevi ed è vero. Ora che non ci sei più fai in modo che tutti noi si segua l’unica e giusta via, quella che ciascuno ha da percorrere ogni giorno, senza percorrere svolte che paiono comode ma non lo sono”, scrive Paolo nel ’92. Don Milani, questo emerge nettamente, continua ad avere allievi, la sua testimonianza è stata feconda, come negarlo?: “Grazie alle tue riflessioni ho potuto insegnare per 35 anni con uno spirito diverso, cercando di dare il più possibile, amandoli. Si può.” (Giovanni, 1992).  Come no?!  E’ questo proprio uno strano libro, come lo può essere un buon libro di poesie, di pensieri che evocano a loro volta altri pensieri, di parole dense di risonanze significative. Lo potremmo classificare pure una sorta di diario collettivo, scritto da moltissime persone che si riconoscono non tanto nella persona di don Milani ma piuttosto nel proseguire un impegno. “Ha lasciato la testimonianza di una vita a chi crede nella vita. Dio lo abbia nel suo eterno riposo e benedica tutti i giovani tanto amati da Don Milani”, scrive nel ’93 il Card. Lorscheider sul quaderno del cimitero di Barbiana.

Perché allora comprare e diffondere questo libro di dediche? Perché è un po’ come salire quella strada che porta da Vicchio a Barbiana, minuscola ed ancor oggi sperduta frazione sulle pendici del Monte Giovi. E nel salire non si potrà non provare quel disagio profondo che diventa via via inquietudine. Non è poco, mi pare.

Il libro non si trova nelle librerie e quindi la sua diffusione viene affidata alla responsabilità di tutti. Per ricevere il libro occorre richiederlo direttamente a:

 

Edizioni QUALEVITA, via Buonconsiglio 2, 67030 Torre dei Nolfi (AQ); E-mail: sudest@iol.it, oppure telefonando a Pasquale Iannamorelli (cell. 864 46448), animatore solidale e fraterno.

 

 

 

Le Tesi degli amici

 

 

L’EDUCATIVA DI STRADA.

 

Dalla tesi di Edwin Ruiz:

 

La strada, prima che un posto fisico è un luogo culturale, uno dei principali in cui una comunità rappresenta se stessa.

Negli ultimi decenni è nato anche in Europa il lavoro di strada ispirato alle grandi educative di strada del Brasile e delle più grandi città dell’ America Latina.

Duccio Demetrio, in un seminario sul lavoro di strada celebrato a Torino nel 1995 ricordò che il lavoro e l’educazione di strada sono riconducibili, al lavoro filosofico dei pensatori greci del IV e V secolo A. C. Socrate fu il primo educatore di strada.

Per citare alcuni filoni dei nostri secoli possiamo dire che Paulo Freire in Brasile e Don Milani in Italia, il primo mediante l’alfabetizzazione come pratica della libertà e il secondo con la  scuola di Barbiana hanno tracciato alcune linee educative per il lavoro con i ragazzi che venivano esclusi dalla società.

La strada può essere lo spazio simbolico per diversi incontri, ma può anche essere un non luogo dove i ragazzi vivono una schiacciante solitudine.

Mediante l’ educativa di strada, le vie delle grandi metropoli del mondo sono diventate una scuola, un laboratorio o un’officina dove i ragazzi, accompagnati dagli educatori inventano strategie di sopravvivenza, si divertono suonando, cantando e danzando e dove soprattutto cercano di dare un senso alla propria esistenza.

Penso alla grande esperienza degli educatori del Grupo Pe no Chao di Olinda, nel nord est brasiliano che ho conosciuto personalmente e con i quali ho condiviso diverse pratiche educative, ma penso soprattutto alla mIa esperienza con i ragazzi di strada di San Salvador, è lì che ho maturato le mie scelte professionali esperimentando quotidianamente la necessità di un lavoro che poggiasse su dei presupposti teorici chiari.

La tesi di fondo che accompagna le esperienze del lavoro di strada è che questa attività può assumere come obiettivi e contenuti specifici i bisogni di crescita degli individuo ~di identità, di relazioni e di condizioni di vita più degna.

L’educazione di strada non può essere sottoposta a criteri di programmazione per obiettivi rigidi e predefinito.  Partendo dai problemi reali, pur senza cadere nelll improvvisazione, si tenta di dare risposta ai bisogni e soprattutto di promuovere la creatività dei ragazzi.

È difficile anche scandire per fasi le attività, è necessario rapportarsi al tempo richiesto dalle maturazioni che il gruppo è in grado di tollerare.

Non è neppure possibile delimitare con precisione gli spazi, ma ci si trova a dover organizzare spazi educativi, spesso cercarli,’ nonché andare a cercare i ragazzi là dove si trovano attratti da alcuni interessi.

I contenuti che giustificano l’aggregazione non possono essere pre confezionati, vengono individuati dal gruppo e l’apprendimento è sempre esperienziale, non concettuale.

Ci vuole progettualità ma questa si traduce, di solito, in micro­progetti che si esprimono in obiettivi specifici diversificati. Il più qualificante e maturo, nella mia esperienza è stato quello del microcredito: i Paesi donatori ci davano un contributo e noi diventavano imprenditori di qualche attività commerciale o artistica impegnandosi a restituire piccole quote senza interessi.

-Sebbene noi educatori di strada dovevamo fare i conti con una realtà  molto fluttuante, spesso influenzata da ciò che avveniva nella città; retate, incidenti o disgrazie, cercavamo tuttavia di organizzare il nostro lavoro a partire dalla mappa topografica e dalla mappa dei bisogni, di passare dai primi contatti al consolidamento della relazione in cui veniva riconosciuto l’educatore di strada come adulto significativo. Passavamo poi alle proposte-stimolo per sviluppare le competenze e le potenzialità del gruppo per arrivare alla micro-progettualità insieme ai ragazzi e, finalmente, sempre con loro, alla mappa dei risultati. È stata un’esperienza dura ma significativa, sulla strada ho dovuto imparare a mettere in atto un’ osservazione partecipante discreta, attenta e propositiva.

Sono molte le difficoltà che ho incontrato, ad esempio la differenza di linguaggio.

Non è facile per l’educatore comprendere il gruppo che è un microcosmo chiuso nelle sue regole: i membri del gruppo che troviamo in strada sono legati fra di loro da profondi vincoli emotivi, condividono esperienze, valori e norme, da una parte essi hanno bisogno di figure adulte a cui riferirsi, ma dall’ altra non si fidano e le rifiutano.

 

L’educatore si interroga, si domanda come poter entrare in relazione , con questi ragazzi senza incappare nelle trappole tese dall’ ambiente:  valori di una cultura: il valore definisce ciò che è importante, valido e meritevole di lottare per raggiungerlo. Vi sono valori universali che si riferiscono ai diritti umani, ma poi ogni cultura può esprimere valore diversi. I giovani immigrati che giungono in Italia sono portatori di valori, al loro Paese seguivano delle norme che esprimevano valori ben precisi. Arrivando nel nostro Paese possono riconoscersi nei valori comuni, universali, ma possono anche non capire o non assumere facilmente i valori particolari della cultura ospitante.

Gli adulti di riferimento molto spesso vivono un processo di trasculturazione, ovvero di passaggio dalla cultura d’origine a quella del Paese ospitante.

Convivono, nei loro comportamenti, usi e costumi tradizionali ed altri tipici delle società industrializzate postmoderne.

Tutto questo comporta una quota di disagio. I ragazzi reagiscono adattandosi alle mode locali come gusti musicali, gergo linguistico, estetica del corpo, modi di vestire e di consumare in genere. L’operatore sociale, l’educatore che lavora con adolescenti immigrati ha bisogno di conoscere la cultura di provenienza di ognuno, deve saper mediare conoscendo la propria cultura, deve essere in grado di proporre un’ esperienza interculturale.

Le nuove generazioni di adolescenti e giovani rivelano una grande sfiducia nelle istituzioni, le loro scelte sono sempre più individuali e spesso preferiscono frequentare gruppi che non richiedono un grande  impegno.

Non è facile oggi/per gli adolescenti far parte di un gruppo in cui ci sia una progettualità, non è facile aggregarsi.

I ragazzi sembrano dar valore alle esperienze di relazioni informai i tra coetanei, le famose compagnie che vivono sulle strade, piazze, panchine, giardini, muretti o bar.

Tuttavia si avverte la necessità di centri di aggregazione propositivi.

Dopo aver tentato di analizzare e descrivere la realtà giovanile nei capitoli precedenti di questa tesi, mi domando come possano oggi i centri di aggregazione giovanile interpretare i bisogni e le aspettative dei ragazzi, a quali condizioni questi centri possano offrire ai giovani occasioni di partecipazione,di solidarietà, di cittadinanza attiva.

 

Come possono, questi centri, assolvere al loro compito principale che è quello di creare socialità.

Mi domando dove trascorrono il tempo libero i ragazzini immigrati, se ci sono sul territorio proposte alternative alla strada, come i ragazzi vengono a conoscenza di questi centri, quali caratteristiche dovrebbe avere oggi un centro di aggregazione giovanile e quali competenze deve avere l’educatore/animatore.

 

Guardandomi attorno, osservando la realtà, leggendo ciò che autorevoli sociologi, pedagogisti, psicologi e operatori sociali hanno scritto, mi pare di poter affermare che molti dei ragazzini che ci appaiono demotivati, frequenterebbero un centro se trovassero una proposta forte, chiara, convincente e sarebbe tanto importante per loro, poichè queste esperienze di aggregazione positive riescono a incidere nei percorsi evolutivi degli adolescenti.

I centri di aggregazione presentano fattori di protezione quali: la presenza di una relazione affettiva stabile, il supporto sociale sterno alla famiglia, un contesto, uno spazio vitale positivo, e infine esperienze che contribuiscono ad aumentare l’ auto stima dei ragazzi.

Di qui la necessità di rilanciare i centri di aggregazione giovanile che, fin dagli anni’70 hanno assolto un compito educativo e socializzante molto importante. Parlare di aggregazione in una fase in cui la società sembra’ . ~ sempre più non è facile eppure, consapevole della necessità di offrire ai ragazzi la possibilità di vivere legami positivi con i pari in un ambiente in cui gli adulti siano presenti con una proposta educativa, dobbiamo assumere questa responsabilità .

Stefano De Stefani, in Animazione Sociale febbraio 2006, riporta l’efficacia di un centro di aggregazione raccontata dai protagonisti.

Da questi interessanti racconti emerge l’importanza che le esperienze di aggregazione hanno avuto nella vita dei ragazzi che si sono sentiti accolti, sostenuti e accompagnati.

I tre attori principali: l’adolescente, il gruppo e l’educatore hanno dato vita a esperienze che hanno consentito una crescita consapevole e uno spirito critico notevole.

Gli studiosi che hanno raccolto le storie dei ragazzi si sono domandati se prevenzione, promozione e proposta (” le tre P”) erano presenti e rintracciabili nei racconti e hanno potuto constatare che ognuna delle “tre P” è collegata alle altre, sono le diverse sfaccettature di una realtà aggregate.

Infatti, anche nella mia esperienza educativa, soprattutto con I ragazzi di strada del mio Paese, EI Salvador, ho potuto vedere che si previene promuovendo e proponendo: la proposta di attività interessanti, di partecipazione a progetti concreti come la costruzione di oggetti di legno per la vendita, lo studio, lo sport/specialmente il calcio e la pallacanestro, uno spettacolo teatrale un concerto con strumenti rudimentali potevano promuovere le capacità dei ragazzi, la loro imprenditorialità e creatività, le loro capacità e tutto ciò preveniva la droga, i furti, le fughe dalla famiglia.

Nella Carta delle politiche giovanili del 2001, un documento elaborato da un gruppo di lavoro del territorio di Conegliano Veneto, si afferma che l’educare esprime sempre una valenza e un effetto preventivo, quando prevenire è inteso in senso positivo e promozionale, cioè come azione che non persegue finalità difensive o coercitive, quanto piuttosto azioni di stimolo allo sviluppo delle potenzialità positive che ogni persona possiede.

 

Un centro di aggregazione giovanile è una palestra in cui i ragazzi esperimentano la loro autonomia, percepiscono come soggetti capaci di fare qualcosa e quindi acquistano una immagine positiva di sé.

È dunque importante rilanciare l’esperienza pluriennale dei centri di aggregazione. Sergio Dubone, nell’ inserto di Animazione Sociale del febbraio 2006 afferma questo e ricorda le aggregazioni  spontanee nei cortile e  poi negli oratori, le associazioni e società sportive, in seguito il ritrovarsi progettati a partire dagli anni ’70.

 

Nel 1985, anno internazionale della gioventù, è stata poi avviata l’iniziativa di tanti Comuni per coinvolgere i giovani per offrire loro spazi di aggregazione/in questi si è consolidato l’approccio partecipativo.

I cambiamenti avvenuti: la globalizzazione del  mercato,  l’immigrazione massiva, la fragilità sociale, la fatica delle famiglie, la disoccupazione giovanile e la precarietà del lavoro· collocano gli educatori dei centri in una nuova dimensione, quella della complessità e li obbligano a reinventare i centri e a riattrezzarsi per essere ancora in grado di interessare ai  giovani.

Anche se la partecipazione è in crisi, oggi più che mai i giovani hanno bisogno di partecipare e la promozione della partecipazione è compito primario dei centri di aggregazione giovanile.

La Carta Europea di partecipazione dei giovani alla vita locale e regionale del 2003, al primo punto dice: “la partecipazione attiva dei giovani alle decisioni e alle attività a livello locale e regionale è essenziale se si vogliono costruire delle società più democratiche, più solidali e più prospere”.

Siamo convinti che la richiesta dei ragazzi è di disporre di spazi dove incontrarsi, dove far musica, dove sperimentare l’autonomia. Bisogna incrementare i luoghi produttori di significato, lavorare seriamente affinchè i giovani trovino occasione di aggregazione positiva.

A questo punto è necessario capire quale figura di educatore occorra per inventare, creare e poi sostenere centri che davvero sappiano offrire opportunità di crescita e di partecipazione.

Gli adulti che lavorano nel centro hanno precise funzioni educative, devono essere in grado di accompagnare i ragazzi, di sostenerli, di promuovere il loro sviluppo e la loro socializzazione.

In questi spazi gli adolescenti devono poter confrontarsi con adulti significativi, educatori che non si pongono come modelli da seguire, ma come riferimenti, non come amici o compagnoni, ma come adulti capaci di contenere le loro emozioni, le loro paure e angosce, adulti in grado di un rapporto chiaro, asimmetrico, autorevole e credibile. Yvonne Bonner, nello stesso inserto di cui sopra, riporta i risultati di un confronto fra educatori durante un convegno sui centri di aggregazione giovanile. Il gruppo si è confrontato su due temi:

competenze professionali e motivazione. Rispetto la competenza hanno evidenziato la necessità di uscire dalla routine, essere capaci di aprirsi elle nuove sfide educative. È necessario che l’educatore sappia utilizzare pratiche flessibili, uscire dai protocolli

– preconfezionati, rompere le barriere delle idee consolidate, non afferrarsi a false certezze, non riferirsi a vecchi schemi, avere atteggiamenti di ascolto, di comprensione, di fiducia, saper dare tempo, non avere fretta, saper aspettare attivamente, lavorare nei tempi lunghi.

È poi sempre importante per l’educatore saper controllare le proprie emozioni, vivere bene la relazione, costruire re1azion che consentano il confronto con il mondo intero.

L’educatore oggi deve saper convivere con l’instabilità, accogliere gli imprevisti del viaggio e dell’ accompagnamento.

Deve mettersi in gioco, rischiare di persona, ma, allo stesso tempo, confrontarsi con gli altri, mettersi in discussione, imparare dagli errori e agire con grande senso di responsabilità.

I principali cardini dell’azione educativa del terzo millennio possono essere così riassunti: cambiare, dubitare e tutelarsi. Cambiare in questo mondo cambiato e cambiante, dubitare di sé, dei propri· metodi, della propria preparazione per accettare la sfida della formazione permanente e tutelarsi per la propria salute mentale, sapendo che la sua è professione di una stagione, prevedendo quindi sviluppi del suo sapere e del suo agire.

Il contesto socio culturale in cui viviamo è mutato. La categoria della complessità ha messo in discussione vecchie certezze e ha costretto noi educatori a rivedere i paradigmi pedagogici. Ha fatto dell’incertezza la categoria interpretativa della complessità e uno dei sette pilastri dell’ educazione proposti da Morin ( 2003 ).

Tutto questo con una grande passione per i ragazzi dovrebbe fare di noi degli educatori capaci di incidere nel tessuto sociale.

 

 

 

 

 

Dalla tesi di Roberta Pezzati:

 

2.5.1. La pedagogia degli oppressi: Paulo Freire

 

La Scuola Popolare “La Ghiaia”, nata nel 1975 sulla scia di un’ esperienza latinoamericana, ha applicato, con adulti analfabeti di ritorno, il metodo di Paulo Freire.

Il pedagogista brasiliano nato nel 1921 a Recife occupò la carica di direttore del Settore Educativo del Servizio Sociale dell’Industria nel nord-est brasiliano, che aveva l’obiettivo di coordinare gli insegnanti impegnati in un lavoro di avvicinamento delle famiglie operaie alla scuola.

Nel 1961 fondò il “Movimento di Cultura Popolare” a Recife e si occupò dei centri di cultura.

Nel 1964 fu arrestato: il governo di Branco, dopo un cruento colpo di stato, aveva abolito i diritti costituzionali e perseguitava gli educatori progressisti. Liberato nel 1967, girò il mondo e fece conoscere il metodo che aveva illustrato nel libro “Eduçao como pratica da libertade” pubblicato nel 1968 in Cile dove si trovava in esilio.

Nel 1975 lavorò nella Guinea Bissau dove organizzò una grande campagna di alfabetizzazione. Lavorò in Mozambico, in Angola e poi si stabilì a Ginevra fino al 1980 quando finalmente gli fu possibile tornare in Brasile per le nuove aperture che caratterizzarono i governi dell’ epoca.

La dittatura militare, instaurata nel 1964 finì nel 1984, Paulo Freire fu nominato assessore all’educazione di San Paulo.

Nel 1993 pubblicò il suo libro “La Pedagogia della Speranza” (Pedagogia da esperança).

 

Il pedagogista brasiliano intese l’educazione e l’ alfabetizzazione degli adulti come pratica della libertà.

Operando nel nord-est brasiliano fin dal 1963 mise in luce le cause dell’ analfabetismo che si radicano nella struttura di una società

Diede vita a un metodo critico che è stato applicato con successo in diverse aree del mondo degli oppressi.

“L’alfabetizzazione è autenticamente umanista, è il primo passo che dev’ essere dato in vista dell’integrazione dell’individuo nella sua realtà nazionale, solo quando, senza temere la libertà, si instaura come un processo di ricerca, di creazione, di recupero da parte dell’ alfabetizzando, della sua parola. Parola che, nella situazione concreta, obiettiva, nella quale egli si trova, gli è negata.

In fondo, negare la parola è qualcosa di più, è negare il diritto a pronunciarla, ma dire la parola non è ripetere una parola qualsiasi. In questo consiste l’equivoco o, peggio ancora, il sofisma della concezione “ingenua” … Freire propone l’alfabetizzazione come processo di “coscientizzazione”, essa non è solo la presa di coscienza della realtà che opprime l’analfabeta, ma una lettura critica, la problematizzazione della propria situazione esistenziale che permette all’ alfabetizzando di passare dalla visione magica alla visione critica della realtà per cambiarla come soggetto attivo della propria storia.

Durante la mia esperienza di tirocinio ho seguito due donne analfabete, una salvadoregna e una etiope, proveniente dall’Ogaden.

 

Entrambe lavorano in una casa di riposo per anziani, provengono da situazioni di guerra civile e portano su se stesse segni di una sofferenza dovuta alla privazione della libertà e alla povertà.

Il primo passo che abbiamo dovuto fare con le due donne è stato quello di proporre loro la lettura della propria situazione di partenza per problematizzarla, poiché entrambe esprimevano una sorta di rassegnazione. Sono giunte alla scuola popolare perché al lavoro non erano in grado di scrivere la consegna nel passaggio di turno, erano quindi motivate dalla necessità di conservare il posto di lavoro. E’ stato importante offrire loro la possibilità di “vedere” con occhio critico la loro situazione e “volere” fortemente superarla, appropriarsi del diritto alla parola prima ancora della tecnica della stessa.

Le due donne, seguite individualmente, hanno visto sull’ atlante il punto geografico da cui provengono, hanno raccontato la loro esperienza, sono state aiutate a contestualizzarla, a capire che cos’ è successo, quali interessi c’erano in campo e quali sono state le conseguenze per il loro popolo. Questo ha permesso a L, salvadoregna, di passare dalla frase” qué va a ser !” ( che cosa ci vuoi fare) a ” qui ero superarman!” (voglio superare la situazione).

H., la donna etiope, dopo dieci giorni dall’inizio dell’esperienza, presentandosi a due insegnanti volontarie che ancora non la conoscevano, ha indicato l’ Ogaden sull’ atlante e ha raccontato l’invasione della Somalia nell’ Ogad n etiope nel 1976, la guerra, la violenza, la fame, la fuga, il flusso dei profughi, l’emigrazione in Italia.

Aveva imparato a scrivere e a raccontare questa sua storia, a recuperarla, a “coscientizzarsi”.

Nel giro di un mese L e H. hanno imparato a leggere e a scrivere, ora sono in grado di redigere la consegna e hanno deciso di prepararsi per l’esame di terza media per poter poi accedere ai corsi.

 

Confessano che avevano paura, paura di non imparare, di non farcela. A questo proposito Paulo Freire scriveva:

 

“Spesso coloro che prendono parte a questi corsi si riferiscono al cosiddetto “pericolo della coscientizzazione”, con atteggiamenti che rivelano la loro paura della libertà”.

Presentazione dell’immagine tratta dalla realtà illustrante una situazione socialmente significativa per il gruppo.

Problematizzazione: analisi o “decodificazione” della situazione “codificata” (codificazioni=situazioni vissute) per interpretare in modo riflessivo la realtà e favorire il dialogo come pratica della libertà.

 

Individuare la situazione limite.

Scoprire le contraddizioni.

Vedere come superare il limite e spezzare le contraddizioni.

Scoprire il mito.

Trovare i pregiudizi.

Passare dalla “visione magica” alla “visione critica” della situazione, della realtà.

Durante tutto il percorso:

scoprire l’universo lessicale (in questo modo si otterranno i vocaboli con senso esistenziale e quindi di maggior contenuto emozionale, ma anche quelli tipici del popolo, le  sue espressioni particolari, vocaboli legati all’esperienza dell’ alfabetizzando);

scegliere parole “codificate” e “decodificarle”; pronunciare parole autentiche e significative; utilizzare parole “generatrici”;  passare sempre dall’ astratto al concreto, dall ‘universale al particolare, dal sociale all’individuale;

tener presente che la riflessione è volta all’impegno per cambiare la mentalità, la situazione, il mondo. (In appendice a pag si trova un esempio di applicazione del metodo Freire).

Attraverso questo metodo l’analfabeta apprende criticamente la necessità di imparare a leggere e a scrivere.

Si prepara per essere l’agente di questo apprendistato e riesce a farlo nella misura in cui l’alfabetizzazione è molto di più che il semplice dominio psicologico e meccanico delle tecniche di leggere e scrivere, è il dominio di queste tecniche in termini coscienti.

