Gin e Gena a Collegno

…per diventare il meglio di sé bisogna concentrarsi sulle proprie potenzialità e non sui propri limiti quindi: smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita. (Papa Francesco)

Ci impegnamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo. (Don Primo Mazzolari)

 

Torino, 5 luglio 2017

 

Carissimi,

ieri sono stato a Collegno a vedere lo spettacolo di Oscar Barile “Stri” pardon “Gin e Gena”, non si è potuto fare per l’assenza di alcuni attori. Si fa come si può! Quindi nel momento di questa crisi che ci dicono che siamo in crescita, dobbiamo “aiutarci” come facevano i nostri nonni. La mia generazione stà vivendo con i risparmi che sarà obbligata a vendere le case che abbiamo ereditato, (chi le ha avute). Non parlo dei soldi liquidi perché chi li ha, stanno finendo. L’ultima notizia è di una tassa che hanno messo le banche sui conti dove vengono prelevati soldi, però sono aumentati un minimo d’interesse che vanno a vantaggio di chi vive di “rendita” che ormai non si “vivrà più di rendita. Poi ci sono le pensioni, fra 20 anni saranno tutte svalutate. Resta l’alternativa di andare all’estero che però sarà la stessa vita di qua ed in più verrà tassata la pensione che si percepisce,

 

Collegno ci ho lavorato due anni alla Lievito Bertolini; molte case, il vecchio ristrutturato. Nel mio archivio ritrovo i vecchi cedolini: il mio stipendio era di 171.000 lire (1976). Ho un vecchio articolo de “La Stampa” in cui si era scritto che i titolari della Bertolini, i signori Trotti pagavano le tasse fino all’ultima lira. Era un città “rossa”, molto impegnata, molti  gruppi, associaziooni politicamente. Il Sindaco, Luciano Manzi, del Partito Comunista era anche dell’Associazione Italia Cuba. C’era un Circolo, il Bendini, che aveva istituito una mensa tutti i giorni per gli operai delle industrie vicino. Ci andavo anch’io a mangiare, ma mi avevano detto di non dirlo a nessuno, perché erano comunisti. Ero magazziniere e manovale, lavoravo al mulino con le spezie, la cannella, i peperoncini, il pepe, avevo la mascherina, gli occhiali. Quando uscivo dal lavoro, prendevo il bus e tutti i viaggiatori sentivano l’odore che emanavo. Erano gli anni dal 1976 al 1978. Leggevo molto, sul bus oppure mentre aspettavo che il mulino avrebbe macinato tutto. Leggevo “Dimensioni Nuove” della Elle Di Ci”, era come ora “Rocca” della Cittadella di Assisi. Infatti i miei colleghi di allora mi dicevano: “Questa è tutta politica”, eravamo solo in tre giovani sui vent’anni, gli altri quaranta, cinquanta, sessanta in attesa di andare in pensione. C’erano molte donne che vicino ad ogni macchina utensili confezionavano i sacchetti con le spezie. Lavoravo con una tuta marrone ed era sempre, non sporca, ma impregnata dei vari prodotti che erano in lavorazione. Poi l’ambiente di fabbrica era “cameratismo” come era un tempo la caserma; che però non ho l’ho vissuto come tanti perché ho sempre lavorato in settori piacevoli in accordo con i dipendenti e i dirigenti.

  Sono andato alla piazza Primo Maggio, mi sono confuso con la piazza della Repubblica davanti al Comune, ci sono dei bei giardini, andavo a fare pausa dal lavoro con il mio motorino, un ciao. Sono durate poco queste pause perché ho sempre preferito andare a casa a mangiare con mia mamma, era appena morto mio padre, e lei era contenta ed era anche uno scopo di vita il prepararmi da mangiare, e poi si parlava, si raccontava, chi aveva telefonato, cosa avremmo fatto il sabato e la domenica, e poi sono iniziati gli anni del terrorismo, le brigate rosse, tutti i giorni c’era un omicidio, il Sindaco Novelli presenziava ad un funerale tutte le settimane.

Ho chiesto informazioni ad un cittadino di Collegno e molto gentilmente mi ha detto dove era la piazza Primo Maggio e mi ha anche detto che la Bertolini si è trasferita in Valle d’Aosta con una bell’industria e alcune centinaia di dipendenti.

La piazza era piena, non c’era una sedia libera, che alcuni si sono trasportati una sedia pieghevole, pochi giovani per non dire nessuno, qualche bambino.

Al termine come sempre Oscar: “E non posso dimenticare del nostro fotografo che gira tutto il Piemonte per fotografare noi e voi, qua è vicino, abita in corso Orbassano”.

E poi saluto tutti  e a dirmi: “arrivederci a lunedi a Montelupo!”

Riprendo l’auto, su una strada che era in mezzo ai prati e ora tutte case attorno, avevo percorso questa stessa strada nel 1976 per andare ad un matrimonio. Sono arrivato in corso Francia, c’era il deposito dei filobus di “Torino Rivoli”, ora un Pam con un giardino, passato davanti alla ex Bertolini, davanti c’era “Unimas” antiincendio e ora tutte… case.

Mi sono dimesso dalla Bertolini nel 1978 quando sono stato assunto dalla Elle Di Ci. Ho letto oggi su “La Voce e il Tempo” : Don Valerio Bocci direttore generale già direttore editoriale dell’Elledici, è stato nominato per la seconda volta direttore generale dell’editrice salesiana. Succede a don Pietro Mellano che si trasferirà a Roma per coordinare le attività salesiane nel mondo della formazione professionale e della scuola. Laureato in Teologia pastorale giovanile e catechetica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, e membro del Consiglio di presidenza della Uelci (Unione editori e librai cattolici) don Bocci ha una lunga esperienza di comunicazione della fede ai ragazzi e ai giovani.

