https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-05/papa-francesco-regina-coeli-5-anni-laudato-si.html

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-05/papa-francesco-la-vita-dopo-la-pandemia-libro-czerny-lev.html

Monteu Roero, 24 maggio 2020

Carissimi,

Mi metto la frase di don Agostino de “il pane quotidiano” inviata da Don Silvio e poi la lettera del vescovo di Pinerolo: interessante, siamo in cura verso il cambiamento in cui credevamo nell’altro secolo, ed io, ho fotografato molti avvenimenti dove hanno partecipato gruppi e persone che hanno creduto in un mondo più “umano” e che ora,  noi che “testimoniamo su carta” dobbiamo essere credibili.

E poi un sito di notizie dal Brasile

Festa dell’Ausiliatrice. Un’altra festa comandata, la messa con i direttori Salesiani, il vescovo di Torino alla processione serale dell’ultimo giorno. Quest’anno tutte le feste online.

Ed ieri sono partito per Torino, approfittando delle mie cose, per portare il vino e le fragole a Florina. Il giorno prima ne ho portato un plateau a Fabio: mi ha dato dell’insalata seminata “ecologicamente” nel suo orto dicendomi che me ne avrebbe “ridata altra”.

Ebbene ieri, per le strade mi sembrava di ritornare a tre mesi prima che giravo per il Piemonte con la Compagnia di Oscar. Un salto a San Rocco dove ho dato alcune cose tecnologiche che mi hanno regalato e  al pomeriggio da Michele, oltre a Canelli. Ha preparato una bistecca, in poco tempo. mangiato in “condivisione”. Organizzava molte feste con gli operatori e i giovani della sua “Casa della Carità”. Chiedendo informazioni durante il viaggio ho visto che molta gente non egoista, sensibile e altruista. C’è di tutto. Sono ritornato dopo mezzanotte al Ciabot come un tempo che non tornerà più. Ora il mio lavoro è di testimoniare, essere “credibili” per i giovani che avranno il nostro “testimone”.

È disceso per guarirti; ascende per elevarti

«Dunque ascese, ma chi? Colui che prima discese. È disceso per guarirti; ascende per elevarti. Cadrai se vorrai elevarti da te stesso; rimarrai in alto se ti eleverà lui. Avere dunque “il cuore in alto”, ma rivolto “al Signore”, significa rifugiarsi in lui; avere il cuore in alto ma non rivolto al Signore significa essere superbi. Diciamo pertanto a Cristo che risorge: “Tu, Signore, sei la mia speranza”; a Cristo che ascende: “Hai posto in alto il tuo rifugio”. Come potremo essere superbi se avremo il cuore in alto rivolto verso colui che per noi è diventato umile, proprio perché noi non rimanessimo superbi?».

(S. Agostino, Discorso sull’Ascensione 261,1)