Paulo Freire diceva: “bisogna aver chiaro che cosa conoscere, come conoscere, perché conoscere, a favore di chi e che cosa conoscere, contro chi conoscere, sono questioni teorico­pratiche per l’educazione in quanto atto di conoscenza. ”

 

Viene riportata una conversazione registrata nel gruppo di studenti italiani e stranieri, poi sbobinata dalle donne studentesse lavoratrici.

Al gruppo di studenti è stata presentata l’immagine dalla quale è nata una discussione.

 

 

2) “La bambina nera, alla stessa età, si occupa della sorellina mentre la loro madre lavora per mantenere la famiglia”

 

2)  “E’ logico, ci siamo abituate a queste immagini, ma non è giusto!”

 

2) “Le bambine non sono bambini, non vivono la loro infanzia. Voglio dire che le femmine non vanno a scuola, non giocano, i maschi sì, non sempre, ma spesso vanno a scuola e giocano tanto.

Le bambine femmine invece si alzano presto, aiutano la mamma nei lavori domestici, poi quando la madre va al lavoro, esse curano i fratellini più piccoli, è sempre stato così … ”

“Ma è una ingiustizia, i bambini e le bambine, dovrebbero godere gli stessi diritti”

“Il fanciullo ha diritto a un ‘educazione che, almeno a livello elementare, deve essere gratuita ed obbligatoria”

 

  1. l) “Già, ma dice il fanciullo, non la fanciulla. In una società maschili sta come il Perù, per esempio

 

2)  “Ma no! E’ sottinteso! Dovrebbe essere chiaro che interessa i due sessi!”

 

1)  “Per esempio noi in Brasile abbiamo un Codice del Minore molto avanzato, ma non viene messo in pratica.”

“Che Cosa si può fare?”

“Bisogna cambiare mentalità”. Basta con: “tu sei una donnina devi imparare a fare la mamma, a cucinare … ”

 

Dobbiamo fare educazione di genere, dare alla bambina la possibilità di prepararsi, di identificarsi con una piena figura femminile dignitosa, di accrescere la sua auto stima. La femmina deve essere protagonista come il maschio. Dobbiamo superare il pregiudizio “è solo una bambina”. Non è più “l’angelo del focolare”, non la “donna angelo”, la “mediatrice”, ma la donna libera di decidere.”

“Concretamente come si fa?”

Innanzitutto dobbiamo cambiare mentalità noi donne, madri e poi educare in modo più corretto le nostre figlie e i nostri figli. Per esempio non dobbiamo chiedere solo alle femmine di aiutarci in casa, ma anche ai maschi. Si’ tutti aiutano, tutti vanno a scuola e poi tutti giocano.

“E’ solo una bambina”.

“Che cosa ci vuoi fare siamo femmine, ci dobbiamo rassegnare … ” “La donna è la salvezza o la rovina di una famiglia”.

 

 

PAROLE CODIFICATE:

 

Donna

Femmina Maschio  Angelo Giusto

Naturale

Protagonista

Mentalità

La decodificazione di queste parole è stata realizzata consultando i dizionari italiano, spagnolo, latino e portoghese. In seguito si è protratta una lunga discussione tra le alunne ed è stato letto un testo esplicativo.

Conversazione registrata nel gruppo di apprendenti italiani e stranieri, poi sbobinata dalle studentesse lavoratrici. La particolarità di questa esperienza risiede nel fatto che la discussione è nata spontaneamente durante una pausa a partire dall’osservazione casuale dell’immagine riportata nella copertina di un libro che si trovava sul tavolo di lavoro.

 

DISCUSSIONE:

 

Sono tre donne.

Tre donne in un momento di pausa, di relax, ma non sono uguali.

Intanto sono tre generazioni diverse; mamma, figlia e la tata sono tranquille. La bambina è tranquilla perché è amata. La mamma è tranquilla perché lei può andare a lavorare, la bambina è curata dalla tata, la quale è persona di fiducia.

La tata è tranquilla perché guadagna e può mandare i soldi ai suoi parenti affinchè badino ai suoi bambini.

 

SITUAZIONE LIMITE:

 

  1. l) Ma dunque la tata ha dovuto lasciare i suoi bambini in Brasile e, per poterli mantenere deve guardare una bambina figlia dei ricchi.

2) Sì è proprio casi’, per amore dei suoi figli li ha dovuti abbandonare e deve dare amore ai figli dei ricchi.

Questa bambina ricca è amata dalla mamma e anche dalla tata. La mamma pagherà bene questa donna, cosicchè manderà molto denaro alla sua famiglia.

Eh! Si può dire che compra l’amore …

“L’amore non si compra”

  1. l) Già, ma chi è ricco paga le tasse perché diano amore e cura ai loro figli.

2) Bene, ma se non fosse così i figli di questa donna morirebbero di fame.

 

  1. l) Ma secondo me questa donna non può non essere gelosa della padrona: quella è lì sdraiata, elegante con la mini gonna e le gambe velate, il foulard, gli orecchini … abbracciata a sua figlia. Secondo me pensa ai bambini suoi che vivranno in un ” ranchito”, dormiranno su pochi stracci, non avranno giocattoli.

Sì, infatti, questa invece ha un morbido peluche … e guardate là sulla poltroncina, c’è una bambola che nessuno tocca mai, forse solo la tata perché la spolvera … Sotto la lampada ce ne sono altri … Guardate che camera ha questa bambina. E’ una ingiustizia.

2) Questa bambina è già grandi cella, andrà a scuola e la tata penserà ai suoi bambini. Andranno a scuola anche loro grazie al suo lavoro.

  1. l) Già .. ma lei prepara questa bambina, non i suoi figli. Che ingiustizia!

 

VISIONE MAGICA:

Sarà sempre così. I ricchi potranno permettersi perfino la serva e i poveri dovranno abbandonare i figli per poterli mantenere.

l ) E’ stato così anche per noi. lo sono venuta in Italia quando avevo già cinque anni, mia madre mi ha lasciato con la nonna quando avevo tre anni, ho sofferto tanto.

 

VISIONE CRITICA:

 

  1. l) Ma non deve essere più così. Intanto noi stiamo studiando, lavoreremo e i nostri figli staranno con noi.

 

 

 

 

IMPEGNO:

 

l ) Io voglio laurearmi e poi tornare in Perù e fare la mia parte perché i bambini non debbano soffrire tanto, perché le loro madri non siano costrette a emigrare per mantenerli.

 

2) O se no, se emigrano che si possano portare i figli … l) Ci vogliono leggi più giuste.

 

1) Sì. È che noi che abbiamo la possibilità di studiare abbiamo la responsabilità del futuro dei nostri bambini.

 

Un contributo di Donata Deandreis:

 

In una delle riunioni di classe i genitori di Jacopo hanno raccontato l’esperienza di scambio e di amicizia portata avanti dalla classe di Marta, sorella di Jacopo, negli anni 2001-2005, con i bambini di Pusthtan un piccolo, poverissimo, villaggio salvadoregno. La proposta era quella di raccogliere il testimone e far proseguire alla attuale 3°B la storia di amicizia iniziata nel 2001. Il tramite, tra i nostri bambini e i bambini di Pushtan, poteva essere ancora svolto da Una, responsabile della scuola popolare della Ghiaia in Piemonte, che molti anni fa, dedita al alfabetizzazione, aveva trascorso sei anni in America Latina e si era impegnata, coinvolgendo amici vicini e lontani, tra cui nonna Donata, a realizzare una scuola popolare a Pushtan. L’idea è stata accolta positivamente da genitori, maestre e bambini ed ha avuto così inizio il difficile percorso di costruzione di scambio e di amicizia.

I bambini hanno scritto in classe, con l’aiuto delle maestre e di nonna Donata, una lettera ai bambini di Pushtan per chiedere ed offrire amicizia.

Affinché questa lettera fosse veramente espressione dei sentimenti e delle idee di tutti. Nonna Donata ha proposto di usare la “scrittura collettiva”. Il lavoro richiede molto tempo e paziente determinazione, specialmente da parte dei bambini. Gli alunni della 111 B sono stati all’altezza di questa difficile prova. La ricompensa non si è fatta attendere, poiché, come dice Don Milani, I risultato ottenuto nella lettera scritta è nettamente superiore, sia dal punto di vista dello stile che dei contenuti, a quello che si sarebbe avuto se questo compito fosse stato assegnato al migliore degli alunni. I bambini di Pushtan ci hanno subito risposto e così la “storia di un’amicizia” è ripartita ….

E’ stato difficile quel “non a noi ma a loro .. ” detto dai bambini di Pushtan, e quanto saranno difficili per lei quei pomeriggi dopo la scuola, con la puzza di fumo, con il freddo che entra dalla finestra che chiude male, quando dovrà resistere seduta al tavolino tutta sola a dipingere i quadretti che altri bambini a Roma venderanno ad un mercatino …. E tuttavia Nastia si dice che sì anche quest’anno ci sarà anche lei!.

Ed infine ecco soffia ancora quel vento di generosa follia e, incredibile ma vero, arriva fino a noi, oggi nella nostra 3° B.

Devo proprio andare perché forse manco veramente soltanto io, per quanto sia una piccola, sciocca, inutile colomba, per far scoppiare la PACE.

Il Gufo, sbalordito, precipitò nella neve sul ramo spezzato, aprì il becco per dire la sua ma … la colomba non poteva più sentirlo, oramai era solo un puntino all’orizzonte dove … brillava l’arcobaleno.

 

All’ultimo mercatino, quello del giugno 2005, partecipò con dei quadretti anche Nastia, una bimba ucraina di soli 11 anni con gravi difficoltà economiche e di salute. Nastia aveva saputo da sua zia di questa particolare amicizia che univa bambini di diversi paesi e chiese di poter dare e ricevere anche lei il suo contributo.

Ieri è arrivato un pacco dall’Ucraina, con tanti disegni che, come quelli di tre anni fa, ci lasciano sbalorditi sia per il senso artistico che li anima, che per la generosità, l’impegno e lo sforzo di volontà che sono costati a questa bambina. Nastia, che ha saputo che la “storia di un’amicizia” è ripresa. ci chiede di continuare ad “esserci anche lei”.

Come in tutte le favole che si rispettino c’è un filo magico che lega situazioni e persone. Il bene vince il male, non con le bombe né con i soldi, ma con la solidarietà e l’aiuto reciproco. Un vento di amorosa follia si era alzato nel novembre 2001 a Pushtan, dove bimbi scalzi usciti da undici anni di guerra, hanno deciso unanimi: “Non a noi il vostro aiuto, ma ai piccoli afghani.” Questo messaggio, sospinto dal vento dello spirito che soffia forte, traversa l’oceano arriva a Roma, non si lascia impressionare dalle lussuose vetrine e fila dritto verso la scuola Montessori, scuote il cuore, sollecita la fantasia, stimola le emozioni e nasce l’amicizia tra la seconda B di allora e gli alunni di Pushtan. Passano quattro anni e il vento di dolce follia soffia ed investe, nel gelido clima del nord Europa, Nastia bimba ucraina povera e un po’ malata. Nastia non è un’incosciente eroina (gli eroi non servono .. ). Quando sente il racconto dei bimbi di Pushtan si ferma a riflettere.

 

E’ un lunedì e nell’aula colorata e luminosa della terza B gli alunni entrano alla spicciolata, alcuni ancora un po’ assonnati. La domenica sera, forse, sono andati a letto tardi e …. comunque due giorni di vacanza stancano!

Oggi è in programma un viaggio attraverso l’oceano fino ad un altro continente: l’America.

Si parte da Roma, il tempo è chiaro, luminoso; lasciamo alle nostre spalle il Colosseo, San Pietro, il mare di Ostia, la nostra scuola, la nostra casa …. fratelli e sorelle, cani e gatti, criceti ed uccellini.

Aiutati dalla grande carta  geografica, appesa in classe, raggiungiamo, dopo un lungo volo, le isole Bahamas. Il volo prosegue, la meta è vicina, ma l’Honduras, il Nicaragua e il Guatemala nascondono ancora ai nostri occhi la minuscola repubblica di El Salvador. Poi, finalmente, eccoci all’aeroporto della capitale, San Salvador, città simile a tutte le grandi e piccole città del mondo moderno, inquinata e piena di rumori, con il centro luccicante di vetrine e di insegne luminose mentre, nella non lontana periferia, si estende una desolante distesa di baracche ricoperte di lamiera, roventi d’estate e gelide d’inverno. Fuori brulicano animali e bambini seminudi. La notte poi, bande di giovani e giovanissimi, per lo più senza fissa dimora, si combattono tra loro o si alleano “contro”, abitati in ogni caso da un’incredibile violenza.

 

Passiamo ora, dalla grande carta.

 

Una giovanissima colomba ed un gufo, che si credeva molto sapiente, si erano rifugiati su un albero di olivo mentre infuriava una tempesta di neve.

– Dove stavi andando, sciocca colomba? – chiese l’altezzoso Gufo.

– A portare un ramoscello d’ulivo, in segno di PACE, a quelli che stanno facendo la guerra.

– Non ti capisco, che cosa credi di poter ottenere? Non sai che è rischioso mettersi in mezzo alle pallottole? Non sai che potresti essere uccisa?

– Sì, lo so. Ma … se nessuno ci prova a mettersi i n mezzo, per ferma di tutti e due, la pace non scoppierà mai. Però puoi stare tranquillo, io amo la Vita e non voglio morire, farò attenzione.

Il Gufo si mise a ridere, e scuotendo la testa e roteando i suoi enormi, tondi occhi gialli, in segno di compassione disse:

– Sei la solita sciocca, illusa e sognatrice … Cosa pensi di poter fare tu da sola? Figurati se una sola, piccola colomba può riuscire là dove migliaia di soldati che combattono per la PACE con armi potenti non riescono a nulla di buono. La colomba non si scompose e disse:

– Ascoltami, vecchio, e rispondi, per favore, a questa domanda. Quanto pesa uno di questi fiocchi di neve?

– Praticamente niente – rispose il Gufo.

– Giusto, hai risposto bene. Ora conterò fiocchi di neve che cadono su

questo ramo.

E si mise attentamente a contare.

– 1, 2, 3, 4 … 25, 26, 27.· .. 134, 135 .. · 1242, 12.43 .. · 3·700.023, 3.700.024· .. Crac! Crac crac!

Il Gufo, che si era addormentato, si svegliò di colpo proprio mentre cadeva il tremilionisettecento milaventiquattresimo fiocco di neve che determinò la rottura del ramo.

– Ecco, vedi, vecchio che ti credi saggio – disse la colomba volando via veloce col suo rametto d’ulivo nel becco – Questo fiocco, come giustamente hai detto tu non pesava niente; eppure ha causato la rottura del ramo!!! Ma ora

geografica del mondo, alla cartina geografica di EI Salva­dor, appesa alla lavagna, e seguiamo il percorso dell’autobus che dalla capitale si dirige al distret-to di Sonsonate e all’omonima città. Da lì con due autobus giungiamo a Nahuizalco, grosso villaggio a pochi chilometri da Pushtan.

Sulla carta però il paesino di Pushtan non c’è, è troppo piccolo per trovarsi sulla carta ufficiale. Ma … niente paura abbiamo un disegno colorato, fatto dai bambini, che ci parla anche più di una carta geografica.

Sul disegno notiamo che a Pushtan non c’è una piazza, con raccolte intorno le case. Le case a Pushtan sono sparse sulla collina e rese invisibili dalla folta e colorata vegetazione tropicale. Su 110 sfondo, a darci il benvenuto, c’è il

vulcano Izalco, chiamato “amico del popolo”, che, alto e nero, risalta sull’azzurro del cielo e sembra un gendarme a guardia di Pushtan. Vi sono molte leggende su Izalco, in Salvador.

Voleva acquistare, a nome dell’agenzia, un’intera collinetta, che si trovava tra Pushtan ed il vulcano Izalco, per costruirvi un lussuoso complesso alberghiero. Detto fatto chiese ed ottenne l’esproprio dei piccoli orti, appartenenti ai contadini locali che abitavano nei dintorni. Subito arrivarono le ruspe per spianare la collinetta e iniziare la costruzione del grande albergo, della piscina, dei campi da tennis e del campo da golf. Dalle finestre e dalle grandi terrazze dell’albergo si sarebbe goduto una splendida veduta sul vulcano Izalco e sul giardino all’inglese immerso nella natura tropicale. La popolazione non era però convinta dei vantaggi che l’agenzia europea di viaggi e turismo sbandierava perché vedeva abbastanza chiaramente i rischi e gli aspetti decisamente negativi del cambiamento. Alcuni tentarono di ribellarsi a questo nuovo esproprio della terra ed al suo cambio di destinazione. Essi sostenevano che solo scarsi vantaggi sarebbero venuti loro dal turismo perché il personale alberghiero era straniero e la strada, costruita per giungervi, era “privata” e non utilizzabile dagli abitanti del posto. Specialmente le donne più anziane, tenute in grande considerazione nei paesi di tradizione andina, erano convinte che la scomparsa dei piccoli orti sulla collina, degli alberi da frutta e dei cespugli di bacche commestibili avrebbe seriamente danneggiato l’economia della famiglie. Il peggio, se si fosse realizzato questo progetto megagalattico sulla loro terra, dicevano, sarebbe stato che i giovani sarebbero caduti nella trappola ed avrebbero considerato questo cambiamento un indice di civiltà e di progresso. Molti condividevano questi pensieri e cercarono in tutti i modi di opporsi a questo progetto senza però ottenere alcun risultato. I lavori proseguivano velocemente ed il complesso alberghiero sarebbe stato rapidamente completato. Manca quindi poco tempo all’inaugurazione, ed all’arrivo dei primi turisti, quando ..

EI Izalco si svegliò! Per tre giorni e tre notti eruttò lava, lapilli e cenere fino a distruggere e seppellire l’intero complesso. Non vi furono vittime, né alcuna casa dei villaggi vicini fu distrutta, ma l’agenzia europea di viaggi fallì.

I salvadoregni, dopo aver rimosso una quantità enorme di detriti, di cemento e di calcestruzzo, rivoltarono ed ararono la terra e ricominciarono a coltivare il terreno sotto lo sguardo divertito del loro amico e dirimpettaio: Volcan Pueblo!

Almeno in due circostanze! è veramente intervenuto in aiuto degli abitanti di Pushtan, che sono indigeni Pipiles, di cultura e tradizioni Maya.

Osservando ancora il nostro disegno notiamo, verso valle, il letto di un fiume quasi asciutto che, nel periodo delle piogge, si gonfia d’acqua. Sul fondo del fiume sono più o meno allineate delle grosse pietre che facilitano la traversata quando l’acqua è bassa. Non esistono strade e solo grossi mezzi, simili a trattori, possono attraversare il fiume nei periodi di magra.

AI centro del villaggio c’è una specie di loggiato, coperto di lamiera e frasche, chiuso da un muretto alto poco più di un metro, al cui interno si trovano lunghe panche di legno. Si tratta di un’unica grande “pluriclasse” senza lavagne né altro materiale didattico: questa è la scuola pubblica di Pushtan che, pure essendo obbligatoria e gratuita, risulta inaccessibile alla maggioranza dei bambini. L’ingresso è infatti proibito ai bambini senza scarpe e senza divisa … Tenuto conto che il prezzo minimo di un paio di scarpe equivale ad un mese di lavoro si capisce che la scuola è un lusso che pochissimi possono permettersi. L’orario della scuola va dalle otto alle tredici ma, poiché le maestre abitano lontano, non si inizia mai prima delle nove. Non c’è mensa, né merenda, né asilo per i più piccoli. Cosicché, se i genitori lavorano nelle piantagioni, i bimbi piccoli restano affidati a quelli un po’ più grandi fino a che anche loro andranno al lavoro. Quindi, per una ragione o per l’altra, niente scuola.

Dal centro del disegno spostiamoci ora in basso a destra, vicino al fiume. Qui troviamo una zona più abitata e piena di vita all’interno della quale, nel 1993, con l’intervento generoso e creativo di Una (ma questa è un’altra storia che vi racconterò un’altra volta), è nata la scuola “Nueva Esperanza” dove si può entrare anche senza scarpe, aperta dalle sei alle diciassette e che accoglie bambini dalla materna alle elementari.

 

Di fronte al villaggio di Pushtan c’è una collina verdeggiante che in realtà è un vulcano ancora attivo ma, per la maggior parte del tempo, addormentato come il nostro Vesuvio. Questo vulcano si chiama Izalco ed è soprannominato “Volcan Pueblo”. In molte favole salvadoregne ha un ruolo importante: è amato e rispettato, è considerato amico dei bambini e protettore del villaggio. Nessuno lo teme: è come un lupo, per nulla addomesticato, ma divenuto buono, tranquillo ed allegro e che rende assai attraente il paesaggio. Nel Salvador quasi non vi sono alte montagne, il terreno è più o meno pianeggiante con, qua e là, qualche collina ricoperta di alberi, piante, fiori di tutti i colori e frutti, per lo più dolcissimi, di tutti i sapori.

“Volcan Pueblo” è chiamato amico del popolo perché in più di una occasione ha scelto di svegliarsi, almeno apparentemente, proprio quando ce n’era bisogno. Due di questi “risvegli” lo hanno reso celebre in tutto il paese e vale la pena raccontarli. Ascoltate.

 

Nel 1933 la situazione dei contadini in Salvador era disperata. Dal 1931 Il generale Martinez, con un colpo di stato, era divenuto presidente del Salvador. In realtà era un dittatore e, come tutti i dittatori, favoriva soltanto i ricchi reprimendo spietatamente ogni richiesta di giustizia da parte del popolo. Dovete sapere che in Salvador la terra è fertilissima. La maggior parte delle persone viveva del lavoro della terra grazie al tramandarsi della cultura contadina degli antenati che trasmetteva i segreti dell’antica saggezza. L’economia contadina, sobria e ricca di vera cultura, venne però sconvolta in quegli anni dalle espropriazioni della terra a favore di una minoranza facoltosa vicina al presidente. Dopo l’esproprio, scomparsi gli orti.

Abbiamo un  film proiettato  girato a Pushtan nell’estate 2006 e ci mostra lo stato attuale della scuola “Nueva Esperanza”, che abbiamo conosciuto la settimana scorsa.

La prima maestra della scuola di Pushtan è stata Catalina, che abbiamo visto nel film. Catalina aveva conosciuto Lina in Salvador durante la guerra civile durata 11 durissimi anni. Invitata da Lina, e da lei ospitata insieme ad un gruppetto di ragazze salvadoregne, Catalina ha frequentato la scuola popolare della Ghiaia in Piemonte. Qui Lina, fin dalla metà degli anni settanta, nella sua grande cucina, unica stanza della casa di campagna in cui vive da sempre, “fa scuola” per aiutare gratuita­mente, e con grande professionalità bambini giudicati difficili e respinti dalla scuola pubblica, adulti che per motivi di lavoro devono prendere un diploma e stranieri cui serve sapere meglio l’italiano.

La scuola popolare della Ghiaia è una vera scuola, aperta e funzionante 365 giorni su 365 perchè, come diceva don Lorenzo Milani, “dare la parola è l’unico modo per rendere uguali i diseguali.

Catalina e le altre ragazze sono così riuscite a conseguire il diploma di maestra. Sono poi tornate in Salvador a “fare scuola” nei loro villaggi trasmettendo ad altri quanto avevano imparato. Da allora Catalina insegna a Pushtan nella scuola Nueva Esperanza.

Il rapporto fra Una, Catalina e i bimbi di Pushtan è continuato negli anni e continua a tutt’oggi.