Conosco Valerio da sempre ma qui è un’altra storia, ora voglio solo scrivervi che la LDC aveva 14 riviste un tempo, ora solo 6 e una stà chiudendo. Le filiali, su 12, è rimasta quella di Torino a Valdocco sulla strada, che chiuderà entro la fine dell’anno. Il futuro è in rete, posso comprare il libro e poi andare a ritirare dove mi è più comodo. Parlando con don Stefano, don Renzo o altri della vecchia generazione mi dicono che preferiscono comprare il libro di carta “palpeggiarlo”. Purtroppo bisogna adeguarsi, il futuro è la rete i giovani e i bambini non la subiranno ma la domineranno e loro “cambieranno il mondo” però dobbiamo stare attenti e “mettere i paletti” fin da ora. Il lavoro che faccio con Fabio, è un sogno, ma se riesce è interessante, la biblioteca, il blog si dovrebbe cercare di mettersi insieme, in gioco e riprendere quei contatti personali che stiamo perdendo. Il Fotovoltaico, la biblioteca, l’arredamento fa parte di un “pacchetto” che è il  valore della casa però dobbiamo essere d’accordo su cosa fare, se non possiamo cambiare il mondo, come renderlo più vivibile. Lasciare i nostri pregiudizi ed incontrarci insieme. Purtroppo il tempo è quello che è, Fabio stesso lavora moltissimo come ognuno di noi. Sembra che io abbia più tempo invece  dò delle priorità.

Il Blog è nato nel 2013 e fin’ ora ha avuto  circa 36.000 visualizzazioni, circa 8000 visitatori da tutto il mondo, 624 follower 50 da me e più di 600 da facebook. Molti amici non ci vengono. Pochissimi “mi piace”; pochi i commenti.

 

E ora vi metto l’avviso del concerto del 9 settembre presso la Chiesa di San Rocco a Torino;

 

“…non fa male credere; fa molto male credere male!…”

 

Questa frase di Giorgio Gaber ha sempre avuto per noi una risonanza particolare.

Condividiamo con ogni donna ed ogni uomo una nostalgia: la necessità di “frequentare” l’Utopia a diverso titolo, pur nei sentieri della ricerca personale più variegata. E’ davvero una spinta profonda e inspiegabile questa che dall’origine dei tempi ci invita ad uscire dall’accampamento delle nostre comprensioni codificate per spingerci  sul terreno dell’ignoto e dell’inconoscibile. Una “follia”, a pensarci; quasi una dannazione. A molti verrebbe naturale condannare questa inquietudine come un “vezzo” patologico, una infantile pericolosa attrazione per  il vuoto; una colpevole incapacità di riconoscere la Terra promessa di un Pensiero conquistato e definito, di mettervi radici e di militarvi. Una debolezza dalla quale difendersi con delle scelte di campo precise, definitive per costruire finalmente un accampamento, una struttura, una casa; una sorta di “mausoleo”, per noi e per quelli come noi.

Lì però, l’Utopia – quella che Gaber laicamente chiama “l’uccello”- non ci va più.

E fa molto male credere che per servire l’Utopia si debba costringerla in una casa ed una definizione. Quel tipo di “uccello” è per sua natura libero, e ci invita a seguirlo nelle direttrici della sua sconcertante assurda imprevedibile mentalità, la stessa che chiede a chiunque di noi di “uscire” dalla nostra Terra per andare dove gli verrà indicato. Sembrerebbe lecito pensare che l’Utopia stia proprio in questo andare, e che la nostra grande impresa al suo servizio sia lasciarsi portare in un deserto di non-conoscenza confidando che la strada ci verrà mostrata, un passo alla volta.

 

Ma allora…che siano proprio le nostre case a dover morire?

Le strutture, le “chiese”, gli accampamenti. E se in questi nostri mausolei così faticosamente e sinceramente edificati abbiamo identificato e costretto l’Utopia, non sarebbe forse quel simulacro ciò che dobbiamo far morire, affinché l’Utopia possa ancora e sempre rivelarsi, mostrarci una direzione, camminare con noi?

Morte e resurrezione, senza paura. Ancora, ancora. E ancora.

 

Mario Coppotelli

 

Questo spettacolo è dedicato a tutti i vagabondi dello Spirito, i senza-casa, i ricercatori.

A Lanfranco Rossi. E ad ogni membro del Movimento dei “Ricostruttori nella preghiera”

del passato, del presente, del futuro.

GRUPPO TEATRO DEVADATTA

(http://teatrodevadatta.wix.com/teatrodevadatta)

 

Francesco Coppotelli ( http://www.pabloeilmare.it/ ),

violino, voce solista, voce recitante

Arcangelo Giordano, chitarra, voce solista, voce recitante

Mario Coppotelli, voce solista, voce recitante, regia

 

Mario Negrini, mixer Le basi musicali sono state realizzate da Lillo Giordano

La locandina è stata elaborata su una fotografia di Gabriele Coppotelli https://www.flickr.com/photos/malandrodafotografia/

 

Sabato 09 settembre 2017   ore 20.45

Presso la Chiesa di San Rocco

via San Francesco d’Assisi 1 – Torino

Ingresso libero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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