Erano con noi a vedere il film Marta (sorella di Jacopo) e Sofia, due ragazze che l’anno prossimo andranno al liceo. La storia dell’amicizia tra la nostra scuola e la scuola di Pushtan è iniziato quando Sofia e Marta erano in seconda elementare, ma questo ve lo racconterò in dettaglio la prossima volta. Marta e Sofia si sono rese disponibili per aiutarci a continuare questa bella esperienza.

Sofia, inoltre, ha trascorso un periodo delle sue vacanze estive alla SCUOLA POPOLARE DELLA GHIAIA e ci ha raccontato che Una, diventata nonna di due bellissimi nipotini, continua nella sua grande cucina ad accogliere quanti hanno bisogno di imparare e a “fare scuola” per tutti quelli che glielo chiedono.

Il re emise un bando e mille banditori girarono il paese in lungo e in largo senza trovare neppure mezza persona felice. Il re non si diede per vinto, mandò i suoi ministri, i suoi generali e alla fine andò lui stesso. Finalmente seppe che in uno sperduto villaggio, alle pendici di una alta montagna, viveva un uomo sempre molto contento, che sosteneva di essere felice. Il re mandò il suo scudiero con un sacco pieno di monete d’oro, dicendogli: “Va e compra una sua camicia a qualunque prezzo.”Quando lo scudiero tornò, dal suo viso rabbuiato, il re capì che non gli riportava alcuna camicia. “sciagurato” gridò il re allo scudiero “hai forse perso la camicia?”Lo scudiero tremava e scuoteva il capo. ” No sire! ” Disse il re: ” Non sono state forse sufficienti le monete d’oro che ti ho dato?” ” No sire, quel vecchio, tanto felice, è talmente povero che non possiede alcuna camicia. ”

Una contadina, uscendo dalla stalla, lasciò un secchio di latte a terra, dimenticandosi di coprirlo. Tre ranocchiette uscirono fuori dall’erba del prato, raggiunsero il secchio e con un balzo vi saltarono dentro. La prima ranocchia, poiché non aveva fiducia in se stessa, disperata, si arrese al suo tragico destino, si lasciò colare a picco e affogò. La seconda, che a scuola era la prima della classe in matematica, pensò che se la sarebbe cavata compiendo un gran balzo. Calcolò la traiettoria e l’energia necessaria al salto, ma … , immersa nei suoi ragionamenti matematici non aveva notato che il secchio aveva un manico e contro di esso si sfracellò. La terza invece animata da una grande gioia di vivere non si arrese:

Ce la devo fare – pensò – Se mi arrendo morirò – e continuò senza interruzione a rotolarsi nel latte e sbattere velocemente le quattro zampette. … Ed ecco che il latte si solidificò ed emerse un’isoletta di burro. La ranocchietta vi si sedette sopra … ce l’aveva fatta. Era salva.

 

Due settimane fa ci siamo recati in Salvador viaggiando prima in aereo, poi in autobus ed infine a piedi ….. il tutto sulle ali della fantasia.

La settimana scorsa, invece, abbiamo visto il film su Pushtan.

Oggi vorrei raccontarvi come, la vostra scuola ed io, abbiamo conosciuto questo piccolo villaggio del Salvador.

Nell’anno 2001, dopo 1’11 Settembre, data dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, e poco prima delle vacanze di Natallè, ho ricevuto una telefonata dalla mia vecchia amica Una (fondatrice della Scuola Popolare La Ghiaia, in un paesino del Piemonte). Senza preamboli Una mi chiedeva se potevo darle una mano a cercare aiuti per gli abitanti di Pushtan un piccolo, isolato, poverissimo villaggio del Salvador, recentemente devastato da un terremoto. Una mi raccontò brevemente la situazione che c’era a Pushtan. Per fortuna nessuno è morto perché le case, tutte distrutte, sono poco più che capanne.

 

Non ce ne sta più!” “Come questa tazza” disse il saggio imperturbabile “tu sei ricolmo della tua cultura, delle tue opinioni, della tua sublime scienza, del tuo megagalattico sapere. E’ chiaro che non c’è posto per altro se prima non svuoti un poco la tua mente. Torna a casa, fà questo e poi vieni quando vuoi. Ti aspetto.”

 

L’asilo è rimasto in piedi. Le mamme e le maestre, con alcuni amici venuti apposta dall’Italia, si fanno in quattro per distribuire ai terremotati fagioli e tortillas, ma il locale cucina deve essere abbattuto perché pericolante. Per i più piccoli c’è un po’ di latte della mucca …. che fa del suo meglio! Ma non basta mai. Nonostante i molti aiuti internazionali, niente è arrivato a Pushtan da parte del governo.

Molti bimbi si ammalano, …. medici e medicine sono inesistenti … e poi ci sarebbe da pensare alla ricostruzione. Per la quale bisogna scendere al fiume a prendere sabbia e pietre e costruire almeno qualche tetto prima della  stagione delle piogge insomma la situazione è grave e manca tutto.

Una, come al solito, fu chiara ed esauriente. Accettai di fare del mio meglio e cercai subito di spargere la voce. Il tam tam, che diede ottimi risultati, raggiunse anche la /I B della vostra scuola allora frequentata dalla sorella di Jacopo, Marta. Maestre, genitori, nonni ed alunni della Il B offrirono collaborazione e decisero, per cominciare, di raccogliere un po’ di soldi. Ed ecco il colpo di scena. Dopo alcuni giorni arrivò una nuova, strabiliante, questa volta quasi incomprensibile, telefonata di una che, con voce concitata ed irriconoscibile mi disse: “/ poverissimi bambini terremotati, sedicenti amici del vulcano Izalco, isolati nella stagione delle piogge a causa di un fiume senza ponti e con la scuola divenuta dormitorio dei terremotati, mi scrivono che non vogliono soldi ‘ – La voce di Una si spezza al telefono ma dopo un momento riprende: “Vi leggo la lettera che ho appena ricevuto e che mi ha lasciata esterrefatta.”

“Cara Lina, dai giornali che la nostra maestra Catalina ci legge e ci spiega tutti i giorni in classe, abbiamo saputo che in Afghanistan infuria la guerra e centinaia di bombe cadono ogni giorno su villaggi che ci sembrano più poveri del nostro. Questo è il motivo per cui vi chiediamo di mandare direttamente ai bimbi afgani quei soldi che avevate destinato a noi per Natale. Siamo sicuri che nonostante tutti i nostri problemi, terremoto compreso, i bimbi afgani stanno molto peggio di noi’~

Che fare? Non c’era altra via: a nome degli alunni della scuola di Pushtan inviammo, attraverso Emergency, il denaro raccolto ai bambini afgani.

 

C’era una volta, tanti anni fa, non si sa quanti, ma …. potrebbe essere anche ieri, in un lontano paese, non si sa quanto lontano, ma …. potrebbe essere anche vicino a noi, un non si sa quanto giovane sovrano, ricco e potente che sotto un’apparenza sempre sorridente e gioviale nascondeva una profonda infelicità. Si sforzava in tanti modi, non si sa in quali modi, di divenire più ricco e più potente, ma non riusciva mai ad essere contento, gli mancavano sempre due soldi a fare una lira.

Disperato e sempre più infelice, ordinò alle sue guardie di condurre a lui l’uomo più sapiente del regno. Arrivò un vecchio con una lunga, morbida e setosa barba bianca, due occhi limpidi e azzurri come il mare e un bel sorriso allegro e luminoso. ” Maestà” disse il vecchio” il vostro problema, come tutti i problemi mal posti, è quasi impossibile da risolvere. La sola cosa che posso fare per voi è aiutarvi ad impostarlo nel modo giusto. “” Parla Il disse il re” io sono buono e tollerante, ma ti consiglio di non sbagliare. Se, alla fine, il tuo suggerimento farà aumentare il mio capitale, ti darò una grossa somma. Il Il vecchio si inchinò fino a terra per nascondere un largo e divertito sorriso, che certo non sarebbe piaciuto al sovrano e disse: “in matematica come in fisica un problema complesso si compone .,sempre di tanti, spesso nascosti, so ttopro blemi, i quali vanno risolti separatamente uno per volta. Siete disposto a questo?” Il re, che stava per perdere la pazienza, annuì.

” bene, per prima cosa dovrete procuravi la camicia di una persona felice, poi .. … , se ce ne sarà bisogno, vi spiegherò il resto, ma questo dovrebbe bastare.

 

Tutti ci chiedevamo, ammirati e confusi, come fosse possibile che, pur mancando di tutto, proprio di tutto, quei bimbi si sentissero ricchi, tanto ricchi da voler cedere ad altri un dono in denaro, da tempo loro destinato; tanto più che, nella drammatica situazione in cui si trovavano, quei soldi sarebbero stati per loro molto più che utili.

Mentre gli adulti oscillavano fra ammirazione e incredulità, i bimbi della Il B meno razionali e quindi più profondi, manifestarono subito il desidero unanime di conoscere e quindi di capire il pensiero e l’agire dei Pushtanini (così chiamavano i bimbi di Pushtan!) più o meno loro coetanei. Stimolati dunque da tanti diversi sentimenti e dalla curiosità, gli alunni dell’allora Il B, decisero di mettersi in contatto con i bimbi di Pushtan per offrire e chiedere loro amicizia. Questi furono subito d’accordo, anzi felici. Nacque un dialogo, uno scambio, non solo di parole, ma anche di disegni ed oggetti e, negli anni successivi, di lettere. Questa la storia fino ad oggi. La volta scorsa Marta e Sofia sono venute per passare idealmente a noi il testimone in modo che ora sia la vostra classe a continuare questa storia di amicizia. E adesso tocca a noi conoscere e farci conoscere dai bambini di Pushtan e cercare di diventare amici con bambini così lontani e diversi eppure così simili a noi. Il primo passo può essere presentarci con una lettera che scriveremo tutti insieme con il metodo della scrittura collettiva.

 

L’impresa “impossibile” fu un disastro. Nella discesa, divenuta precipitosa, molte si ferirono, altre si misero a piangere e si scambiavano accuse, colpe e rimproveri. Tutte erano avvilite, mortificate, depresse, ma … in fondo rassegnate.

Intanto, una ranocchietta, che nessuno aveva notato, continuava la salita e finalmente arrivò in cima alla montagnola. I nonni, i maestri, i genitori applaudirono fragorosamente, tra l’incredulità generale. Lei, la vittoriosa, non si voltò neppure, non aveva sentito gli applausi … perché era sorda! Era arrivata in cima proprio perché, non avendo sentito nessuna delle frasi distruttive, degli adulti e delle compagne non si era voltata indietro ed aveva conservata la fiducia in sé stessa. Allora tutte le ranocchiette tornarono di corsa verso la montagnola per festeggiare l’amica che era riuscita nell’impresa dimostrando che: “era possibile!” Aiutandosi a vicenda riuscirono a vincere l’invidia e la paura, dimenticarono la competizione e, in men che non si dica, arrivarono sulla vetta. Nonni, genitori, zii, amici e parenti erano rossi di vergogna. In silenzio senza voltarsi indietro, seguirono l’esempio di figli e nipoti, giungendo così anche loro alla cima della montagnola.

 

Un maestro di sapienza, noto per la saggezza delle sue dottrine, ricevette la visita di un professore universitario il quale, superando mille difficoltà, era riuscito ad arrivare in cima alla montagna per interrogarlo sul suo pensiero ed aumentare il suo sapere.

Il saggio orientale servì il tè: colmò la tazza del suo ospite, e continuò a versare, con espressione serena e sorridente.

Il professore guardò traboccare il tè, tanto stupefatto da non riuscire a chiedere spiegazione di una distrazione così contraria alle norme della buona educazione ma, a un cero punto, non poté più contenersi ed urlò: “E ricolma!

 

Prima di cominciare a scrivere i foglietti, che comporranno la nostra prima lettera, voglio però brevemente raccontarvi l’attuale situazione di Pushtan.

A Pushtan da una parte la situazione è peggiorata, perché sono sorti nuovi problemi dovuti alla globalizzazione, cioè al modello di sviluppo dei paesi ricchi che penalizza quelli poveri, dall’altra è migliorata.

La scuola è stata riconosciuta e quindi non è più necessario che i bimbi si rechino a Nahuizalco per fare l’esame per il passaggio da una classe a quella superiore. Alcuni dei primi frequentanti l’asilo si sono diplomati. Purtroppo però il numero delle maestre e delle aule non è aumentato in proporzione all’aumento degli alunni, e neppure sono aumentati i sussidi didattici.

Le donne continuano a lavorare nell’orto e a coltivare raffia e  vimini che usano per tessere tappeti, stuoie e

borse che poi venderanno al mercato di Nahuizalco, ma questo lavoro artigianale non è più vantaggioso, come una volta, a causa della diffusione sul mercato di oggetti uguali prodotti industrialmente. Gli uomini sono costretti a spostarsi nelle diverse regioni per i lavori stagionali (che chiamano “temporales”), come la raccolta del cotone e della canna da zucchero nelle immense distese di monocolture che appartengono ai grandi proprietari terrieri, i quali poi vendono queste merci alle multinazionali che, a loro volta, le esportano per lo più in USA e\o in Europa. Il caffè, invece, è stato estirpato dalle vecchie piantagioni poiché non è più competitivo sul mercato internazionale. Il terreno è diventato arido e sterile dopo anni di monocoltura intensiva.

 

‘Brevi storielle e aneddoti che hanno vi volta in volta alleggerito il pesante lavoro vi «scrittura” fatto in classe.

 

C’era una volta, nel paese delle ranocchiette, una montagnola scivolosa e molto, molto difficile da scalare. I ranocchietti anziani raccontavano di aver provato molte volte a far parte del gruppo degli “scalatori”, ma che mai nessuno era riuscito ad arrivare in cima. Mille leggende erano nate su quei tentativi di scalata e tutte, con parole diverse, dicevano che la paura e l’invidia, che divoravano il cuore delle ranocchiette, sarebbero sparite se un folto gruppo di loro fosse arrivato in cime alla montagnola.

Un giorno centinaia di bambini e bambine ranocchiette decisero di affrontare la scalata. Nonni, genitori, maestri assistevano increduli e preoccupati. In un silenzio impressionante la scalata incominciò. Le ranocchiette si aiutavano tra di loro ed in poco tempo raggiunsero la metà della salita. A quel punto qualcuna cominciò a guardare indietro, a guardare la cima ancora lontana, e a scoraggiarsi. “Tanto è inutile, siamo solo a metà !”, “Non ce la farò mai, è troppo difficile” iniziarono a dire. Le altre si fermarono perplesse, si distrassero, scivolarono un po’. In pochi secondi lo scoraggiamento dilagò a macchia d’olio e contagiò le ranocchiette ad una ad una. Si alzò un coro di:

“Tanto è inutile”, “Chi me lo fa fare”, “Nessuno dei grandi ci ha seguito, che possiamo fare noi che siamo piccoli”, “Tanto non serve”, “Siamo poche è meglio scendere”, “Basta, perché dobbiamo rischiare proprio noi”, “Non vale la pena continuare” …

Molte si lasciarono scivolare giù, altre iniziarono a scendere. Da sotto i grandi spaventati iniziarono ad urlare “Scendete, dove volete andare, non ce la farete mai, vi farete solo male, non siete in grado, lasciate fare agli esperti     Quelle poche che continuavano a salire sentendo tutta questa confusione si fermarono spaventate. In poco tempo tutte decisero di abbandonare

 

Si racconta che, nell’epoca precolombiana, viveva una ragazza di straordinaria bellezza che si chiamava Siguanaba, molto bella e vanitosa. Siguanaba sposò Yeysùn, un uomo che aveva tre teste e per questa ragione pensava in tre modi diversi. Siguanaba si comportò molto male con lui, tanto che lo fece divenire pazzo. I genitori di Yeysun, decisero di punire Siguanaba, e la trasformarono in un essere orribile che errava tra fiumi, valli e burroni. Da allora Siguanaba appare ai giovani scapoli nottambuli, come una ragazza che si è persa e, con la complicità della sua affascinante capigliatura spettinata, chiede loro di essere accompagnata a casa. Monta sui loro cavalli e dà loro false indicazioni. Dopo un po’, quando i giovanotti si girano per guardarla, lei si trasforma in una donna alta e magra, con lunghi denti, occhi sbarrati e un aspetto spaventoso. Allora Siguanaba, ridendo a crepa pelle, salta giù dal cavallo e se ne va per fiumi, valli e burroni.

Se avete delle idee, delle domande, delle proposte scrivete le su un foglietto. La sola regola da rispettare è che ogni foglietto deve essere anonimo e deve contenere non più di una frase. Potete scrivere quanti foglietti volete, ma prima di scrivere il successivo dovete deporre nella scatola, che è sul tavolo, quello già scritto. Poi li leggeremo uno ad uno e li divideremo per argomenti. in nuove scatole, una per ogni argomento.

 

Nei successivi incontri, usando il metodo della “scrittura collettiva” che consiste nel passaggio dall’Io al Noi, dalla competizione alla colla borazione, abbiamo scritto una lettera ai bimbi che, nella scuola Nueva Esperanza, frequentano quest’anno la terza elementare. Una l’ha tradotta in spagnolo e, con l’aiuto di Catalina e delle due maestre Dora e Margarita, i pushtanini ci hanno risposto. Speriamo che queste due lettere siano le prime di una lunga corrispondenza e che da questa scaturiscano tante amicizie individuali. Quando una speranza si trasforma in un sogno sognato insieme, l’utopia diviene realtà nel presente e … oltre.

 

Nella Barra di Santiago visse molto tempo fa Pachacutek. vecchio capo ricco e crudele. Chasca, sua figlia, era stata promessa in matrimonio al principe Tzutuhil; ma la bella ragazza amava un giovane e povero pescatore, Acayetl. Pachacutek si opponeva all’amore tra Chasca e Acayetl e per realizzare i suoi progetti fece uccidere il giovane pescatore. Così, una mattina Acayetl, mentre tornava dalla pesca, fu ucciso da una freccia al petto. Chasca corse gridando disperata e cullò nelle sue braccia il corpo del suo amato. La stessa notte si gettò in mare da un’alta roccia e non si seppe mai più nulla né di lei né di Acayetl. Ma apparve in sogno a Pachacutek Chasca che navigava su di una canoa bianca con il giovane pescatore.

La leggenda racconta che le stelle di Natale, in epoca antica, erano di colore bianco. Ma poi siccome gli uomini non sono mai riusciti a vivere in pace, a causa dell’invidia, dell’ipocrisia, della prepotenza, ci furono molte guerre. Il sangue scorreva come un fiume, la terra assorbì questo sangue e le stelle di natale diventarono rosse.

 

Si formano otto gruppi, ad ognuno dei quali viene assegnata una scatola, ogni gruppo dovrà ora ricopiare su d un foglio diviso a metà tutte le frasi della sua scatola, numerandole e disponendole in modo che il discorso segua un filo logico; sul lato destro del foglio si annotano le proposte di accorpamel1to di due o più frasi, si sottolineano in giallo le frasi uguali nei contenuti e si cerca di ridurle ad un’unica frase senza togliere né aggiungere alcun concetto. Si sottolineano in blu le bugie, in rosso gli errori di ortografia e di sintassi, sul retro del foglio si copia il testo completo ordinando le frasi nel modo che appare essere il migliore.

A turno i gruppi dettano, al resto della classe, le frasi che hanno appena ordinato. Così alla fine ogni alunno avrà l’intero lavoro, che, nella dettatura e rilettura dei testi, si è ridotto a 37 frasi.

 

 

I bambini di Roma ai bambini di Pusthan:

 

Cari amici,

 

Dopo aver visto il film su Pushtan ci è venuta voglia di avere notizie di EI Izalco e del vostro villaggio.

Per certe cose ci sembra che voi state peggio di noi, per altre meglio. Per esempio voi vivete nella natura con gli animali … ma non avete le medicine.

A Roma c’è poca natura, ci sono tante case grandi e riscaldate, ma c’è puzza di smog a causa delle macchine e delle moto che inquinano. Sia a Pushtan che a Roma c’è del bello e del brutto. Noi vorremmo sapere se lì state bene o se vorreste cambiare. In ogni caso ci piacerebbe venirvi a trovare.

E’ vero che fa sempre caldo da voi? Cosa fate durante la stagione delle piogge? Vi piace fare teatro, ballare e cantare? Quando fate le tortillas non vi bruciate le dita? Vorremmo conoscere le vostre antiche usanze, quelle che, certo, i nonni vi raccontano.

Parliamo lingue diverse, ma possiamo comunicare scambiandoci lettere, foto, disegni, cartoline e piccoli oggetti costruiti da noi e da voi. Così ci sembrerà di essere vicini e di conoscerci da sempre. Saremo contenti e diventeremo amici … tutto ca m bierà !

Ci piacerebbe imparare lo spagnolo per giocare con voi e, insieme, scoprire le parole simili e quelle del tutto diverse nelle nostre lingue.

Vi pensiamo, cari amici, desideriamo aiutarvi non solo con i soldi ma anche con i nostri lavori.

Vorremmo vedere la vostra classe, sapere se le maestre sono simpatiche e se le vostre case sono molto lontane dalla scuola. Voi cosa studiate, cioè cosa vi fanno studiare? Solo leggere, scrivere e far di conto o anche geometria, grammatica ecc, ecc. ..

Tutti hanno di fronte un testo diviso in otto argomenti, ognuno con un titolo.

Ciascun bambino legge da solo l’intero testo e propone sul lato destro del foglio quella che pensa sia la sequenza da dare agli argomenti. Fatto ciò comincia la caccia agli errori, alle parole inutili o incomprensibili, alle lacune. Alzando la mano, si parla uno per volta, tutti intervengono ed esprimono un parere, motivando le loro osservazioni. La discussione è lunga e vivacissima . Si ricerca sempre l’unanimità, in rarissimi casi ci si accontenta della maggioranza. Alla fine ci troviamo con 18 frasi.

Tutti hanno di fronte il testo completo di 18 frasi. Ognuno lo legge e lo medita da solo, poi annota sulla destra del foglio eventuali nuove correzioni, modifiche, cancellature, aggiunte e fusioni. Se ne parla, si discute, la gestazione è finita, è nata la lettera.

 

Noi stiamo imparando tante cose e continueremo a studiare insieme. Speriamo che anche voi possiate continuare la scuola: noi vogliamo aiutarvi a finire almeno le elementari.

Tra di voi siete amici? Vi volete sempre bene tra compagni, con gli amici ed in famiglia? Noi vi vogliamo bene e saremo felici di sapere che state bene ed anche che jI ponte che collega Pushtan con il resto del mondo è stato riparato.

Un grande abbraccio a tutti

Bianca, Chiara, Andrea, Asia, Santiago, Nicolas, Carlotta, Paolo, Silvia, Enrico, Lucia, Vittorio, Ginevra, Elio, Lorenzo, Carni/la, Jacopo, Francesco, Ludovica, Seraphim, Mati/de, Eleonora.

 

 

Le diverse fasi del nostro lavoro per comporre la lettera.

 

Le diverse fasi del lavoro seguite ai primi tre incontri di cui si è precedentemente dato notizia, hanno occupato altre tre mattinate.

All’inizio del quarto incontro, come avevamo visto fare ai bimbi di Pushtan, ad occhi chiusi, in piedi dopo aver trovato una posizione di equilibrio stabile, anche noi abbiamo fatto un minuto di silenzio. I piedi sono ben piantati sulla terra, ma dalla testa decidiamo di togliere tutte le idee, belle o brutte, divertenti o tristi, tutti i sentimenti di rabbia o di gioiosa allegria siamo così liberi, puliti e pronti a mettere i nostri pensieri sui tanti foglietti che lì aspettano.

In classe c’è un clima disteso, i bimbi vanno e vengono in silenzio depositando ogni volta un foglietto nella scatola aperta in fondo all’aula. Tutti hanno capito che i foglietti devono essere anonimi e difatti nessuno ha firmato il proprio. La scatola è quasi piena così ci interrompiamo e cominciamo lo spoglio. Ogni volta che un foglietto esprime un nuovo argomento lo si pone in una nuova scatola a cui diamo un titolo.

Alla fine di questo lavoro gli argomenti sono otto con i seguenti titoli:

Lavoro

Amicizia: per comunicare usiamo lo scambio

Venire, vedere, imparare

Incontrarsi e conoscersi

Curiosità su Pushtan

Differenze

Scuola

Domande personali di ogni genere ed espressione di sentimenti.

Il totale dei foglietti è 93, dopo aver eliminato quelli identici ed accorpato quelli incompleti, i foglietti riuniti nelle scatole sono diventati 59.

 

La risposta:

 

Carissimi amici di Roma,

 

siamo i bambini e le bambine della terza elementare della scuola Nueva Esperanza. Vi mandiamo un saluto e speriamo che vi trovi in buona salute con le vostre famiglie e maestre. Siamo stati molto contenti di avere ricevuto la vostra lettera e cercheremo di rispondere alle vostre domande.

Noi siamo contenti di vivere a Pushtan questa è la terra dei nostri antenati e l’amiamo molto. Stiamo studiando perché vogliamo imparare tanto e crescere bene per poter migliorare le condizioni di vita della nostra comunità. La vita qui non è facile, i nostri genitori lavorano molto e guadagnano poco, le nostre case sono povere, nel nostro villaggio non ci sono medicine che sono molto care e non c’è nemmeno un medico. Fortunatamente le nostre nonne conoscono le piante medicinali e le coltivano. Noi siamo felici ed orgogliosi di vivere in questo villaggio; i nostri antenati erano Maya, un popolo che aveva una comunità molto bene organizzata con valori forti.

 

A noi bambini piace molto giocare, cantare e ballare, e ci piace tantissimo andare a scuola e studiare. Studiamo spagnolo, matematica, scienze, storia, geografia e scienze sociali; cerchiamo anche di imparare un poco il Nahut, la lingua dei nostri antenati.

Qui fa sempre caldo, abbiamo due stagioni: l’estate da novembre ad aprile e l’inverno da maggio a ottobre. Durante l’inverno piove quasi sempre e noi trascorriamo molto tempo a scuola perché la scuola ha il tetto di mattoni e non entra l’acqua come nelle nostre case. Quando prepariamo le tortillas non ci bruciamo perché ci siamo abituati, fin da molto piccoli, a farle.

Vi mandiamo qualche breve racconto popolare perché li conosciate e impariate lo spagnolo.

Grazie perché ci volete aiutare, il denaro serve alle maestre per comperare le matite, ma a noi serve soprattutto la vostra amicizia e l’interscambio che si sviluppa con la nostra corrispondenza. Stiamo aspettando i vostri lavoretti artigianali, grazie. Noi stessi ne prepariamo.

Le nostre maestre sono molto simpatiche e buone. Le nostre case sono alcune vicine ed altre lontane dalla scuola. Nel gruppo classe noi ci troviamo bene. Ci vogliamo bene anche se ogni tanto bisticciamo un poco.

Desideriamo non solamente frequentare le scuole elementari e medie, ma continuare … Vogliamo che il nostro villaggio si sviluppi che abbia i suoi medici e le sue infermiere, i suoi ingegneri e i suoi professori. I nostri sogni sono forse troppo grandi?

Il ponte c’è anche se è provvisorio, chissà forse un giorno avremo quello definitivo sul quale possa finalmente passare un autobus che porti a Nahuizalco.

In classe siamo 21, i nostri nomi sono: Gustavo, Mirna, Noel, Ana Maria, Tamari, Elisa, Jocelin, Liliana, Angelica, Fatima, Tobias, Kevin, Evelyn, Jorge, Orlando, Brenda, Guadalupe, Fernando, Wilfredo, Dagoberto, Marisol. Le nostre maestre si chiamano Dora e Margarita.

Vi mandiamo un forte abbraccio e … a presto

 

 

Le diverse fasi del nostro lavoro nel comporre la lettera

 

Dalla tesi di Anna Leone:

 

 

Introduzione

 

Il lavoro di questa dissertazione nasce da un’esperienza personale: conseguii il diploma di Tecnico per le attività sociali con indirizzo Dirigenti di comunità nell’anno scolastico 2002/2003.

Alcuni studenti lavoratori ed io formammo un gruppo studio monitorato da una psicologa, Viviana Borney, che volontariamente decise, con alcuni amici laureati, di occuparsi della nostra preparazione scolastica. Il gruppo-studio era in contatto con Lina Ferrero, assistente sociale, sociologa, psicologa e fondatrice/coordinatrice della Scuola Popolare di Berzano San Pietro, un’organizzazione spontanea, non istituzionalizzata.La Scuola Popolare rappresentò l’elemento catalizzatore della mia energia, della mia motivazione allo studio ed inoltre il nucleo di riferimento per programmi ministeriali, piani di studio, materiale didattico.

Successivamente diedi il mio contributo volontario al gruppo-studio, nuovamente formatosi, memore di uno dei principi base della Scuola Popolare: “Gratuitamente si riceve, gratuitamente si dà.”

Nei capitoli seguenti saranno illustrati la storia, l’organizzazione, la funzione, gli obiettivi e i riferimenti teorici della Scuola Popolare.

In appendice sono inserite due interviste. La prima riguarda la dott.ssa Ferrero che si racconta con schiettezza ed essenzialità. La seconda riguarda l’assistente sociale Giovanni Bertagna che, negli anni Ottanta, prestò servizio civile alla scuola popolare “La Ghiaia”. La sua breve narrazione dipinge ricordi intensi e a tinte ancora vivide, come la sua esperienza.

La scelta del percorso accademico mirato mi ha permesso l’approccio alle Scienze Sociali ed in particolare alle discipline legate a Servizio Sociale. Esse hanno sollecitato la comprensione dei concetti “teoria/prassi”- “prassi/teoria”.

Con questo lavoro vorrei dimostrare come un’esperienza vissuta nel sociale, a livello emotivo, ovvero la partecipazione a un gruppo-studio in contatto con la Scuola Popolare, possa essere trasformata, vissuta e analizzata con gli strumenti metodologico-scientifici forniti dall’università.

Orgogliosa della maturità conquistata faticosamente in età adulta, ho la possibilità, ora, alla luce del sapere accademico, di dare maggiore visibilità a un’organizzazione che merita di essere conosciuta e analizzata con una chiave di lettura professionale.

Solamente ora sono in grado di avere una visione allargata e più chiara di un’esperienza sostenuta da ideali, desideri, spirito di partecipazione e solidarietà.

Mi ritrovo dunque a collegare principi, teorie, metodi e tecniche a situazioni, azioni che già di per sè avevano senso, disegno specifico, ma risultavano vissute ad un altro livello.

Le due letture, socio-emotiva ed accademica, non si presentano in antitesi, anzi, costituiscono un intreccio e si complementano arricchendosi.

Qualche esempio: ora posso sostenere che il modello sistemico relazionale permea l’organizzazione e l’attività della Scuola Popolare. Durante il periodo di partecipazione al gruppo-studio, nonostante non avessi delineata nella mente l’ottica sistemica e di conseguenza la disponibilità al cambiamento, i concetti di cambiamento, interdipendenza ed equilibrio dinamico, mi rendevo conto che dal lavoro del singolo può dipendere il lavoro del gruppo, che sorridere ed essere solidali innesca meccanismi virtuosi, che un’idea o un’azione discussa collettivamente può essere accettata (promuovendo cambiamento) o respinta.

Certo non operavo ancora la distinzione tra Chrònos e Kairòs, ma da un autoesame attento e crudo potevo sentire se le mie scelte erano dettate dal peso del primo, che schiaccia ed opprime, oppure dal secondo che scandisce il tempo della riflessione maturata.

Studiare i ruoli dell”interazionismo simbolico”, creati e ricreati dall’individuo e non preesistenti, è stata una scoperta. Blumer, avvalorato dalla comunità scientifica fu il primo a sostenere la teoria. Assume valore diverso vedere la teoria applicata alla prassi: la donna immigrata, una volta ottenuto il riconoscimento del suo diploma nazionale, riacquista l’identità negata da un confine.

L’approccio fenomenologico, applicato alla stessa situazione, permette di avere una visione diversa e più allargata perché si prenderanno in esame i fenomeni percepiti dall’attore in questione: il disagio, lo sfruttamento nel campo lavorativo, la squalifica sociale…

L’approccio etnometodologico dà un’ulteriore chiave di lettura focalizzando l’individuo che, attribuendo un senso all’esperienza che sta vivendo, costruisce ed interpreta la realtà ad opera del processo innescato: l’autostima della donna è recuperata, desideri e progetti nuovi prendono corpo.

Altri esempi ancora potrebbero costituire paralleli interessanti da esaminare, è necessario comunque considerare alcuni aspetti.

La lettura di un’organizzazione sarà tanto più profonda quanto più si cureranno gli elementi che concorrono alla visione totale: il sapere accademico e la prassi operativa poiché la teoria, se non verificata sul campo, risulta astratta e la pratica, senza il sapere diventa improvvisazione.

La sistematizzazione (Ved. 1.4.3) periodica permette di riordinare i pensieri e orientare/riorientare il percorso intrapreso; la sua pratica determina cambiamento nell’ascoltare e nell’ascoltarsi, attiva inoltre coordinate di senso che danno il giusto spazio alla consapevolezza del proprio limite ed al dubbio.

 

 

CAP. I

 

LA SCUOLA POPOLARE “LA GHIAIA”

 

1.1 La storia

 

Durante gli anni intercorsi tra il 1965 ed il ’70 Lina Ferrero visse in Argentina, sulla cordigliera delle Ande, con gli indigeni Mapuche. Nel medesimo periodo Paulo Freire, pedagogista brasiliano, si trovava esule politico in Cile a causa del golpe avvenuto in Brasile nel 1964. In Cile, considerato seconda patria, si dedicò alle sue ricerche ed a intense campagne di alfabetizzazione.

Lina Ferrero ebbe la possibilità di sperimentare la pratica di alfabetizzazione degli adulti con gli indios Mapuche. Conobbe uno stretto collaboratore di Freire, il quale, introdottosi in Argentina clandestinamente, potè organizzare un corso per formatori.

All’inizio dei cinque anni di attività Lina Ferrero curò personalmente l’insegnamento; successivamente la richiesta di saper leggere e scrivere da parte dei Mapuche assunse dimensioni tali che dovette preparare maestri popolari itineranti affinchè operassero nel maggior numero possibile di villaggi .

Il popolo Mapuche lavorava per i latifondisti, i grandi proprietari terrieri che non consegnavano lo stipendio in danaro, ma in vale, ossia in foglietti di carta sui quali era scritta una cifra che gli indios non sapevano leggere. I vale erano presentati alle botteghe, di proprietà del latifondista, in cambio di generi alimentari. Lo stratagemma induceva i campesinos ad ignorare sia la somma di danaro guadagnata, sia la somma spesa. Imparando a leggere ed a scrivere essi compresero il motivo per il quale venivano tenuti nell’ignoranza, il motivo per cui era giusto che i figli frequentassero la scuola, il motivo per cui la storia del loro paese veniva descritta sui libri scolastici in un determinato modo piuttosto che in un altro.

Con semplicità, umiltà e saggezza Ferrero sostiene: “Ho imparato molte cose da loro, non sono stata certo io ad insegnare, ho messo semplicemente a disposizione quel che mi avevano insegnato. Questa popolazione, che non ha goduto del diritto allo studio, si è ritrovata un’esperienza magnifica da trasmettere: imparare a leggere e scrivere ha permesso di leggere e scrivere la loro storia, comprendere meglio la loro situazione, riflettere, organizzare, agire.”

Lina Ferrero tornò in Italia negli anni ’70 e constatò le conseguenze costituite dall’altra faccia della medaglia del boom economico: famiglie sradicate e smembrate, quartieri dormitorio, minori abbandonati. L’Italia del benessere, alle soglie del secolo XXI presentava ancora un numero esorbitante di adulti analfabeti.

Nella cascina di Berzano San Pietro, in provincia di Asti, Lina Ferrero iniziò a preparare gli adulti intenzionati a conseguire la licenza elementare e media per mantenere il posto di lavoro. Di giorno studiava con gli adolescenti, di notte con gli adulti. A questi gruppi-studio si aggiunsero le assistenti delle scuole materne che, per mantenere il posto di lavoro, dovevano tassativamente conseguire il diploma di scuola magistrale.

Nel 1975 nacque la Scuola Popolare “La Ghiaia”.

L’esplicita richiesta fu posta dai ragazzi in affidamento alla famiglia di Livio Marchese e Lina Ferrero. I ragazzi frequentavano le scuole elementari e medie della zona, ma il loro rendimento scolastico non risultava soddisfacente. La scuola pubblica non fu in grado di leggere i veri bisogni di questi studenti che, avendo alle spalle una storia familiare triste e a volte drammatica, manifestavano comportamenti difficili e profitti discontinui.

La loro promozione risultava forzata, senza preparazione, senza alcuna possibilità di potersi appropriare di strumenti utili per affrontare le situazioni del vivere comune.

I loro compiti pomeridiani erano seguiti sia dalla famiglia affidataria che dai volontari coordinati da Lina Ferrero. Si comprese ben presto la difficoltà di stesura dei compiti perché necessitava innanzi tutto colmare non indifferenti lacune di base.

Inoltre era impensabile organizzare un doposcuola senza neppure poter scegliere gli argomenti da sviluppare che, quasi mai, interessavano i ragazzi.

I ragazzi in affido, a contatto con gli studenti lavoratori, ebbero la possibilità di conoscere dinamiche d’insegnamento e d’apprendimento a loro sconosciute e le confrontarono con quelle che la scuola pubblica metteva in atto. Essi furono incuriositi ed attratti dalla nuova modalità di fare scuola.

Nessun metodo è valido se manca la capacità di comunicazione. Alla Ghiaia la condivisione rendeva concreta la comunicazione oltre le parole perché passava attraverso la vita.

La scuola non era mai separata dalla vita poiché anche le piccole ed insignificanti attività quotidiane offrivano lo spunto per fare scuola.

La partecipazione risultava collettiva e l’attenzione alta. Si intendeva offrire ai partecipanti gli strumenti per lo studio, stimolare la capacità di ricercare, inventare, avere più chiavi di lettura della realtà e dare anche spazio al dubbio per creare discussioni, confrontare le idee e le diverse opinioni nel rispetto di tutti. In sintesi: si voleva suscitare la capacità e l’opportunità di essere critici.

I ragazzi chiesero pertanto ai genitori affidatari il permesso di poter studiare anch’essi in cascina e lo ottennero. La Scuola Popolare nacque per questo specifico motivo.

In seguito altri adolescenti si aggiunsero su segnalazione degli insegnanti delle scuole medie della zona. I professori stessi consigliavano ai genitori di alcuni ragazzi in difficoltà di far loro proseguire gli studi alla cascina “Ghiaia”.

Gli studenti furono preparati da un gruppo di insegnanti volontari che collaboravano con Lina Ferrero e conseguirono la licenza elementare e media presso la loro scuola di provenienza. In tal modo, da una parte, la scuola pubblica avrebbe valutato la preparazione degli studenti organizzata in un contesto scolastico diverso; dall’altra parte, la scuola popolare avrebbe potuto ottenere un riscontro tangibile del proprio operato.

Il riscontro tangibile più soddisfacente fu ottenuto dai discenti, i quali, allontanati dalla scuola tradizionale per problemi fisio-psichici, riuscirono a sostenere l’esame coi propri compagni di classe: un’esemplare dimostrazione di come si possa passare da un processo di svalutazione esterna ad un altro di auto-ri-valutazione.

La gran parte dei ragazzi ha manifestato il desiderio di continuare a studiare e la Scuola Popolare (nelle pagine successive la scuola sarà identificata con l’acronimo S.P.) li ha preparati a diventare maestri ed educatori. Non paghi del traguardo raggiunto alcuni si sono iscritti all’Università ed hanno conseguito la laurea.

Un periodo eccezionale è risultato quello intercorso tra il 1986 ed il 1990 durante il quale la S.P. aveva studenti dalla materna all’Università, con una fascia d’età quindi molto eterogenea.

Accanto agli studenti italiani si affiancarono ragazzi ed adulti, provenienti da altri stati europei, dall’Africa, dall’America Latina, dalla Cina. La fuga dai loro paesi d’origine era motivata dalla guerra o da ragioni politiche ed economiche.

Un esempio: tra il 1980 ed il 1991, durante la guerra civile in Salvador, molti profughi salvadoregni furono ospitati dalla S.P. che organizzò la formazione di maestri popolari. Ritornati in patria essi organizzarono e fondarono scuole materne ed elementari, pubbliche o riconosciute, nei loro villaggi di provenienza. Nello stesso periodo un gruppo di ragazzi brasiliani, a fine formazione, tornò a Recife. Attualmente lavorano in ambienti difficili, in quartieri popolari e si occupano dei ragazzi di strada.

Già in quegli anni la S.P. operava con un ideale di esperienza di apprendimento serena, che valorizzasse e desse un senso anche a quella precedentemente vissuta dai ragazzi. L’esperienza passata del discente non risultava essere né squalificata né minimizzata, la S.P. aiutava ad analizzare le cause, le motivazioni che avrebbero portato al cambiamento. L’espressione apprendimento culturale non era ancora in voga, ma ogni studente manteneva e ravvivava i valori della propria cultura, studiava e si confrontava con gli altri.

Per la S.P. il termine educazione interculturale non significa ordinare una giustapposizione di culture diverse, bensì scoprire la diversità come ricchezza reciproca.

Nel 1991 le donne del campo nomadi dell’Arrivore di Torino, ospiti alla Ghiaia per un campo estivo, chiesero successivamente di essere alfabetizzate.

Per un intero anno scolastico Lina Ferrero ed alcuni insegnanti volontari frequentarono settimanalmente la comunità. Riuniti in una roulotte si organizzò un progetto educativo. Le donne rom appresero a leggere ed a scrivere a partire dai loro interessi: la storia e la geografia del loro popolo, il concetto di spazio, il gioco come elemento culturale, le leggende, le fiabe, i racconti, l’abitazione, l’alimentazione, il lavoro, la religione dei padri, i riti e le tradizioni, le feste ed il loro valore.

La S.P. ha sempre cercato di adattarsi e ad andare incontro alle esigenze dei discenti che, nel corso degli anni, sono notevolmente cambiate.

Sono stati creati nella zona servizi per l’infanzia, in risposta ai bisogni delle madri lavoratrici, con un’intenzionale motivazione pedagogica e non solo custodialistica. E’ nato nel 1997 il centro interculturale “L’Aquilone” di Pino d’Asti che copre pertanto la fascia d’età da zero a tredici anni.

Attualmente la S.P. prepara, nella maggior parte dei casi, donne lavoratrici italiane, latinoamericane, arabe, romene residenti in località limitrofe.

Le donne straniere hanno difficoltà di comunicazione, studiano pertanto l’italiano di base per comprendere la lingua del paese che le ospita. Successivamente continuano i loro studi compatibilmente con i loro desideri, capacità, necessità. Questa particolare tematica sarà trattata nel cap. 2.2 sviluppando il metodo di alfabetizzazione di Freire inteso come processo di coscientizzazione.

Se si dovesse riscrivere la storia della S.P. tra qualche anno, altro si aggiungerebbe alla descrizione sin qui riportata, ma i principi sui quali essa si basa risulterebbero immutati. Al contrario, una volta analizzate le origini della scuola, l’impostazione di base e il patrimonio culturale, attualmente si può constatare quanto la sua azione sociale non sia statica bensì in continua evoluzione.

La S.P. non può altro che muoversi, orientare il suo operato su più fronti e trasformarsi in divenire poiché cambiano i bisogni/necessità del discente e del mondo sociale.

 

 

1.2  Obiettivi

 

Gli obiettivi, ponderati ed in attuazione, che la S.P. si propone sono tutti rivolti al presente ed al futuro dei discenti:

Attenzione primaria della scuola risulta essere l’offerta di opportunità di studio a tutti coloro che, italiani e stranieri, non possono essere seguiti da scuole pubbliche. Nella maggior parte dei casi l’impossibilità d’accesso riguarda la notevole distanza chilometrica dall’istituto, le difficoltà economiche, problemi di salute, problemi famigliari.

La S.P. intende offrire supporto a coloro che, iscritti ad una scuola pubblica, non riescono a svolgere o mantenere i ritmi dei programmi di studio per problemi di lingua e per le conseguenti difficoltà d’apprendimento.

La scuola considera il desiderio di intraprendere un percorso di formazione permanente da parte di coloro che hanno terminato gli studi. Essa offre, pertanto, programmi personalizzati di aggiornamento ed approfondimento.

Altro obiettivo che non rientra nei programmi tangibili della scuola, ma nei principi cui essa s’ispira, si traduce in un assioma di primaria importanza anche per il servizio sociale professionale: “Aiutare ad aiutarsi”[1]. La S.P. non intende assistere il discente e fornire mere lezioni didattiche, bensì stimolare il mutamento sociale attraverso una azione responsabilizzante nei confronti degli individui, per far sì che questi ultimi a loro volta attivino in altri capacità inespresse o sottovalutate.

Folgheraiter[2] illustra tre livelli di capacità d’azione dell’individuo, o meglio tre stati dinamici: l’autosufficienza, l’autorealizzazione, l’eterorealizzazione. Nel primo caso rientrano le capacità di soddisfare bisogni primari inerenti la sopravvivenza fisica e il mantenimento di minimi standard di qualità di vita. Il secondo caso contempla il campo delle scelte personali, ovvero le capacità indispensabili per raggiungere la realizzazione di sé. L’eterorealizzazione, il terzo caso, consiste in un surplus di capacità d’azione che stimola e favorisce l’interesse o la cura per gli altri.

La S.P., come già esposto, non solamente insegna ma cerca di attivare le capacità potenziali sopite degli individui attraverso percorsi di consapevolezza illustrati nei prossimi capitoli.

 

 

1.3  Metodi

 

La definizione di metodo di Dal Pra Ponticelli[3] è semplice ed esplicativa: “L’insieme delle regole, delle tecniche, degli strumenti che guidano, in ciascuna disciplina, il cammino, il processo per il raggiungimento di obiettivi legati all’acquisizione di conoscenza o alla realizzazione di un’azione”.

Nel servizio sociale, come del resto in altri campi, l’azione professionale è orientata dal modello e realizzata secondo il metodo, la cui esecuzione richiede l’utilizzo di tecniche e strumenti.

Un esempio chiarificatore spiegherà con quali modalità la S.P. viva nella prassi il pensiero scientifico sopradescritto: uno studente comunica al gruppo-studio, durante la lezione, un particolare rilevante che desidera mettere a fuoco, approfondire.

L’approvazione generale fa sì che si cerchi la documentazione necessaria e il gruppo si mobilita grazie anche al docente che orienta le ricerche, sia per il reperimento di informazioni e materiali, sia per promuovere un lavoro collettivo scritto.

Non è forse questo il modello “sistemico relazionale” che si realizza, con le sue dinamiche di trasformazione, attraverso un metodo didattico elastico che si traduce in lavori di gruppo, scrittura collettiva, mappe concettuali e l’ausilio di computer, libri, riviste, film, documenti?

I metodi utilizzati dalla S.P. sono adattati e non adottati. E’ bene precisare che la flessibilità non può essere confusa con l’improvvisazione. I metodi sono scelti dall’èquipe di docenti secondo una previa considerazione di molti fattori: i programmi di studio, la diversità dei discenti, i loro interessi e bisogni.

C., un adolescente di 13 anni fu in affido ai coniugi della cascina e scuola “La Ghiaia”. A causa dell’insufficiente rendimento scolastico probabilmente avrebbe ripetuto la terza media. Manifestava nessun interesse per materie e compiti. Unica sua passione: gli animali.

Da un programma televisivo che documentava la vita dei coccodrilli partì un progetto educativo: si narrarono e si disegnarono come racconti d’avventura gli straripamenti del Nilo, la vita quotidiana delle popolazioni, la raffigurazione di animali sacri su papiri, gioielli, in templi, tombe. Il sapere, sempre più approfondito, prendeva forma per assumere i nomi delle materie scolastiche: geografia, storia, arte, italiano…

Gardner[4] non illustra una semplice somma di intelligenze per mettere in ombra la concezione classica che considera un’unica struttura, bensì intende un sistema di intelligenze che concorre alla massima espressione. La sua teoria delle intelligenze multiple ne prevede sette: linguistica, spaziale, corporea, musicale, comprensione degli altri e comprensione di sé.

La S.P. ha sperimentato che una volta compreso il tipo di intelligenza del discente, si possono raggiungere buoni risultati se lo studente sarà seguito a partire dagli interessi personali. Un particolare interessante: il successo ottenuto in attività che fanno parte di una particolare materia  fa sì che si riducano problemi o difficoltà anche in altre discipline.

Nei prossimi capitoli si illustreranno i metodi, adattati, di Paulo Freire, Lorenzo Milani, Ovide Decroly, Cèlestin Freinet. Per alcune esperienze si prende in considerazione Ivan Illich. Si spiegherà di conseguenza come, in quale misura e perché il pensiero e l’azione dei personaggi citati assumono spessore di significato nelle attività de “La Ghiaia”.

Esistono elementi comuni a tutti i metodi che successivamente sarano analizzati. Molte saranno le espressioni ripetute poiché ogni autore le utilizza dando vita a una modalità personale di vedere la scuola, i discenti e il mondo sociale.

In Freire si riscontra spesso “il diritto alla parola, la realtà degli attori considerati, la lettura critica del mondo tramite il processo di coscientizzazione”. In Milani emerge “il dominio sulla parola, insegnare a ragionare per poter formare una coscienza critica, la realtà e i bisogni delle persone”. In Decroly espressioni ricorrenti risultano educare alla vita mediante la vita e centri d’interesse”. In Freinet si nota frequentemente ricerca, cooperazione, interesse e motivazione dei soggetti, contatto con la natura e la realtà sociale. Illich insiste molto sui bisogni non standardizzati e validi per tutti.

Operando un’ulteriore selezione di termini ricorrenti si giunge a comuni vocaboli quali:

parola, interesse, motivazione, coscienza, realtà, cooperazione.

Sono dunque queste le parole chiave che la S.P. vive per l’interesse comune cercando di creare la coscienza della realtà.

 

 

1.4  Organizzazione

 

La sociologia dell’organizzazione sostiene che per “organizzazione” s’intende non solo l’organismo riconosciuto come tale, ma anche qualunque fenomeno organizzativo che il ricercatore riterrà degno di rilievo e che esponga elementi della realtà sociale.

La S.P. “La Ghiaia” non è istituzionalmente riconosciuta, si ritiene pertanto libera da obblighi, adempimenti o attività burocratiche nei confronti delle autorità scolastiche. La libera forma d’azione risulta un’autonomia didattica straordinaria. Quest’opportunità certamente giova al suo ruolo formativo e per il suo adempimento essa costantemente si adopera.

Bonazzi indica la struttura dell’organizzazione come l’aspetto statico e il processo organizzativo come l’aspetto dinamico. E’ interessante notare la descrizione delle persone che concorrono a rendere viva l’organizzazione”[5]: “…ogni persona contribuisce in maggiore o minore misura, con maggiore o minore consapevolezza, a creare la cultura e il clima interno, a interpretare le normative, a fissare i rapporti di potere, a stabilire i livelli di efficienza, le aspettative e l’immagine che l’organizzazione ha nell’ambiente circostante”.

Per spiegare i fondamenti dell’azione cooperativa Barnard[6] ricorre ad una parabola: un uomo trova la strada che sta percorrendo bloccata da un enorme masso; potrà spostarlo solamente ricorrendo all’unione comune di forze determinate da altre persone che, come lui, hanno intenzione di proseguire il cammino. Organizzarsi significa dunque attivare un sistema cooperativo per superare i limiti dei singoli individui.

L’organizzazione prevede insegnanti in pensione ed in esercizio che, volontariamente e gratuitamente, prestano la loro opera nei confronti degli studenti che frequentano la S.P.

Inoltre i diplomati preparati dalla S.P. e gli studenti che proseguono i loro studi all’Università si attengono al principio: “Gratuitamente ho ricevuto, gratuitamente dono il mio tempo e le mie competenze”.

La figura del preside, non prevista a “La Ghiaia”, è sostituita dal coordinatore che si occupa delle relazioni esterne, collabora intensamente tra docenti e discenti affinchè le iniziative, le attività individuali e collettive, le fasce orarie di frequenza siano strutturate in modo tale da soddisfare i bisogni dei partecipanti.

Generalmente quando ci si iscrive a scuole pubbliche, serali e preserali, è sempre il docente che si adegua agli orari delle lezioni. La S.P. adatta il proprio orario a quello di lavoro di coloro che frequentano per dare l’opportunità di uno studio costante e proficuo.

Le decisioni organizzative e strutturali non sono di tipo verticistico, ma vengono assunte dal coordinatore e dai docenti in comune consenso. La massima collaborazione tra l’èquipe di educatori volontari rende più semplice l’impegno di mantenere l’ordine nel disordine, concetto complesso che si traduce in coniugare la flessibilità con l’organizzazione.

La collaborazione di diversi insegnanti della scuola pubblica consente di avere a disposizione non un libro uguale per tutti, ma testi diversi utilizzati durante la stessa lezione.

La S.P., tramite Internet, si collega a diversi siti ed agenzie formative per l’aggiornamento continuo necessario alle attività educative.

Il materiale didattico a disposizione dei docenti è ottenuto tramite un oculato riciclo oppure è fornito da amici e sostenitori della scuola.

Le aule in cui si svolgono le lezioni coincidono con gli ambienti, interni ed esterni, della cascina “La ghiaia”: la spaziosa cucina, la sala da pranzo, la biblioteca, il pergolato, il cortile, l’orto, i campi coltivati, i boschi ed i prati limitrofi.

La flessibilità nella scelta del luogo ove svolgere la lezione rappresenta un punto di forza: il momento teorico e il momento pratico della formazione s’intrecciano permettendo riflessioni, scambi, attività manuali e delineando chiaramente sia il significato di scuola sia quello di vita. Il punto debole è rappresentato dal fatto che la quotidianità emerge anche quando la lezione è in corso: la scuola è sempre aperta a tutti e non tutti si rendono conto della loro azione perturbatrice.

Per ovviare a quest’inconveniente i volontari cercano sempre di ricavare una lezione dalle esperienze che si osservano, si analizzano, si vivono in gruppo.

 

1.4.1  Lo studente adulto

 

La S.P. di Berzano San Pietro dista 35 chilometri da Torino e altrettanti da Asti, per questo motivo risulta utile la sua posizione. Gli studenti-lavoratori che osservano orari e turni di lavoro incompatibili con quelli delle strutture pubbliche, possono usufruire del servizio personalizzato della Scuola.

La S.P. opera prevalentemente con adulti ed attua nei loro confronti un approccio responsabilizzante: la libera decisione d’iniziare un ciclo di studi è acclarata dall’obiettivo preciso da perseguire; i programmi di studio sono resi noti già dal primo colloquio ed inoltre essi hanno la possibilità di verificare in itinere il proprio procedere.

L’insegnante volontario non è retribuito e se l’interesse è totalmente dell’apprendente si possono verificare, da parte di quest’ultimo, ritardi, mancati appuntamenti. Per far riconoscere il valore della prestazione professionale, o per stabilire chiarezza di ruolo fra le parti, si stipula una sorta di patto morale tra docente, discente e scuola. L’impegno reciproco stabilisce equilibrio e serietà.

Il patto morale stabilito a “La Ghiaia” rievoca, per gli elementi posti in luce, il contratto collaborativo che Lerma[7] descrive come strumento del lavoro integrato da parte di un sistema di operatori in un sistema di aiuto nel Servizio Sociale. S’intende il contratto un accordo tra le parti per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi, l’organizzazione dei compiti e delle regole di relazione. Si descrive una situazione a tre in rapporto dinamico poiché coinvolge la complessità del circuito relazionale operatore-utente-servizio.

Generalmente il lavoratore che si rivolge alla scuola per ricevere informazioni si dimostra esigente e manifesta stupore quando si formulano domande quali: “Che cosa cerchi, che cosa desideri, che cosa ti aspetti, quanto sei disposto ad impegnarti?”

Appare subito chiaro che conseguire il titolo di studio non ha come controvalore il danaro, bensì la fatica e l’applicazione costante. Un fattore che la S.P. tiene a chiarire da subito: la globalità dell’insegnamento implica analisi, riflessioni sull’attualità e aggangi continui tra discipline, per cui si studia molto di più di quel che richiede il programma ministeriale.

In questo contesto cambiano anche i presupposti per la valutazione. La S.P. recupera, incoraggia, non cerca l’errore, il punto debole, la deficienza, bensì le attitudini, le capacità, i successi.

Si è constatato, in passato, che rimproveri marcati ed osservazioni insistenti su errori commessi abbiano inciso sul senso di sicurezza e fiducia dei discenti. A tal proposito la S.P. si è vista costretta a rinunciare all’opera di alcuni insegnanti volontari le cui posizioni, troppo rigide, non consentivano di mantenere alto il livello di autostima degli studenti.

La motivazione è la condizione base per intraprendere un ciclo di studi con costanza e metodo. Lo studente adulto, abituato più al lavoro che allo studio, convinto di avere più qualità pratiche che intellettive, deve fermamente credere nelle proprie possibilità e nel perseguimento dell’obiettivo per poter dare un senso al sacrificio che, quotidianamente, compie.

Il successo che riportano adolescenti ed adulti studenti a “La Ghiaia” consiste nella motivazione profonda e nel piacere di apprendere. L’impegno che si riserva allo studio per ottenere un lavoro, per mantenerlo, o per migliorare la propria posizione lavorativa, è gratificato non solo dai risultati, ma anche dal lavoro collettivo stimolato dalla capacità di ricercare, inventare, avere più chiavi di lettura di uno stesso fenomeno. Queste capacità implicano un lavoro a monte che consiste nel desiderio di mettersi e mettere in discussione, confrontare le idee, ascoltare le diverse posizioni, rifuggire schemi prestabiliti o imposti. Si concorre a un risultato finale: essere critici.

Tra i vari modelli della motivazione umana uno è attribuito a Balboni [8] a partire dai primi anni Novanta. Il paradigma è centrato su tre componenti che spiegano le azioni compiute dagli esseri umani: dovere-bisogno-piacere. Il modello delinea la motivazione degli studenti-lavoratori che desiderano studiare in vista di un progetto e che vivono l’esperienza dell’apprendimento scoprendo interessi e ragionamenti nuovi: H., lo studente-lavoratore kurdo rifugiato in Italia, ha imparato l’italiano ed a leggere correttamente il corsivo perché motivato dal desiderio di iscriversi all’università. Il suo percorso è costellato da esperienze dolorose che gli permettono, tuttavia, di partecipare al gruppo profonde riflessioni sul senso di identità, sulla libertà e sullo spirito democratico di un popolo. I risultati positivi dei dibattiti e delle ricerche rendono vivaci e dinamiche le attività didattiche.

I docenti della S.P. hanno sempre lavorato molto, coi discenti, sulla metafora del viaggio rifacendosi ad illustri esempi: Ulisse, Enea, Dante. Cercando le risposte a domande precedentemente formulate (“Che cosa hai lasciato-Dove sei, Che cosa hai trovato?”) si compie un viaggio dentro di sé che rende coscienti dei passi da muovere quando il percorso è impervio, sostiene gli ideali da mantenere vivi, chiarisce gli obiettivi da raggiungere.

Molto diverso è il viaggio descritto da Cologna[9] esponendo la ragione del disagio identitario dei giovani stranieri, studenti, a Milano: “… il fatto di essere, in questa loro posizione di frontiera tra le culture, tra le generazioni e tra le identità, profondamente soli. Ciascuno di loro si ritrova presto a rendersi conto di essere costretto a tracciare una propria rotta per collegare tra loro i diversi porti della propria appartenenza”.

Appare evidente quanto sia diverso il modo di affrontare la stessa situazione da parte di alcuni studenti stranieri a “La Ghiaia”. Nel loro caso si tratta piuttosto di stato di costrizione inteso come percezione di limitatezza di risorse. Essi non sono costretti a tracciare una propria rotta, semmai il percorso di consapevolezza, in atto, permette loro di considerare se stessi come risorsa per delineare con maggiore chiarezza ed obiettività bisogni e desideri.

 

 

1.4.2  Il docente

 

Il docente della S.P. risulta essere un volontario che destina all’insegnamento parte del suo tempo libero. Insegnanti in pensione ed in esercizio aderiscono con entusiasmo alle iniziative de “La Ghiaia”, la loro formazione è perciò già consolidata e arricchita dall’esperienza.

Tuttavia il loro lavoro nella scuola pubblica è marcato da caratteristiche direttive: sostenere una lezione frontale risulta facile così come interrogare su argomenti specifici o assegnare compiti e voti. Risulta loro meno facile organizzare e coordinare lavori di gruppo e di ricerca. Per quanto riguarda i neolaureati, esterni alla S.P., si è riscontrato che la loro giustificata inesperienza porta talvolta a improvvisare lezioni senza la preventiva preparazione delle stesse.

La metodologia che adotta la S.P. richiede un’ulteriore formazione che contempla una diversa visione del rapporto educativo, un tempo adeguato che l’insegnante dedica al discente, una diversa concezione riguardante gli obiettivi, i risultati ed un uso corretto, vivo sia dei materiali che degli strumenti impiegati.

In sintesi: la S.P. intende custodire lo spirito che la distingue, salvaguardare la libertà nei metodi e nei programmi che propone.

Il limite non indifferente del docente volontario è rappresentato dal fatto che potrebbe venir meno all’impegno accettato per varie ragioni di ordine personale. In questo caso i docenti si fanno carico del lavoro didattico prima di vagliare altre adesioni volontarie.

Il docente entra in un delicato gioco di relazione: la capacità di rapportarsi col discente e col contesto, consapevole che quest’ultimo influenza entrambi. Egli opera per acquisire meglio e far acquisire la capacità di interiorizzazione e di astrazione.

A questo proposito Montirosso e del Rio[10] sostengono che all’interno della relazione d’aiuto nel Servizio Sociale, sia di natura terapeutica che educativa, il concetto di empatia è spesso ricorrente: la relazione ha un aspetto dinamico che produce un’alterazione di confini. Questo cambiamento mette in atto dimensioni di conoscenza e di scambio per una maggiore consapevolezza personale e una migliore capacità d’intesa reciproca.

E’ interessante notare che i principi-guida[11] per la prassi nel servizio sociale sui quali si fonda l’intervento possono, in parallelo, coincidere coi valori base e dei docenti e della scuola: il principio del rispetto della persona, il principio dell’uguaglianza, della solidarietà, della responsabilità, della coerenza.

Se dunque i principi si agiscono nella prassi, in termini di atteggiamenti professionali, si traducono in azioni.

Durante le lezioni con gli studenti lavoratori turnisti il numero dei frequentanti può variare, ma la qualità dell’argomento, o l’intensità di una spiegazione fanno sì che il docente parli con lo stesso spirito a uno quanto a cinque discenti . E’ la motivazione dell’insegnante e degli allievi a scandire il ritmo delle lezioni non fissate ad un termine prestabilito.

A partire dalla persona, dagli interessi personali, si stimola il desiderio di allargare lo sguardo sugli altri, sul mondo e sugli elementi che lo regolano, costruendo percorsi didattici che vanno al di là del programma ministeriale. E’ intenzione del docente prendere in esame non grandi analisi teoriche per spiegare la realtà, ma dalla realtà del quotidiano giungere all’elaborazione delle diverse teorie che la spiegano.

Il sapere rimane fine a se stesso se di pari passo non si trasmette la gioia della ricerca, il piacere allo studio, l’importanza della lettura, l’utilità dell’interpretazione dei testi, la riflessione sul lavoro svolto sino a un dato momento.

  • La scuola antropologica di cultura e personalità ha approfondito gli aspetti cognitivi dell’apprendimento. Gearing[12], presentando il modello transazionale, sostiene che l’aspetto fondante del processo educativo risulta essere la trasmissione di informazioni che muta la mappa cognitiva del ricevente. Si verifica una transazione positiva quando ha buon esito, in termini di comunanza di significato, l’incontro/negoziazione tra le mappe cognitive dei docenti e dei discenti.
  • La S.P., considerando il presupposto che s’impara da tutto e da tutti, può dare nella pratica di ogni giorno lo stupore della scoperta, la dimostrazione di quanto l’uomo possa maturare non per titoli ma per meriti e trasformare la realtà che lo circonda. La scuola risulta strumento vivo e attivo di cambiamento.

Maestro, in questa scuola, non risulta esclusivamente il diplomato o il laureato, ma colui che offre a disposizione degli altri, con creatività e sicurezza, quanto ha scoperto.

La biblioteca fornitissima della scuola è a disposizione dei discenti, ma i docenti non adottano un unico libro di testo, si privilegia la ricerca di documenti, notizie, informazioni e, collettivamente, dar corpo a un testo unico scritto a più mani.

La S.P., per non perdere le esperienze più interessanti invita studenti e discenti a redigere una “memoria” che rimane agli atti. Dallo spunto iniziale, una notizia, un avvenimento, si passa a documentare in sintesi il percorso di ricerca: le fonti utilizzate, gli obiettivi raggiunti ed eventuali quesiti irrisolti.

La memoria, datata e contestualizata, ha lo scopo di storicizzare l’esperienza che potrà essere riletta, apprezzata, ripresa in considerazione, aggiornata, migliorata o corretta da nuove informazioni, riflessioni, visioni dell’argomento trattato nell’arco d’evoluzione in un ambito ad ampio respiro.

 

1.4.3  La Sistematizzazione

 

Uno dei momenti più significativi della formazione permanente degli insegnanti è rappresentato dalla sistematizzazione periodica.

Non è da sottovalutare il fatto che il docente, dopo aver accettato volontariamente l’incarico, possa manifestare momenti di “cedimento”, l’entusiasmo iniziale sembra smorzarsi. Altra condizione limite: gli impegni sembrano aumentare ed il vortice di iniziative potrebbe avere ritmi troppo sostenuti. Queste descritte rappresentano due circostanze estreme, ma è naturale che si possano verificare situazioni difficili o conflittuali.

Il lavoro di sistematizzazione fa sì che ogni docente operi una riflessione strutturata sul proprio operato, sulle modalità di cooperazione, sugli obiettivi. Lo sviluppo permette una scrupolosa analisi del vissuto per poi formulare una sintesi che restituisca l’identità personale e di gruppo.

La sistematizzazione risulta una riflessione precisa e critica sul processo vissuto al fine di comprendere ed esplicitare la logica del processo stesso, gli elementi intervenuti, i suoi stadi e le ragioni del passaggio dall’una all’altra fase.

La sistematizzazione consente dunque in modo critico e cosciente di affinare gli strumenti per poter comprendere o chiarire la situazione che si sta vivendo. Sotto questo particolare aspetto essa risulta sia un processo di costruzione di conoscenze a partire dal riordinamento della pratica, sia un lavoro di ri-costruzione di un processo che cerca di spiegare la logica della pratica.

La sistematizzazione aiuta a ricostruire elementi del singolo che, trasformati, potranno servire all’esame di altre esperienze, al gruppo; essa pertanto si riferisce alla pratica ed ha lo scopo di perfezionarla.

I passaggi in successione permettono quindi di poter passare a progettare o a riprogettare.

Sistematizzare[13] significa:

Recuperare la storia del gruppo, dell’organizzazione.

Riscoprire il suo scopo, il ruolo che ricopre, a chi è rivolto, in quale modo, con quali mezzi e quali metodi.

Verificare la coerenza attuale e le intenzioni iniziali, se il percorso è stato deviato, quale eventuale nuovo cammino si è intrapreso, con chi e per quale motivo.

Comprendere il senso delle proprie azioni.

Essere coscienti di quel che è stato realizzato e della modalità di raggiungimento degli obiettivi.

Essere consapevoli delle risorse, soprattutto umane, a disposizione e del loro equo utilizzo.

Riassumere, fare il punto della situazione utilizzando i precedenti elementi.

Comprendere se ed in quale misura si è maturati durante l’esperienza.

Riconoscere aspetti che presentano lacune o contraddizioni di fondo per superarli.

I docenti hanno sperimentato l’importanza di mantenere una “memoria” scritta del loro operato poiché la memoria, di per sé, è labile.

La memoria, menzionata nel capitolo precedente, tratta un aspetto della sistematizzazione poichè “sistematizza” un’esperienza e ne determina lo spessore rivelando gli interessi, gli obiettivi, le aree interessate, i risultati ottenuti e i punti deboli emersi.

 

 

 

CAP. II

 

 

RIFERIMENTI TEORICI

 

 

2.1  Il modello sistemico relazionale

 

Il modello sistemico relazionale è il più idoneo ad illustrare l’organizzazione della S.P. perché ne permea l’attività. Concepire ed agire le dinamiche sistemiche significa ragionare, vedere in termini allargati ed essere consapevoli che circoscrivere un settore, un elemento o una situazione può approfondire da un lato, ma dall’altro darà comunque una visione parziale.

Watzlawick sostiene che “un fenomeno può risultare più comprensibile allargando il contesto di riferimento”. Inoltre egli considera elemento rilevante la comunicazione, definendola un processo di interazione che si manifesta a livello verbale oppure non verbale, analogico[14]. Nel primo caso la comunicazione assume un aspetto di contenuto, nel secondo di relazione.

Nel quadro sistemico relazionale è’ bene distinguere il modello teorico dal procedimento metodologico per delinearne le caratteristiche[15].

Il modello si riferisce a un sistema le cui parti possono variare, sono in relazione e al variare di una parte variano conseguentemente tutte le altre. Ogni individuo è già sistema a sé e la sua azione è in grado di modificare sia se stesso che l’ambiente esterno.

La S.P. può essere intesa come sistema aperto in quanto scambia informazione, sia al suo interno sia al sistema esterno, modificandosi sulla base di questi continui scambi dinamici. Il sistema Scuola Popolare, composto a sua volta dal sistema docenti, dal sistema discenti e dal sistema risorse della scuola, è a sua volta in relazione col sistema mondo sociale.

Tutte le parti in relazione costituiscono variabili che concorrono a stabilire l’esito delle attività intraprese.

Il procedimento metodologico, utilizzato dal servizio sociale professionale, prevede un andamento organizzato in fasi:

Lettura dei bisogni.

Ipotesi operative.

Piano di lavoro per obiettivi.

Verifica del cambiamento.

Ogni fase è delicata e propedeutica alla successiva: se non si osserva non si conosce, è quindi compromessa l’efficacia della raccolta di informazioni e, conseguentemente, la possibilità di effettuare un’analisi valida per ottenere una comprensione puntuale. D’altra parte se non si valuta correttamente non si può né elaborare un piano di lavoro per il raggiungimento degli obiettivi, né si possono monitorare gli indicatori che segnalano cambiamento.

La S.P., partendo dall’osservazione del fenomeno (lettura dei bisogni) prende atto che adulti e giovani adulti reclamano un accesso allo studio, interrotto o mai iniziato. Si delinea un delicato lavoro di raccolta informazioni nel rispetto della persona, nell’ascolto di quel che dice, di quel che non dice e che manifesta. Talvolta è necessario partire dall’insegnamento della lingua italiana affinchè il discente possa esprimere al meglio le proprie capacità relazionali.

Successivamente si formulano ipotesi operative che si concretizzano nella formazione di gruppi compatibili per percorso di studi ed orari. La preparazione didattica s’intreccia con l’ipotesi di autonomia che si costruisce innanzitutto incoraggiando l’autostima. L’approccio sistemico ha senso e rivela la circolarità dell’interazione proprio perché lo studente, principale agente di cambiamento, a sua volta può cambiare a livello personale, famigliare e sociale innescando un percorso virtuoso.

Si procede con un piano di lavoro per obiettivi che consiste nella messa a punto di programmi mirati e piani di studio corredati da flessibili tabelle di marcia. Esemplificando l’approccio sistemico relazionale si mira all’elevazione culturale attuando di pari passo il processo di coscientizzazione che porta a un’azione trasformativa: E’ basilare lavorare per la consapevolezza, sulla capacità di leggere in modo critico la realtà. I programmi e i piani di studio, pur aderendo alle direttive ministeriali, sono “costruiti” e personalizzati. A., un ragazzo curdo, studiando per conseguire il diploma di media superiore, ha prima di tutto messo a fuoco ed analizzato il concetto di Stato, di territorio, di confine, di autorità istituzionale per poter essere in grado di acquisire le successive conoscenze geografiche e storiche.

La verifica del cambiamento s’imposta sia in itinere che a processo finale, essa risulta trasversale ad ognuna delle quattro fasi del processo. Punto focale della verifica di qualsiasi fase è il riscontro oggettivo del pensiero critico dello studente. La sua capacità di analizzare un contesto, reperire materiali, organizzarli e redigere piani per raggiungere obiettivi è il frutto della relazione tra il gruppo dei formatori, il gruppo dei discenti e dei due gruppi tra loro. La relazione che si crea è l’essenza della S.P., perché stimola intuizioni, creatività, progetti.

 

 

2.2  Freire: La pedagogia degli oppressi
L’educazione come pratica della libertà

 

Paulo Freire risulta essere un solido punto di riferimento poiché la S.P. “La Ghiaia”, nata nel 1975 sulla scia di un’esperienza latinoamericana, ha applicato il metodo che porta il suo nome ad adulti analfabeti di ritorno.

Freire (1921/1997) , uno dei più grandi pedagoghi del nostro tempo, concepisce l’educazione centrata sulla produzione e non solo sulla trasmissione della conoscenza. Egli intende l’educazione un progetto partecipativo, patrimonio culturale da far scoprire come tesoro e risorsa collettiva.

“Un’educazione che conduca l’uomo ad un atteggiamento nuovo di fronte ai problemi del suo tempo e del suo spazio; (…) alla ricerca, invece che alla pericolosa e noiosa ripetizione di testi e di affermazioni slegate dalla sua vita reale. L’educazione dell’io mi meraviglio e non solo dell’io fabbrico.[16]

Freire, adottando il suo metodo in Brasile, riuscì ad alfabetizzare trecento adulti in poco più di quaranta giorni. All’epoca gli analfabeti non avevano diritto al voto, fu questa la ragione per cui il governo federale decise di dare ampio spazio a quest’azione educativa. L’iniziativa non fu portata a termine a causa del colpo di stato militare del 1964. Accusato di sovversivismo finì in carcere e successivamente andò in esilio in Cile.

In “L’educazione come pratica della libertà” Freire partecipa la sua esperienza di educatore in Brasile. Operando nel nord-est brasiliano ha riscontrato e posto in luce le cause dell’analfabetismo che si radicano nella struttura di una società in un dato momento storico.

Promuovere e stimolare l’educazione a praticare la libertà, l’essenza del libro, equivale a scrollare e trasformare il silenzio e la passività propri dell’ignoranza, a far comprendere il ruolo attivo dell’uomo nella sua e con la sua realtà affinchè possa, da semplice oggetto, diventare soggetto

“Egli è un essere creatore che col suo lavoro modifica la realtà”.[17]

Freire sostiene inoltre: “L’alfabetizzazione solo è autenticamente umanista, solo è il primo passo che deve essere dato in vista dell’integrazione dell’individuo nella sua realtà nazionale, quando, senza temere la libertà, si instaura come un processo di ricerca, di creazione, di recupero da parte dell’alfabetizzando, della sua parola. Parola che, nella situazione concreta, obiettiva, nella quale egli si trova, gli è negata”.[18]

Nelle sue opere Freire attesta animatamente che l’educazione mira alla liberazione, permette la lettura critica del mondo infrangendo catene mentali, psicologiche e reali.

Egli propone dunque l’alfabetizzazione come processo di “coscientizzazione”, intesa non solo come presa di coscienza della realtà che opprime l’analfabeta, ma come capacità di lettura critica.

La “problematizzazione” del proprio vissuto è il processo che permette di passare dalla visione magica, una sorta di inerte sottomissione, alla visione critica della realtà, ovvero ad una panoramica consapevole. La problematizzazione prevede il superamento della contraddizione educatore/educando, pone la questione di come smantellare la visione depositaria dell’educazione. Quest’ultima è comunemente concepita come rapporto asimmetrico tra colui che sa e colui che non sa.

Attraverso il dialogo si trasformano entrambe le parti e a questo punto Freire sostiene:“Nessuno educa nessuno, nessuno educa se stesso: gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo”.[19]

Quella che segue è l’esperienza di due donne analfabete che frequentarono la S.P. “La Ghiaia”, una salvadoregna e una somala proveniente dall’Ogaden. La loro vita nei paesi d’origine era segnata da sofferenza e stenti dovuti alla privazione della libertà ed alla povertà.

Entrambe lavoravano in una casa di riposo. Si rivolsero alla S.P. poiché in ambito lavorativo non erano in grado di stilare le consegne ad ogni passaggio di turno.

Le due donne manifestavano una sorta di pacata rassegnazione pur motivate dalla necessità e avendo vivo il desiderio di porre rimedio a problemi reali: conservare ad ogni costo il posto di lavoro.

Si realizzò che l’esigenza primaria di entrambe richiedeva una proposta di lettura che permettesse loro di dare un senso alla propria situazione di partenza per problematizzarla .

Si rivelò fase viva del processo la possibilità di vedere con occhio critico la situazione passata e presente, la manifestazione del desiderio di volerle fortemente superare. In quale modo? Appropriandosi del diritto alla parola prima ancora della tecnica che essa presuppone.

Le due donne, seguite individualmente, indicarono sull’atlante la località geografica di provenienza, raccontarono le loro vicissitudini. Furono aiutate a contestualizzare la loro esperienza, a comprendere quali interessi erano in campo, a prevedere le logiche conseguenze per i loro connazionali.

Questa maturazione progressiva ha permesso ad I., la donna salvadoregna, di passare dalla frase “Qué va a ser!” (“Che cosa ci vuoi fare!) a “Quiero superarme!” (“Voglio superare la situazione”).

H., la donna somala, dopo dieci giorni dall’inizio dell’esperienza, presentandosi a due insegnanti volontarie che ancora non la conoscevano, localizzò l’Ogaden sulla carta geografica, raccontò l’invasione della Somalia nell’Ogaden etiope, narrò episodi di guerra, la violenza, la fame patita, la fuga, l’incessante flusso dei profughi, l’emigrazione in Italia.

Imparando a scrivere e a raccontare la sua storia parallelamente l’aveva recuperata, coscientizzata.

  1. ed H. impararono a leggere e a scrivere in poco più d’un mese, ora a fine turno sono in grado di redigere la consegna alle colleghe di lavoro. Gratificate dai risultati ottenuti, hanno deciso entrambe di studiare per sostenere l’esame di terza media. Attualmente sono operatori socio-sanitari.

Confessano di aver avuto paura, paura di non imparare, paura dei risultati. Freire spiega il fenomeno: “La paura della libertà, che soggioga gli oppressi, è paura che può condurli tanto a diventare oppressori quanto a rimanere legati alla situazione di oppressi, un altro aspetto che merita anch’esso la nostra riflessione” [20]

Le fasi del metodo Freire possono essere così identificate:

Presentare l’immagine: assenza di parole o commento scritto, figura chiara e semplice, tratta ovviamente dalla realtà sociale, particolarmente significativa per coloro che la osservano, ha lo scopo di provocare dibattito.

Problematizzare: atto di conoscenza in quanto analisi o decodificazione della situazione vissuta, codificata in precedenza. Interpretazione della realtà in modo riflessivo.

Individuare la situazione limite: essere in grado di problematizzare permette di “leggere” la realtà con occhi critici, dando significati diversi non solo a situazioni, ma anche a concetti che precedentemente apparivano ovvi.

Scoprire le contraddizioni: naturale conseguenza del punto precedente.

Superare il limite e dissolvere le contraddizioni.

Scoprire il mito: una riflessione consapevole e anche talvolta una buona dose di ironia, permettono di scoprire e smantellare luoghi comuni da noi stessi, o da altri, concepiti.

Percepire i pregiudizi: essi difendono, “giustificano sempre l’azione”. Esserne consci significa diventare obiettivi.

Passare dalla visione magica alla visione critica della situazione, della realtà: la coscienza magica attribuisce ai fatti un potere superiore e ad essi si sottomette facilmente; il fatalismo ne è una dimostrazione.

Inoltre durante l’intero processo si dovrà tener conto di:

Attingere dall’inventario dell’universo lessicale dei gruppi per identificare i vocaboli, ricchi di valore esistenziale ed espressioni tipiche, legati all’esperienza dell’alfabetizzando.

Utilizzare parole generatrici non solo per scoprire la ricchezza fonemica, ma anche e soprattutto per individuare reazioni socioculturali che la parola genera in coloro che la usano.

Permettere passaggi cruciali: concetti analizzati dall’astratto al concreto, dall’universale al particolare, dal sociale all’individuale.

Durante l’intero processo l’alfabetizzando avrà l’occasione di riscontrare in modo tangibile l’importanza di leggere e scrivere che non sarà ridotta a mera tecnica d’apprendimento, bensì in termini coscienti si tradurrà in capire quello che si legge, scrivere quello che si capisce.

In sintesi: “essere” e “comunicare” attraverso il segno grafico.

Precisamente questi due termini rappresentano il risultato di un lavoro di alfabetizzazione, col metodo Freire, che Ferrero attuò nel 1987 con M., una donna di 56 anni, analfabeta di ritorno.

M., immigrata negli anni Sessanta al Nord, trovò lavoro in qualità di inserviente presso una casa di riposo. In Calabria, sua regione d’origine, frequentò la scuola sino alla terza elementare; non praticando né la lettura, né la scrittura, col tempo perse del tutto queste facoltà. Per conservare il posto di lavoro le fu richiesta la licenza di scuola elementare.

L’impegno quotidiano famigliare e lavorativo non smorzarono l’energia e il desiderio di far fronte alle difficoltà. La stanchezza svaniva per l’entusiasmo di comporre, con mano ancora insicura, le parole: zucchero, sale, detersivo. Per sottolineare il contenuto autentico e significativo delle parole, prima pensate e poi esplicitate, si riportano le sue prime frasi scritte: “Io lavoro”. “Io studio”. “Io studio per lavorare”.

Le esercitazioni didattiche di M. sono custodite nell’archivio della scuola. Sono allegate al presente lavoro le pagine più significative la cui fotocopiatura è stata gentilmente concessa dalla S.P..

Questi risultati non si sarebbero mai potuti ottenere se non si fossero presi in considerazione i problemi concreti di M., le sue conoscenze, esperienze: dall’universo vocabolare della donna si è passati a pensare e creare nuove parole, trascrivere i numeri nell’ottica di prezzi, guadagni, perdite.

  1. ebbe la fortuna di imparare a guardare la realtà con gli occhi di un’alfabèta adulta oppressa dal lavoro nero e malpagato, desiderosa di poter cambiare la propria realtà.

 

 

2.3  Milani: La scuola di Barbiana

 

Il riferimento a Don Milani non vuole evidenziare un metodo, quanto piuttosto una linea, uno stile, un modo di vivere e di vivere la scuola, di fare scuola, di rapportarsi con i ragazzi.

Don Lorenzo Milani (1923/1967), sacerdote ed educatore, risulta essere la testimonianza attendibile dell’operato dell’uomo per l’uomo.

La sua dedizione, inizialmente mal tollerata dai familiari, risultò intensa, consapevole, sottolineata dall’esperienza vissuta sia nella condizione di ricco sia in quella di povero. Scelse di essere dalla parte degli ultimi.

Hans Joachim Staude fu il pittore tedesco che contribuì involontariamente, trasmettendo e discutendo il senso sacrale della vita, alla ricerca di un assoluto spirituale di Milani. Staude, incaricato dal dottor Albano Milani di impartire lezioni di pittura al figlio, fu molto sorpreso quando Lorenzo manifestò il desiderio di entrare in seminario. Quando egli chiese spiegazioni di quel repentino cambiamento Lorenzo rispose: “…Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori: ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada”.

[21]. Don Milani, ordinato sacerdote nel ’47, organizzò a San Donato di Calenzano (FI) una scuola popolare, serale, per giovani operai e contadini. Nel ‘54, trasferito e nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, nel Mugello, fondò una scuola per i figli dei montanari.

Don Milani, abituato fin da piccolo in famiglia ad usare il proprio cervello e ad esprimere senza reticenze il proprio pensiero, si rese conto delle gravi lacune dei suoi ragazzi: l’incapacità di usare con disinvoltura lo strumento della parola. In una lettera inviata al direttore del “Giornale del mattino” di Firenze nel ’56, mai pubblicata, afferma: “Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude”.

[22]. In Lettera a una professoressa, testo scritto dai suoi allievi sotto la sua guida, si denunciano i difetti della scuola pubblica e si auspica un progetto di riforma scolastica. Si legge pertanto l’esigenza di rivoluzionare il ruolo dell’educatore, si evidenzia la tendenza classista dell’istituzione scolastica e si propongono nuovi obiettivi e strumenti per meglio comprendere e soddisfare i bisogni dei ceti meno privilegiati. Eccone alcuni stralci:

“Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste (…). Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null’altro”.[23]

“Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno”.[24]

In Esperienze Pastorali si può trovare la seguente affermazione: “Sono fermamente convinto che quest’ideale di colmare il dislivello culturale tra classe e classe non rappresenta un’utopia. (…) In questa cultura generale il fattore determinante è a nostro avviso la padronanza della lingua e del lessico”.[25]

Nello stesso volume Don Milani risponde agli amici che gli chiedono come fa a fare scuola e come fa ad averla piena: “Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola. Per far scuola popolare bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. (…) Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero a un livello superiore…”.

“Vedete che non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e di pensare”.[26]

“E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”.[27]

Proprio per questa sua modalità di porsi in maniera schietta, diretta, cruda, fu notevolmente frainteso ed osteggiato dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose.

Il libro biografia di Neera Fallaci, su Don Milani, riporta una sintetica opinione espressa dal padre scolopio Ernesto Balducci: “Don Milani ha scelto la via della rottura per aggredire il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna…”.[28]

A Barbiana non si adottavano libri di testo, si preferiva produrre collettivamente dispense e altro materiale stampato che li sostituivano. I vocabolari e una nutrita biblioteca rappresentavano strumenti didattici indispensabili. Altri strumenti usati per ricerche o lavori pratici: il telescopio, il laboratorio fotografico, l’officina e la falegnameria.

Un elemento importante delle lezioni: la cultura umanistica non è stata mai disgiunta da quella scientifica.

Don Milani sostiene che una scuola che si prefigge di formare i cittadini non può esimersi dal delicato compito di prepararli anche alla politica ed alla vita sociale. A scuola la lettura del quotidiano e della  corrispondenza non aveva tanto lo scopo di far sapere quello che accadeva nel mondo, quanto insegnare ai ragazzi a ragionare sulle notizie, formare una coscienza critica.

Non è un caso che su una parete della scuola ci fosse la scritta I care, che per anni fu lo slogan dei giovani americani del dissenso che sostenevano “M’importa, mi sta a cuore”, esattamente il contrario del motto fascista “Me ne frego”.

La scuola di Barbiana puntava molto sul lavoro collettivo, sull’importanza di una corretta espressione e la conoscenza di più lingue straniere. La S.P. “La Ghiaia” si riferisce allo spirito milaniano sia per il rilievo assegnato alle lingue, sia per il potere della “parola”, sia per le modalità di lavoro collettivo.

Punti essenziali, come per la scuola di Barbiana, risultano essere i veri bisogni delle persone, le influenze ambientali e le motivazioni al sapere. I significati assumono forma, spessore nell’interazione tra discente, docente, ambiente. E’ dall’ambiente in cui vive che il discente organizza e costruisce la solidità della propria conoscenza. Il docente, nell’organizzare la ricerca, imposta col discente un contesto, un ambiente d’apprendimento di partenza. La realtà, dunque, è lo spunto per introdurre e trattare le discipline.

In tale contesto l’azione del docente passa dalla semplice trasmissione del sapere alla co-costruzione sapiente di mappe concettuali multidisciplinari, all’interno delle quali s’intersecano opinioni, idee, conoscenza, fatti reali, il cui scopo è produrre apprendimento e di conseguenza riflessione, crescita.

Lavoratori e lavoratrici manifestano la lacuna di non esprimersi correttamente in lingua italiana. Per ovviare a ciò si legge molto, le parole sono analizzate, soppesate per comprenderne le varie accezioni e la portata emotiva. Si propongono svariati esempi per mezzo dei quali si dimostra quanto un termine specifico possa assumere diverso significato se inserito in proposizioni dissimili.

Gli studenti, inoltre, scrivono molto: saggi brevi, testi argomentativi, componimenti, articoli di giornale e lettere. Inizialmente, per sciogliere le remore d’espressione, si invitano i discenti alla scrittura collettiva.

Quando si studia letteratura, si approfondiscono gli stili letterari e poetici, gli argomenti, le espressioni; quest’attività esula dai programmi delle scuole presso le quali si sostengono gli esami. La S.P. ha l’arduo proposito di far scoprire l’universo dell’arte delle parole non solo per saper apprezzare la bellezza delle opere, bensì per permettere la capacità di conoscere ed esprimere i propri sentimenti e le opinioni con proprietà di linguaggio.

Nell’attuale società multietnica ed interculturale è impensabile non dare alle lingue straniere il valore che meritano.

La diversa provenienza geografica degli studenti della S.P. risulta uno stimolo enorme per l’apprendimento delle lingue e, talvolta, si affrontano le diverse materie nella lingua che si intende insegnare/imparare.

La S.P. in linea col pensiero di Don Milani tende, tramite le più svariate attività, a stimolare i discenti nell’appropriarsi degli strumenti di cui hanno bisogno per essere “sovrani”. La conoscenza dei propri diritti è basilare, ma ancor di più è importante avere la capacità di farli valere. Per uno scambio costruttivo, paritario, la conoscenza della propria cultura e la sicurezza che deriva da un processo di strutturazione dell’identità, permettono di dialogare con culture altre, nel rispetto della diversità.

 

 

2.4  Decroly: Il metodo globale

 

Un contributo importante per il rinnovamento dell’educazione è stato offerto dal belga Ovide Decroly, pedagogista, neuropsichiatra, psicologo, scrittore. La sua opera ha indicato nuovi percorsi per quanto riguarda i processi educativi, i metodi e la programmazione scolastica.

Decroly (1871-1932) è l’esponente di spicco del movimento pedagogico che aderisce all’Attivismo.

La Scuola dell’Ermitage, fondata a Ixelles nel 1907, gli permetterà di attuare con successo un esperimento pedagogico che in massima sintesi si traduce in “pour la vie, par la vie”.

“Educare alla vita mediante la vita” è infatti il risultato tangibile delle sue indagini: gli interessi e le tendenze dell’infanzia si esprimono globalmente e l’educatore dovrà approfittarne per ritrovare e andare incontro a quegli interessi essenziali e comuni che saranno la base dell’educazione, la base, non l’unico fine.[29]

Decroly, studente, mal tollerava lo studio di discipline che si distaccavano sia dalla realtà che dall’esperienza. Memore di questo suo disagio d’infanzia, si oppone all’insegnamento tradizionale che categorizza diversificando le materie. Egli teorizza ed attua un insegnamento che individui e consideri gli interessi ed i bisogni dell’allievo.

Intende la scuola un ambiente che offra lo spunto per promuovere attività materiali e sociali della vita reale, affinchè la cultura perda quel carattere di astrattezza e passività che, in quest’ambito, le è propria.

Le attività scolastiche ruotano attorno a centri d’interesse. L’interesse accentua così il suo significato etimologico di “stare al centro” delle cose diventando un filo conduttore che orienta idee e programmi.

In tal modo si evita la frammentarietà delle nozioni amalgamando tutte le attività, adattate secondo l’età. I programmi, infatti, possono essere recepiti a tutti i livelli scolastici in quanto i contenuti tengono conto del grado di maturità e delle competenze acquisite dagli allievi.

L’insegnamento si articola in tre momenti principali: l’osservazione, ovvero il contatto diretto con la realtà che continuamente offre stimoli all’apprendimento al di fuori dell’aula scolastica; l’associazione nello spazio e nel tempo permette di collegare e confrontare quel che si è osservato nella fase precedente; l’espressione consente di dimostrare quanto acquisito utilizzando le tecniche più varie che spaziano dalla parola alla scrittura, dal disegno al lavoro manuale.

Per quanto riguarda l’organizzazione dell’attività educativa un elemento rilevantissimo risulta essere la funzione globalizzatrice. Decroly afferma che ci si può addentrare nelle infinite molteplicità delle forme e dei movimenti, ma sapremo coglierne solamente gli aspetti fondamentali, quelli più significativi per noi. La mente opera già questa funzione semplificatrice perché coglie solo parte del tutto. (…) “Di contro il presunto semplice, che è soltanto una parte del tutto, può essere ancora molto complesso: anzitutto perché può essere scomposto in numerosi elementi ancora più semplici, e poi, perché molto spesso non ha alcun valore per il riconoscimento del tutto e, isolatamente considerato, è privo di qualsiasi interesse”.[30]

La funzione globalizzatrice è stata applicata in modo pratico a livello didattico e lo dimostra il metodo per l’apprendimento della scrittura e della lettura. Il cosiddetto metodo globale è concepito non solo per i primi rudimenti scolastici, dovrebbe caratterizzare qualsiasi insegnamento perché permette di cogliere lo sguardo d’insieme dei fenomeni, stimolare l’analisi degli elementi che costituiscono il tutto, formulare la sintesi.

La S.P., fin dalla nascita, ha utilizzato il metodo globale: come all’Ermitage l’ambiente non s’identifica esclusivamente con l’aula, ma è integrato dalla natura che circonda l’edificio e da qualunque luogo che possa offrire spunti per l’osservazione e l’esperienza. La S.P “La Ghiaia” e l’omonima azienda agricola hanno offerto ai ragazzi, ospiti in cascina, interessanti campi di studio e la possibilità di sperimentarli con attività concrete.

Attualmente il metodo globale di Decroly è degno di considerazione poichè con i gruppi di lavoratori-studenti si parte da un interesse concreto dei discenti, successivamente si stabiliscono, si elaborano e si tracciano collegamenti che intersechino tutte le discipline.

Prendendo lo spunto dai commenti, nati dalla lettura degli articoli apparsi sui quotidiani del 2006, sui disordini e la violenza nelle banlieues delle maggiori città francesi, un gruppo-studenti è riuscito a trarne argomento di studio.

Si è presa in esame la storia della colonizzazione francese in Algeria ed in particolare la guerra tra Francia ed Algeria. Si è discusso sull’argomento “colonizzazione” toccando svariati temi: dall’estensione della cultura del colonizzatore, all’economia sfruttata, ai diritti negati.

Si sono localizzati i due stati sull’atlante cercando punti strategici e stati limitrofi. Si è parlato del coraggio delle donne algerine, si sono lette pagine significative di scrittori di questo paese africano.

Sono nate discussioni per quanto riguarda le testimonianze di giovani universitari di Saint Denis, si è riflettuto molto sui problemi socio-esistenziali delle banlieues, l’economia della società globalizzata è stata presa in esame. Si è considerato anche il fenomeno religioso.

Un brano letterario tratto dal libro “I dannati della terra” di Frantz Fanon è stato letto in francese, tradotto in arabo, in spagnolo e successivamente  analizzato e commentato in italiano. Anche la matematica è stata “aggangiata” alle altre discipline poiché ha permesso, tramite calcoli statistici, di realizzare e leggere grafici per rendere visibile e meglio comprendere il fenomeno.

Dalle discussioni e osservazioni sollecitate nel gruppo si organizzava il lavoro individuale di ricerca e documentazione. L’analisi e i commenti finali costituivano nuovamente il lavoro collettivo.

Tutti i partecipanti hanno avuto l’opportunità di constatare quanto possa essere emozionante il lavoro di gruppo. L’apprendimento della lingua italiana, generalmente impresa difficoltosa nonché impegnativa, se organizzato attraverso esperienze formative interessanti risulta una conquista gratificante ed arricchente.

L’approccio allo studio sopradescritto, la cui impostazione nasce dall’interesse comune motivato dalla realtà, permette di dare una visione globale del problema. Si analizza il fenomento da sfaccettature diverse, discipline diverse che concorrono a un unico fine: “conoscere”.

 

 

2.5  Freinet: La scuola popolare

La pedagogia popolare nasce in Francia, nella prima metà del ‘900 grazie all’opera di Célestin Freinet.

Freinet (1896/1966), promuove la centralità della dimensione sociale nella vita dell’individuo, realizza una scuola che rispetti la spontaneità, stimoli la ricerca, la cooperazione e la motivazione del lavoro.

I suoi personali ricordi scolastici, infelici, influenzeranno le sue tecniche sperimentali e rafforzeranno il desiderio di riformare la scuola. Le tecniche pedagogiche, ampiamente riconosciute, riconoscono validità agli interessi infantili evitando quindi che risultino schiacciati o limitati dai programmi ufficiali.

“Se insistete a voler insegnare tali discipline, sarete ridotti a ricorrere all’oppressione , almeno sotto una delle sue molteplici forme (punizioni, ricompense, vincite, giochi), come quando volete ingozzare un bambino che non ha appetito. Siete stati voi a farglielo passare” [31].

Tradizionalmente il maestro è colui che insegna, l’allievo colui che impara. Freinet sostiene che anche l’allievo può trasmettere al maestro le sue conoscenze ed esperienze.

“Non separare la Scuola dalla Vita” è il pensiero di Freinet che tuttora si attua con l’intenzione di eliminare gli ostacoli che dividono la scuola dalla vita reale. Per rendere questo concetto vivo e attuabile egli stravolge il significato di classe/aula.

Le classi da lui concepite  si rivelano di base molto simili per principi e lavori di gruppo, ma si differenziano proprio perché plasmate sulla misura dei bisogni e delle capacità personali. Egli sostiene che se un metodo d’insegnamento è valido può essere applicato ovunque e per tutte le classi, varierà l’attività in base all’obiettivo concordato, l’interesse e la motivazione dei soggetti.

La disposizione di banchi e cattedra è funzionale alle attività da svolgere.

Freinet organizza lezioni all’aria aperta, ritiene infatti un elemento importante il contatto con la natura e la realtà sociale. L’esperienza diretta che se ne trae fa sì che si possano attivare processi d’apprendimento naturale.

Freinet è profondamente convinto che il bisogno di esprimersi del discente debba essere continuamente sostenuto. Rimproveri troppo duri, continue osservazioni e giudizi rigidi raffreddano l’entusiasmo, scoraggiano le iniziative e svalutano l’autostima.

L’espressione è dunque particolrmente stimolata e curata. Le osservazioni e il contributo personale del discente si dimostrano parte attiva che produce la consapevolezza di vivere un’esperienza ricca di curiosità e sorprese.

Dalla discussione collettiva nasce il bisogno di stesura: il “testo libero” è la naturale conseguenza del precedente lavoro di gruppo. Per la documentazione si consulta la “biblioteca di lavoro”, corredata di libri di testo, manuali, dispense e schedari continuamente aggiornati dagli allievi.

Dare dignità di stampa al testo libero, scelto in base a votazione unanime, impreziosisce il lavoro svolto: permette di unire l’attività intellettuale e manuale, non solo, trasforma concretamente le fasi di apprendimento, riflessione e creatività.

La “tipografia scolastica” e il “giornale scolastico”, esempi di motivazione del lavoro, risultano dunque il mezzo e il fine attraverso il quale la libera espressione assume forma.

Secondo Freinet l’allievo, tramite l’iter “dall’idea alla forma concreta”, comprende gli elementi importanti della vita (in questo caso la riflessione/relazione), della sua vita (lavoro di gruppo dei pari) e della comunità (interrelazione).

La S.P. “La Ghiaia” segue le modalità di ricerca e cooperazione indicate da Freinet; propone ai discenti sia il testo libero, per la raccolta e l’esame delle esperienze quotidiane, sia la stampa del giornalino settimanale.

Quest’ultimo fu ideato e realizzato per la prima volta durante il periodo della guerra civile in Salvador durante gli anni ‘80/’90. La “Ghiaia” ospitava rifugiati politici, maestri e catechisti, perseguitati nel loro paese d’origine centroamericano, che vivevano e studiavano in cascina.

Ragazzi volontari avevano organizzato un centro di raccolta dati/informazioni utilizzando fax e Internet.

I salvadoregni traducevano in italiano tutte le informazioni, gli studenti italiani collaboravano alla stesura, all’impaginazione ed alla correzione delle bozze. La partecipazione sentita ed entusiasta di tutti i ragazzi era coordinata da un volontario tipografo per il risultato finale: la stampa del giornalino, su carta riciclata, la cui diffusione aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammatica situazione del Salvador.

Attualmente un gruppo di studentesse si è assunto l’impegno di tradurre articoli dallo spagnolo all’italiano per la rivista “AIZO” (Associazione “Zingari Oggi”), un bimestrale che, pubblicato in Torino, si occupa di far conoscere la dimensione socio-culturale del popolo rom.

Alcune studentesse si preparano per il conseguimento del D.S.E. (Diploma Superiore di Lingua Spagnola). Lo studio dei libri di testo è integrato da altri esercizi: traduzione di vari articoli, di documenti di rilevante importanza, vedasi quello della Commissione Europea per l’integrazione degli zingari.

Queste attività hanno un alto valore non solo didattico. Per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue straniere l’importanza che le caratterizza assume un altro significato: conoscere, comprendere ed attivare la comunicazione tra popoli e culture diversi.

La partecipazione e l’impegno che richiedono la traduzione di un articolo sono ampiamente compensate dalla pubblicazione su una rivista che altri leggeranno e commenteranno. Se a maggior ragione gli articoli promuovono un contenuto sociale, danno voce a fasce deboli ed emarginate, l’attività svolta acquista un impagabile, profondo valore.

 

 

2.6  Illich: La descolarizzazione

 

Le opere di Ivan Illich (1926/2002) non possono essere riconducibili esclusivamente alla sua complessa formazione. Dai suoi lavori, oltre al teologo, lo storico, il filosofo, il sociologo, il linguista, l’economista, emerge soprattutto la figura del libero pensatore.

E’ appunto nella veste di uno dei più vivaci pensatori del nostro tempo che offre lo spunto, soprattutto alla S.P., per riflettere e far riflettere sul significato di scuola nel senso più lato del termine.

Illich nel ’59, a 33 anni, fu uno dei più giovani monsignori dell’epoca. Nel 1961 fondò a Cuernavaca, in Messico, il CIDOC, vale a dire il Centro Interculturale di Documentazione per preparare il clero alle missioni in America Latina.

Il Centro risultò il punto di una preziosa raccolta sulle tradizioni latino-americane e un enorme banca dati per quanto riguarda lo studio sullo sviluppo delle istituzioni, a livello mondiale, nel campo dell’economia, dell’educazione e della salute.

Nel ’69 per contrasti insorti con la Curia Romana, provocati dalle critiche nei confronti dell’organizzazione istituzionale della Chiesa, Illich rinunciò ai suoi titoli ecclesiastici.

Il Cidoc, durante gli anni ‘60/’70, organizzò seminari monotematici, dallo studio della società moderna ai problemi della società occidentale, cui parteciparono i massimi esperti del settore.

Da questi studi nascerà nel ‘70 il libro “Descolarizzare la società”, una profonda critica alle istituzioni. L’opera, pubblicata successivamente alla contestazione studentesca sessantottina, non del tutto placata, sollevò sia clamori d’approvazione sia feroci polemiche.

Dal sopracitato testo saranno presi in esame alcuni argomenti pregnanti che la S.P. analizza e che, dissentendo o approvando, cerca di far diventare oggetto di discussione tra docenti e discenti.

Illich sostiene che la scuola, a tutti i livelli, una volta superata una certa soglia diventa controproducente. Parla di controproduttività paradossale proprio perché non voluta dagli insegnanti. Non è raro, infatti, che un insegnante preparato e puntiglioso, ma insistente ed esageratamente esigente, stemperi senza volerlo l’interesse dell’allievo per la materia trasmessa. Non a caso trasmettere, dal latino transmìttere, significa far passare una cosa da una ad altra persona.[32]

La riflessione che gli operatori della S.P. hanno realizzato su questa autorevole critica ha consentito loro di prestare la massima attenzione, che presume in questo caso desiderio e passione, alla modalità di proporre argomenti, programmi e metodi agli allievi.

Illich insiste sul dovere dell’insegnante al rispetto della singolarità di ogni individuo proponendo la liberazione del soggetto dall’individuazione dei bisogni standardizzati e validi per tutti, sottolinea quanto sia deleterio il condizionamento di una scuola selettiva e la sua competitività.

Egli non è contrario all’istruzione, è però contrario ai sistemi autoritari e selettivi della scuola dell’obbligo.

Presenta un sistema educativo occidentale che collassa, che produce burocrazia e che insegna a

“vivere in una società dove la promozione sociale dipende non da una dimostrata competenza ma dal pedigree scolastico mediante il quale si presume che sia stata acquisita”.[33]

Illich crede che la scuola non favorisca né l’apprendimento né la giustizia poiché gli educatori non vogliono distinguere tra istruzione e titolo di studio. Egli pone una scelta: l’uomo deve decidere se vuole essere ricco di cose o di libertà di servirsene. “L’istruzione è la scelta delle circostanze che facilitano l’apprendimento. Ma apprendere significa acquisire in proprio una nuova capacità o una nuova conoscenza approfondita, mentre si è promossi grazie ad un giudizio che altri si è formato”.[34]

Illich anche in altri suoi lavori afferma che il progresso individuale non è e non può essere una realtà misurabile. Risulta una crescita che non può essere misurata né paragonata al percorso effettuato da qualcun altro. Constata che la scuola frammenta il sapere in materie che costituiranno programmi di blocchi prefabbricati; essa giudicherà poi i risultati ottenuti secondo una scala internazionale. “Un uomo che si rimette agli altri per la misura dei suoi progressi personali applica ben presto a se stesso la stessa misura. Non è più necessario rimetterlo al suo posto, egli si inserisce da se stesso nel posto angusto che gli è stato assegnato, si rannicchia nel luogo che gli è stato insegnato a ricercare e, attraverso questo stesso processo, mette i suoi coetanei anch’essi ai loro posti, affinchè tutto, ciascuno e ogni cosa siano in ordine. Un uomo ridotto alla sua dimensione scolastica si lascia scivolare via dalle mani l’esperienza non misurabile. Ciò che non può essere misurato passa per lui in secondo piano. Non c’è bisogno di spogliarlo della sua creatività, con l’istruzione ha disimparato a creare qualcosa o a essere se stesso e dà valore solo a ciò che è stato o che potrebbe avvenire”.[35]

La S.P. non si propone di demonizzare la scuola pubblica alla quale deve poi ricorrere per far valutare ufficialmente il proprio lavoro e quello degli studenti che desiderano conseguire il titolo di studio. Essa tenta piuttosto di far ri-conoscere momenti di formazione nell’ambito sociale affinchè l’individuo possa valorizzare le esperienze agite in famiglia, nell’ambiente di lavoro, nel gruppo di amici, nella città d’appartenenza, ovunque.

Per quanto riguarda la figura dell’educatore, Illich ipotizza: “Ciò che caratterizza tutti i rapporti autentici tra maestro ed allievo è la consapevolezza comune a entrambi che si tratta d’una relazione letteralmente senza prezzo e che, in maniere molto diverse, costituisce un privilegio per tutti e due. (…) L’educatore inizierà il suo allievo a una consapevoleza critica che è rarissima nella scuola e che non è acquistabile con il denaro o con altri favori”.[36]

Il rapporto autentico ha quindi carattere gratuito. A questi due elementi esposti la S.P. aderisce pienamente cercando di dare il giusto significato al sapere che non ha prezzo e al senso di gratuità.

Essa parte dal presupposto che la possibilità di apprendere non debba essere proporzionata alla possibilità d’acquistare la stessa. Se in passato nobili e sacerdoti risultavano dotti per stato sociale e non per merito, attualmente il fenomeno, anche se presente, assume proporzioni ridotte e richiede comunque intervento. La “consapevolezza critica” che indica Illich è il punto sul quale la S.P. si focalizza. E’ ovvio che il carattere sia gratuito poiché non può e non deve avere prezzo instillare il senso “del dubbio, del perché, del come” ed attivare azioni cooperative per promuovere percorsi inesplorati.

Per essere in grado di promuovere nuovi percorsi si dovrebbe, innanzi tutto, essere pienamente consapevoli di come si sta percorrendo il proprio in termini di scelte, qualità, motivazioni.

Gli insegnanti volontari della S.P. hanno momenti di verifica e di riflessione; considerano la formazione permanente uno strumento di crescita che consente loro di arricchire se stessi per essere in grado di guidare i discenti a rileggere, rielaborare il proprio vissuto e a imparare dall’esperienza propria e altrui.

In alcuni casi gli argomenti vengono trattati da “esperti”, ossia da persone che stanno vivendo l’esperienza. Il significato del Ramadàn è stato spiegato e trasmesso da una studentessa del gruppo, araba e musulmana praticante. Per far comprendere il significato della Pasqua ebraica e cristiana è stata invitata una teologa. Si integra in questo modo lo studio delle religioni che s’intreccia con lo studio della storia.

Per le scienze sono stati invitati, secondo l’argomento, un geologo, alcuni veterinari, apicultori, contadini, viticultori. Gli studenti hanno avuto modo di vedere e vivere il lavoro dell’uomo in modo diretto e di conoscere i più svariati ambiti: le cave, le stalle, le aie, i campi, i frutteti, le risaie, le vigne…

Qualche esempio: per comprendere il lavoro della terra e il pane, prodotto finito, si sono prese in considerazione tutte le attività che iniziano con la semina e si concludono con la pagnotta sfornata. Si è adottato lo stesso procedimento per quanto riguarda il vino: dalla pianta della vite all’imbottigliamento. Persino l’allevamento degli animali, la cucina e qualsiasi altra attività quotidiana sono stati e lo sono tuttora, elementi attraverso i quali costruire percorsi didattici.

I libri si consultano dopo l’esperienza e non prima, si studia dopo aver capito, non prima di capire come invece avviene durante le lezioni della scuola tradizionale.

Pertanto l’aula scolastica non sempre contempla le quattro pareti, la si ritrova all’esterno: in un orto, in un laboratorio, in una casa di riposo, in una A.S.L., in una fabbrica, in un quartiere, in un teatro..

Infine il lavoro di sistematizzazione dell’esperienza è diviso secondo le capacità, le esigenze, le preferenze e le scelte degli allievi. Dopodichè si passa ad amalgamare il lavoro dei singoli cooperando alla stesura conclusiva.

Ultimo argomento tratto da “Descolarizzare la società” è il parallelo che Illich traccia tra due fratelli della mitologia greca: Prometeo (significa il preveggente) ed Epimeteo (significa colui che capisce a posteriori).[37] Il primo sottrasse il fuoco agli dei, sfidò il fato, insegnò agli uomini a forgiare il ferro e finì legato a ferree catene. Rappresenta l’uomo le cui aspettative hanno un effetto deleterio che ritorna. Le istituzioni, parallelamente, creano sempre più bisogni effimeri e vacui, lasciando insoddisfatti i desideri. Nel tentativo di allineare i due livelli asimmetrici si consumano le risorse della terra. Il discorso vale per l’agricoltura e per l’industria, ma anche per la medicina e l’istruzione.

Il secondo sposò Pandora, la quale fece scappare tutti i mali dal suo vaso, ma lo chiuse prima che potesse fuggirne anche la speranza. L’uomo epimeteico conosce e misura la possibilità di rinunciare, scavalca il preveggente Prometeo perchè vuole sperare in qualcosa di più dei progetti di cui è capace; se si rendesse conto della loro dannosità non esiterebbe a modificarli nonostante appaiano conformi all’intenzione iniziale.

La S.P. non può non considerare il comportamento dell’uomo epimeteico. Ritoccare o modificare in qualsiasi momento i propri piani non denota debolezza o insicurezza, bensì maturità e capacità di riflessione. Monitorare in itinere l’effetto delle proprie azioni indica professionalità che si auspica a coloro che, per qualsivoglia ragione, intraprendono progetti educativi.

La fase esaminata si può altresì riscontrare applicata all’intervento dell’operatore che Zini e Miodini definiscono come uno dei punti chiave del processo d’aiuto nel servizio sociale professionale[38]. I momenti di verifica e valutazione risultano strettamente legati al valore qualitativo e quantitativo dei risultati nonché ai fattori di efficienza (relazione tra risorse e risultati) ed efficacia (relazione tra processi e cambiamenti attuati).

Riesaminando la critica feroce di Illich nei confronti della scuola, negli anni ’70, si può rilevare quanto sia servita alla S.P. per organizzare una linea di condotta coerente ed onerosa: l’impegno affinchè i corsi di studi non fossero meri “pacchi di merci”, posti in vendita da parte di insegnanti “distributori” e destinati ad allievi “consumatori” di prodotti.

Pur non aderendo appieno alla critica estrema mossa da Illich, il suo pensiero, tuttavia, continua a stimolare gli insegnanti della S.P. il cui operato quotidiano risulta tuttora essere frutto di un lavoro collettivo, organizzato con gli studenti e per gli studenti.

 

 

RIFLESSIONI FINALI

 

La realizzazione del presente lavoro è stata possibile nel momento in cui ho cercato di coniugare il pensiero olistico al pensiero analitico per affrontare la complessità del trasmettere lo spessore di un’esperienza.

La neutralità non esiste, non è forse vero che anche il ricercatore indaga campi inesplorati utilizzando gli strumenti che più ritiene idonei ed in sintonia col suo pensiero?

Non sono ricercatrice, ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di vedere in modo oggettivo l’esperienza globale determinata dalla Scuola Popolare che comprende il sapere, le strutture, i ruoli, le persone e me, la loro storia e la mia.

 

 

Appendice

 

 

Intervista a Lina Ferrero

 

Perché, come, con chi nasce la scuola popolare?

 

La risposta a queste domande si può riscontrare leggendo la storia della S.P. ad inizio tesi. Descriverò invece l’idea che generò la scuola. Essa nasce dalla mia esperienza personale.

La mia famiglia non poteva permettersi il mantenimento agli studi. All’epoca le figlie femmine ricevevano in convento l’educazione scolastica gratuita, ma mio padre, onesto contadino, rifiutò il ripiego. In campagna, durante il faticoso lavoro dei campi e col rischio di essere scambiata per pazza, declamavo a voce alta i canti della Divina Commedia o le poesie di Pascoli, mi esercitavo a scrivere su foglietti riciclati. Senza libri né dispense studiavo ricordando i riassunti verbali delle mie amiche ricche che frequentavano la scuola. Sostenni l’esame magistrale da privatista. Dopo il diploma il mio primo pensiero fu: “Studierò ancora e cercherò di aiutare sempre coloro che vogliono studiare e non possono”.

 

Il tuo lavoro nella Scuola Popolare, se è frutto di un ideale, in che modo e in quali ambiti è sceso a compromessi?

 

Per mia fortuna quasi mai il mio lavoro è sceso a compromessi, ultimamente sì: trovo i programmi ministeriali un po’ obsoleti, la scuola, paradossalmente, si è irrigidita. Un esempio: il programma contempla lo studio della Mesopotamia, ma non quello dell’Iraq. Non si approfitta del sapere come punto di partenza per introdurre il discente nella realtà e poterne così osservare, analizzare sia la bellezza, sia la bruttura, le congruenze o le eventuali contraddizioni. Lo studente, di conseguenza, ottiene un bel voto se descrive il Tigri, l’Eufrate e Baghdad (Madinat-Es-Salam: la città della Pace), ma sa poco o nulla degli errori/orrori dell’ultima guerra. E’ ovvio che in questi frangenti si scenda a compromessi.

Ho sempre chiarito ai ragazzi che la S.P. non prevede il doposcuola; ma il tredicenne vivace, con scarso rendimento scolastico, non seguito dalla famiglia e che ultimate le medie intende lavorare, potrà mai comprendere il chiarimento? La S.P. cercherà allora di comprendere, a sua volta, la realtà dei discenti mantenendo una linea il più possibile coerente.

 

Quanto peso ha avuto nella tua vita piegare gli ideali ed adattarli?

 

Moltissimo, perché il desiderio di coerenza prevale. E’ per questo motivo che ricordo bene una frase di Don Milani: “L’obbedienza non è più una virtù”. Mi fa soffrire vedere gli ideali ancora acerbi dei ragazzi soffocati da un codice di comportamento prestabilito. Il discente che impara mnemonicamente non ha capacità di riflettere, ma il sistema cosa desidera? Desidera gli individui al proprio posto, senza possibilità d’appello e Illich lo aveva compreso benissimo.

 

Il mondo sociale (studenti compresi), nell’ambito della S.P., cosa chiede e cosa è disposto a dare?

In questi ultimi anni è molto cambiata la richiesta. Le prime persone che frequentavano la scuola chiedevano di “essere”, attualmente i discenti chiedono di “avere”. Non voglio entrare nel merito del concetto frommiano, la S.P. insiste per far sì che le persone siano principalmente persone oltrechè diplomati o laureati. La società che cosa ci chiede? Le istituzioni scolastiche un tempo ci chiedevano di preparare i ragazzi in difficoltà. Ora le richieste provengono da altre istituzioni: le case di riposo, ad esempio, invitano il personale a far rivalidare il loro titolo studiando da noi; altro fine è il raggiungimento della terza media, oppure la lingua italiana parlata correttamente dagli stranieri.

Cosa sono disposti a dare? Un bel nulla. Proprio nulla non direi, ci accordano la loro fiducia e ci riconoscono gli obiettivi raggiunti, risultano queste le soddisfazioni che contano.

 

Nella logica sociale predomina il pensiero “Non si fa nulla per nulla”. Come è stato recepito, all’esterno della Scuola, il tuo senso di gratuità per quanto riguarda il lavoro con i ragazzi?

Questo argomento ha rappresentato lo scoglio più arduo da affrontare. Nessuno, dico nessuno, credeva che il nostro operato fosse gratuito. Solamente le testimonianze dei genitori dei discenti hanno, col tempo, sciolto i dubbi, lo scetticismo generale. Il nostro lavoro, a detta comune, sembrava essere finalizzato a scopi politici o religiosi. Fu confortante vedere questi signori arrendersi di fronte all’evidenza: i discenti sostenevano gli esami presso la scuola pubblica senza aver sborsato una lira di tasca propria.

 

La Scuola e la sua funzione. I discenti hanno ben chiaro questi due punti? Se la risposta è negativa cosa si deve fare per trasmettere l’utilità e il valore dello studio?

C’è una notevole differenza tra gli anni ’70 e quelli attuali, è cambiata la società. La differenza consiste anche tra studenti/lavoratori e studenti a tempo pieno. Coi primi non ci sono problemi poiché la relazione tra scuola e funzione è chiarissima. Coi secondi la situazione è più complessa ma, sia con gli uni che con gli altri, si determina una sorta di esplicito patto morale precisando loro che: la S.P non è un diplomificio; il senso della gratuità esige rispetto per l’insegnante volontario che deve essere avvisato in tempo se il discente manca all’appuntamento; il programma ministeriale viene svolto non con l’ottica didattica, quindi la globalità dell’insegnamento implica che molti più argomenti saranno esaminati e si studieranno. Anche in questo caso il programma ministeriale non aiuta: propone lo studio di periodi storici che nulla hanno a che vedere col periodo letterario che invece lo stesso suggerisce, l’aggancio tra discipline risulta inapplicabile. Lo studente-lavoratore ha poco tempo, perché dobbiamo disorientarlo con simili incongruenze? La “Ghiaia” ad esempio inserisce lo studio di Socrate nel programma del primo anno, invece che nel terzo, lo aggancia alla Grecia antica, alla Geografia, al Diritto, all’Economia, alla Religione ecc.. Con queste modalità si guadagna tempo ed interesse e l’allievo stesso si considera pronto all’esame interdisciplinare.

 

Ragazzi, in età scolare, devianti: arroganza e prevaricazione, senso di potere, violenza, non rispetto di sé e degli altri. Queste le manifestazioni dilaganti e dilatate dai media. Quali sono le responsabilità (se di responsabilità si tratta) dei ragazzi e quali invece del mondo sociale? La Scuola Popolare come re-agisce a simili situazioni?

La S.P., per fortuna, non vive le problematiche che hai elencato; i ragazzi leggono solo sui quotidiani questo genere di notizie che diventeranno oggetto di discussione collettiva e, successivamente, agganci per inserire le discipline (Psicologia, Pedagogia, Sociologia ecc.). La S.P. reagisce alle situazioni problematiche solamente sollevando curiosità, provocando discussioni animate, discutendo accanitamente, vale a dire “comunicando”. La risposta successiva sulla famiglia spiega meglio il termine “responsabilità”.

 

Famiglia “lunga”, adolescenza “protratta” e genitori “amici”. Questi fenomeni contrastano con la chiave di lettura simbolica del “matris/patris munus” (polo affettivo e polo etico) o semplicemente il discorso è riconducibile alla vox populi “i tempi cambiano”?

Certo che questi fenomeni contrastano con la chiave di lettura simbolica. E’ vero che i tempi cambiano ma la famiglia è diventata affettiva e non educativa. Educare in latino significa tirar fuori, presumo quindi sia i difetti, per armonizzarli, sia i pregi, per ampliarli. Ora la famiglia, ripeto, è affettiva, dà, concede, colma, riempie, esattamente il contrario del verbo educare. Il disagio c’è, è tangibile, ma non è più gestibile né a casa, né a scuola. La paura impera e si camuffa nella generosità, permissività. I ragazzi hanno perso sani e solidi punti di riferimento, sono disorientati ed allo stesso tempo lusingati da genitori amici che non chiedono mai né sacrifici, né spiegazioni, rispondono troppe volte sì e non ammettono di essersi fatta sfuggire di mano la situazione

Un’ultima osservazione che esula un poco dall’argomento principale: anche l’insegnante della scuola tradizionale vuole essere “amico”, ma non lo dimostra certo semplificando al massimo le spiegazioni o pre-disponendo schemi riassuntivi o fornendo, durante le verifiche in aula, il numero di pagina della dispensa per trovare senza sforzo la risposta. Non è coerente giocare al ribasso per poi lamentarsi del fatto che gli studenti non studiano o copiano in classe.

Non è mia intenzione sollevare polemiche o allarmismi. Vorrei concludere, anzi, dicendo che oggi più che mai i giovani possono ancora entusiasmarsi, stupirsi o chiedersi i “perché”, a patto però che partano da loro stessi, che siano stimolati e che abbiano esempi “forti e veri” sui quali riflettere e dai quali apprendere.

 

 

Intervista all’assistente sociale Giovanni Bertagna

 

Il servizio civile prestato presso la Scuola Popolare “La Ghiaia” rappresentò un dovere nei confronti dello Stato, quale significato altro rappresentò per lei?

Preparai e presentai la Dichiarazione di Obiezione di coscienza e la domanda di svolgere il Servizio Civile nei giorni in cui compii diciotto anni; approdai alla Cascina Ghiaia poco più di un anno dopo. Ricordo che fin da allora avevo ben in mente due dimensioni per me distinte e allo stesso tempo da collegare: l’obiezione di coscienza al servizio militare come scelta inevitabile per i valori che negli anni dell’adolescenza avevo cercato di fare miei (pace, libertà, giustizia, attenzione all’ambiente); il servizio civile come naturale conseguenza, per spendere il tempo in ambito educativo a contatto con i ragazzi. Inoltre, ho condiviso appieno l’idea di chi ha considerato il servizio civile alternativo al servizio militare, piuttosto che sostitutivo: ritengo i due tipi di servizio assai distanti tra loro e non assimilabili; perciò il servizio civile è una scelta tra due soluzioni. La scelta sta nel chi si desidera servire: la patria e le idee che tradizionalmente sono collegate a tale concetto oppure i “figli”, in particolare i soggetti più in difficoltà. Nella realtà quotidiana alla Ghiaia, mi sembra che più che un dare vi sia stato un continuo scambio in cui credo abbia prevalso il ricevere. Ritengo che alla Ghiaia le idee che ho appena espresso siano state parte della riflessione e dell’azione quotidiana.

 

Quale fu il suo ruolo alla Ghiaia e come lo visse?

 

Fratello maggiore e figlio, educatore ed educando, insegnante e allievo. Credo che vivere più ruoli sia stato inevitabile poiché la Ghiaia era allo stesso tempo famiglia, esperienza comunitaria e scuola popolare. Forse troppi ruoli, o forse no, se poi si riesce a riordinare un po’ le cose; la fusione di ruoli può creare con-fusione. A distanza di tempo, attribuisco particolare valore all’aspetto della scuola popolare.

 

Quale fu la sua difficoltà iniziale, considerando l’ambiente nuovo e le persone sconosciute?

Vivere in una casa non molto diversa dalla mia per caratteristiche e dimensioni, ma in trenta persone anziché tre; questa difficoltà si è ridimensionata rapidamente.

 

I termini “comunicazione, solidarietà, condivisione, coscientizzazione, creatività” sono stati vissuti alla Ghiaia sia da parte dei docenti che da parte dei discenti. Prestando servizio civile ha potuto conoscere, vivere di riflesso o attivamente ognuno di questi principi?

Parlando con l’ideatrice della scuola popolare della cascina Ghiaia e prendendo visione del materiale prodotto negli anni in cui ho svolto il servizio civile, lei può aver costatato la ricchezza, anche di produzione scritta, derivante dalla concretizzazione dei termini che ha citato. Fare scuola partendo dalla problematizzazione di fatti quotidiani (la guerra in ex Iugoslavia, il progetto di discarica di rifiuti tossico-nocivi a Berzano San Pietro, l’inquinamento causato dall’Acna di Cengio (SV), ecc.) aveva come conseguenza la realizzazione di azioni: dalla lettera a un giornale, ad un incontro con un rappresentante delle istituzioni, alla partecipazione ad una manifestazione, ecc.. Apprendere significava riflettere, decidere, agire; prendere coscienza si traduceva in azioni finalizzate al cambiamento. Come dicevo prima, la cascina Ghiaia aveva caratteristiche sia di famiglia, sia di comunità, sia di scuola popolare; quindi, frequentare la scuola popolare della Ghiaia significava sperimentare la condivisione anche all’interno degli spazi della casa: fare colazione, pranzo e cena intorno al tavolo “prolungato” (lo stesso tavolo che tra un pasto e l’altro era disseminato di libri, quaderni e cartelloni), leggere la fiaba e commentarla insieme prima di andare a dormire nelle camere da letto attrezzate con letti a castello. In famiglia vivevano anche bambini e ragazzi che non potevano rimanere nella famiglia d’origine e ragazzi con disabilità; questi ultimi vi sono tuttora.

 

Berzano San Pietro era ed è un piccolo paese agricolo. In quegli anni quale impatto ebbe sulla comunità l’iniziativa della Ghiaia?

Penso di poterle riferire più le mie percezioni che non riscontri tangibili. Da una parte ammirazione, credo, per la disponibilità a “fare del bene” come normalmente dicono le persone di questi piccoli paesi. Dall’altra un po’ di diffidenza legata al timore che le diversità possono suscitare, ossia qualcosa che può apparire singolare o, come direbbe la gente di queste parti una “novità”; in piemontese la parola novità ha anche una valenza di stranezza.

 

Quale tipo di contatto/relazione ebbe modo di constatare tra la Scuola Popolare ed altre istituzioni?

Ricordo le richieste d’accoglienza di ragazzi ed adulti in difficoltà provenienti dai Servizi Sociali o dalla scuola pubblica. Le istituzioni erano e sono vincolate nell’azione, nei comportamenti, nelle decisioni e non sempre c’è spazio per scelte più coraggiose ed innovative. Penso quindi che la “Ghiaia” fosse un’esperienza che permetteva di “andare oltre”, perché si potevano sperimentare, nel campo educativo, pratiche che faticavano ad entrare nella scuola. Credo che per alcuni insegnanti che hanno collaborato con la Scuola Popolare, offrendo parte del loro tempo, sia stata un’opportunità di andare oltre i vincoli dei programmi ministeriali.

 

 

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Zini M. T., Miodini S., Il colloquio d’aiuto, Roma, Carocci Faber, 1997.

 

 

….quale senso ha il Natale? Che senso ha, tenendo presente lo scenario mondiale, il contesto storico, culturale in cui stiamo vivendo? Che senso siamo in grado di dare ad una ricorrenza che nel trascorrere del tempo ha perso il significato religioso, umano e ne ha acquistato uno falso, consumistico; e che oggi…ha perso quello visto che non si può “consumare” tanto, data la situazione economica in cui versiamo? Cosa dobbiamo fare per colmare questo vuoto o almeno riconoscerlo e denunciarlo?

Ci siamo sempre sentiti in difficoltà a dirci “Buon Natale”, ogni anno di più, ma oggi ci sembra davvero assurdo se non assumiamo noi la responsabilità morale, umana, culturale di questa ricorrenza, di questa tradizione in questo contesto di grandi insicurezze, di paura e di un futuro imprevedibile, ma che si annuncia disumano e senza prospettive…vi chiediamo di aiutarci, con dei suggerimenti, mediante la comunicazione dei vostri pensieri, delle vostre riflessioni, dei dubbi, delle iniziative volti a uscire dal buio in cerca di Luce….

 

…i bambini hanno molte risorse, sanno farsi coraggio e guardare avanti, per loro è sempre un altro giorno. Sanno inventare la speranza, trovare significati nuovi a situazioni che a noi sembrano disperate…vi salutiamo e vi abbracciamo con noi, vi aspettiamo presto per confrontarci, incoraggiarci e trovare insieme strade nuove per affrontare il nuovo anno.

 

La Ghiaia tel.: 331.124.7401 (Lina)  

 

 

 

 

LORENZO MILANI: LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI TOSCANI CHE HANNO SOTTOSCRITTO IL COMUNICATO DELL’11 FEBBRAIO 1965

 

[Ridiffondiamo ancora una volta il testo della “Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965”, uno dei documenti poi raccolti, insieme alla successiva “Lettera ai giudici” (l’autodifesa milaniana al processo in cui fu imputato proprio per aver scritto quella lettera aperta), nel volume intitolato L’obbedienza non e’ piu’ una virtu’, che costituisce uno dei grandi testi a sostegno dell’obiezione di coscienza contro ogni guerra, contro ogni esercito, contro ogni uccisione. (2015 – Peppe Sini del Centro per la Pace di Cura di Vetralla (Viterbo)

 

Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, proveniente da una famiglia della borghesia intellettuale, ordinato prete nel 1947. Opera dapprima a S. Donato a Calenzano, ove realizza una scuola serale aperta a tutti i giovani di estrazione popolare e proletaria, senza discriminazioni politiche. Viene poi trasferito punitivamente a Barbiana nel 1954. Qui realizza l’esperienza della sua scuola. Nel 1958 pubblica Esperienze pastorali, di cui la gerarchia ecclesiastica ordinerà il ritiro dal commercio. Nel 1965 scrive la lettera ai cappellani militari da cui deriverà il processo i cui atti sono pubblicati ne L’obbedienza non e’ piu’ una virtu’. Muore dopo una lunga malattia nel 1967; era appena uscita la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana. L’educazione come pratica di liberazione, la scelta di classe dalla parte degli oppressi, l’opposizione alla guerra, la denuncia della scuola classista che discrimina i poveri: sono alcuni dei temi su cui la lezione di don Milani resta di grande valore. Opere di Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana: Esperienze pastorali, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera a una professoressa, pubblicate tutte presso la Libreria Editrice Fiorentina (Lef). Postume sono state pubblicate le raccolte di Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori; le Lettere alla mamma, Mondadori; e sempre delle lettere alla madre l’edizione critica, integrale e annotata, Alla mamma. Lettere 1943-1967, Marietti. Altri testi sono apparsi sparsamente in volumi di diversi autori. La casa editrice Stampa Alternativa ha meritoriamente effettuato la ripubblicazione di vari testi milaniani in edizioni ultraeconomiche e criticamente curate. La Emi ha recentemente pubblicato, a cura di Giorgio Pecorini, lettere, appunti e carte varie inedite di don Lorenzo Milani nel volume I care ancora. Altri testi e documenti ha pubblicato ancora la Lef (Il catechismo di don Lorenzo; Una lezione alla scuola di Barbiana; La parola fa eguali). Opere su Lorenzo Milani: sono ormai numerose; fondamentali sono: Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Rizzoli, Milano 1993; Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi, Milano 1996; Mario Lancisi (a cura di), Don Lorenzo Milani: dibattito aperto, Borla, Roma 1979; Ernesto Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, Laterza, Roma-Bari 1995; Gianfranco Riccioni, La stampa e don Milani, Lef, Firenze 1974; Antonio Schina (a cura di), Don Milani, Centro di documentazione di Pistoia, 1993. Segnaliamo anche l’interessante fascicolo monografico di “Azione nonviolenta” del giugno 1997. Segnaliamo anche il fascicolo Don Lorenzo Milani, maestro di liberta’, supplemento a “Conquiste del lavoro”, n. 50 del 1987. E ancora: Gerlando Lentini, Don Lorenzo Milani servo di Dio e di nessun altro, Gribaudi, Torino 1973; Giampiero Bruni, Lorenzo Milani profeta cristiano, Lef, Firenze 1974; Renato Francesconi, L’esperienza didattica e socio-culturale di don Lorenzo Milani, Cpe, Modena 1976; Piero Lazzarin, Don Milani, Edizioni Messaggero Padova, Padova 1984; Francesco Milanese, Don Milani. Quel priore seppellito a Barbiana, Lef, Firenze 1987; Giuseppe Guzzo, Don Lorenzo Milani. Un itinerario pedagogico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1988; Giovanni Catti (a cura di), Don Milani e la pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1988, 1990; Francuccio Gesualdi, Jose’ Luis Corzo Toral, Don Milani nella scrittura collettiva, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1992.Tra i testi apparsi di recente: Domenico Simeone, Verso la scuola di Barbiana, Il segno dei Gabrielli, Negarine 1996; Michele Ranchetti, Gli ultimi preti, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1997; David Maria Turoldo, Il mio amico don Milani, Servitium, Sotto il Monte (Bg) 1997; Liana Fiorani, Don Milani tra storia e attualità, Lef, Firenze 1997, poi Centro don Milani, Firenze 1999; AA. VV., Rileggiamo don Lorenzo Milani a trenta anni dalla sua morte, Comune di Rubano 1998; Centro documentazione don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana, Progetto Lorenzo Milani: il maestro, Firenze 1998; Liana Fiorani, Dediche a don Milani, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2001; Edoardo Martinelli, Pedagogia dell’aderenza, Polaris, Vicchio di Mugello (Fi) 2002; Marco Moraccini (a cura di), Scritti su Lorenzo Milani. Una antologia critica, Il Grandevetro – Jaca Book, Santa Croce sull’Arno (Pi) – Milano 2002; Mario Lancisi, Alex Zanotelli, Fa’ strada ai poveri senza farti strada, Emi, Bologna 2003; Mario Lancisi, No alla guerra!, Piemme, Casale Monferrato 2005; Sergio Tanzarella, Gli anni difficili, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2007, 2008; Jose’ Luis Corzo Toral, Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica, Servitium, Sotto il Monte (Bergamo) 2008; Frediano Sessi, Il segreto di Barbiana, Marsilio, Venezia 2008; Sandra Gesualdi e Pamela Giorgi (a cura di), Barbiana e la sua scuola. Immagini dall’archivio della Fondazione Don Lorenzo Milani, Inprogress-Aska – Fondazione Don Lorenzo Milani, Firenze 2014]

 

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

 

Primo, perchè avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

 

Secondo, perchè avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

 

Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà nè d’un vostro silenzio, nè d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l’idea di Patria in sè. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

 

Certo ammetterete che la parola Patria e’ stata usata male molte volte. Spesso essa non e’ che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben piu’ alti di lei.

Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. E’ troppo facile dimostrare che Gesu’ era contrario alla violenza e che per se’ non accetto’ nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

 

Sulla porta d’ingresso della Scuola di don Lorenzo Milani a Barbiana: “I care”, cioè mi importa, mi interessa ciò che accade nel mondo.

 

[1] Passera A. L., Bartolomei A., L’Assistente sociale, Roma, Ed. CieRre, 2002, p. 45.

[2] Folgheraiter F., Teoria e metodologia del servizio sociale, Milano, Ed. Franco Angeli, 1998, 129 ss.

[3] Dal Pra Ponticelli M. (diretto da), voce Metodologia del Servizio Sociale, in Dizionario di Servizio Sociale, Roma, Carocci Faber, 2005.

[4] Gardner H., Educare al comprendere, Milano, Feltrinelli,1991, 21 s.

[5] Bonazzi G., Come studiare le organizzazion i, op. cit., p. 20.

[6] Barnard C.Bonazzi G., Storia del pensiero organizzativo, Milano, Franco Angeli, 2002, p. 80.

[7] Lerma M., Metodi e Tecniche del processo d’aiuto, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1992, 142 ss.

[8] Balboni P. E. (a cura di), Educazione letteraria e nuove tecnologie, Torino, Utet libreria, 2004, pp. 15-16.

[9] Cologna D., “Crescere stranieri nella metropoli: i giovani immigrati di Milano” in CNCA, Figli di chi? La sfida di crescere insieme tra culture diverse, Roma, Comunità Edizioni, 2005, p. 55.

[10] Montirosso R., Del Rio G., Al di qua dell’empatia: considerazioni sulla comprensione dell’altro nella relazione d’aiuto, in La Rassegna di Servizio Sociale, 4/1998, p. 15.

[11] Passera A.L., Bartolomei A., L’Assistente sociale, op. cit., p. 64.

[12] Gearing F. in Marazzi A., Lo sguardo antropologico-processi educativi e multiculturalismo, Roma, Carocci Editore, 1999, p. 146.

[13] Chavez T., Rivera y Flor Abarca A., Sistematizar sistematizando, Città del Messico, Ed. Cep Alforja, 1991.

[14] Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1971, 8 ss.

[15] Coraglia S., Garena G., L’operatore sociale, Roma, Carocci Ed., 2003, p. 125.

[16] Freire P., L’Educazione come pratica della libertà”, Milano, Arnoldo Mondadori Editori, 1977, p. 113.

[17] Freire P., “L’Educazione come pratica della libertà”, op: cit., p. 154.

[18] Freire P., “Contribucion al proceso de concentizacion en America Latina”, Montevideo Publicaciones ISAL, 1968, p. 10.

[19] Freire P., La pedagogia degli oppressi, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1971,
p. 94.

[20] Freire P., La pedagogia degli oppressi, op. cit., p. 52.

[21] Fallaci N., Dalla parte dell’ultimo-vita del prete Lorenzo Milani, Milano, Milano Libri Edizioni, 1974, p. 51

[22] Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Vicenza, Arnoldo Mondadori Editore, 1970, p. 57

[23] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967, p. 24

[24] Scuola di Barbiana, op. cit., p. 96

[25] Milani L., Esperienze Pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967, p. 220

[26] Milani L., Esperienze Pastorali, op. cit., p.239

[27] Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, op. cit., p. 250

[28] Fallaci N., op. cit., p. 7

[29] Decroly O., La funzione di globalizzazione e l’insegnamento, Firenze, La Nuova Italia Ed., 1966, p. 14

[30] Decroly O., Una scuola per la vita attraverso la vita, Torino, Loescher, 1965, pp. 61-62.

[31] Freinet C., L’Educazione del lavoro”, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 362.

[32] Devoto G., Oli G. C., voce trasmettere, in Dizionario della lingua italiana, Firenze, Casa Editrice Le Monnier, 1971.

[33] Illich I., Descolarizzare la società, Vicenza, Arnoldo Mondadori Editore, 1972, p. 43

[34] Illich I., Descolarizzare la società, op: cit:, p. 36

[35] Illich I., Distruggere la scuola, Pistoia, Centro Documentazione, 1972, p. 107-111

[36] Illich I., Descolarizzare la società, op. cit., p. 159/161

[37] Illich I., Descolarizzare la società, op. cit., p. 167

[38] Zini M. T., Miodini S., Il colloquio d’aiuto, Roma, Carocci Faber, 1997, 80 ss.

 

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