Sogno comunità aperte, umili, cariche di speranza

+ Derio, Vescovo

Carissime amiche, carissimi amici,

in questi giorni si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa di Pinerolo, stiamo cercando di fare il possibile. E’ in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore. La questione serissima è: “Non è una parentesi!”. Vorrei che l’epidemia finisse domani mattina e la crisi economica domani sera. Ma non sarà così. In ogni caso questo periodo di pandemia e di crisi non è una semplice parentesi. Molti pensano: “Questa parentesi si è aperta ad inizio marzo, si chiuderà e torneremo alla società e alla Chiesa di prima”. No. E’ una bestemmia, un’ingenuità, una follia. Questo tempo parla, ci parla. Questo tempo urla. Ci suggerisce di cambiare. La società che ci sta alle spalle non era la “migliore delle società possibili”. Vi ricordate quanti “brontolamenti” facevamo fino a febbraio? Bene, questo è il tempo per sognare qualcosa di nuovo. Quella era una società fondata sull’individuo. Tutti eravamo ormai persuasi di essere “pensabili a prescindere dalle nostre relazioni”. Tutti eravamo convinti che le relazioni fossero un optional che abbellisce la vita. Una ciliegina sulla torta, un dolcetto a fine pasto. In questo isolamento ci siamo resi conto che le relazioni ci mancano come l’aria. Perché le relazioni sono vitali, non secondarie. Noi siamo le relazioni che costruiamo. Ciò significa riscoprire la “comunità”. Gli altri, la società sono una fortuna e noi ne siamo parte viva. Il mio paesino, il mio quartiere, la mai città sono la mia comunità: sono importanti come l’aria che respiro e devo sentirmi partecipe. L’abbiamo scoperto, ora proviamo a viverlo. Non è una parentesi, ma una nascita. La nascita di una società diversa. Non sprechiamo quest’occasione! Una società che riscopre la comunità degli umani, l’essenzialità, il dono, la fiducia reciproca, il rispetto della terra. Ne ho parlato nella mia lettera “Vuoi un caffè?”. Forse possiamo rileggerla oggi come stimolo per sognare e costruire una società nuova.
In secondo luogo mi rivolgo ai credenti. Non basta tornare a celebrare per pensare di aver risolto tutto. “Non è una parentesi”. Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni. Per favore ascoltiamo con attenzione ciò che ci sussurra questo tempo e ciò che meravigliosamente ci dice Papa Francesco. Vi ricordate cosa dicevamo fino a fine febbraio? In ogni incontro ci lamentavamo che la gente non viene più a Messa, i bambini del catechismo non vengono più a Messa, i giovani non vengono più a Messa. Vi ricordate? Ed ora pensiamo di risolvere tutto celebrando nuovamente la Messa con il popolo? Io credo all’importanza della Messa. Quando celebro mi “immergo”, ci metto il cuore, rinasco, mi rigenero. So che è “culmine e fonte” della vita del credente. E sogno dall’8 di marzo di poter avere la forza per tornare a presiedere un’Eucarestia. Ma in modo netto e chiaro vi dico che non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno, tra catechisti, animatori, collaboratori e praticanti. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “Qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci!”. E all’esterno, con quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Sogno cristiani che amano i non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni. Questo è il vero cristiano. Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani “devoti” (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti. Carica di entusiasmo, passione, speranza, affetto. Credenti così riprenderanno voglia di andare in chiesa. Di andare a Messa, per nutrirsi. Altrimenti si continuerà a sprecare il cibo nutriente dell’Eucarestia. Guai a chi spreca il pane quotidiano (lo dicevano già i nostri nonni). Guai a chi spreca il “cibo” dell’Eucarestia. Solo con questa fame potremo riscoprire la fortuna della Messa. E solo in questo modo riscopriremo la voglia di diventare un regalo per gli altri, per l’intera società degli umani.
Buon cammino a tutti. Insieme. Vi porto in cuore.

Con affetto e stima.
                                                            

+ Derio, Vescovo

Covid 19 tra i popoli indigeni latinoamericani

Articolo di Itzamná Ollantay pubblicato su Telesur Tv e tradotto da Gianni Hochkofler

COVID 19 TRA I POPOLI INDIGENI LATINOAMERICANI

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Articolo di Itzamná Ollantay pubblicato su Telesur Tv e tradotto da Gianni Hochkofler (*)

                   Brasile. Durante il funerale di un capo indígeno víttima del covid 19. REUTERS

L’annuncio della pandemia ci ha obbligato a esercitare in parte il nostro diritto collettivo alla autodeterminazione nei nostri territori.

Nella maggior parte degli stati bicentenari di Abya Yala, la dichiarazione di confinamento “obbligatorio”, anche con l’uso della forza, dura già da più di due mesi e gli impatti sulle popolazioni indigene sono in aumento.

Le aziende nazionali e transnazionali non hanno interrotto le loro attività, hanno solo ridotto il personale e le ore di lavoro. In molti casi, sono passati al telelavoro predatore dei diritti del lavoro. In questo senso, la pandemia contribuirà ulteriormente alle immorali disuguaglianze socioeconomiche già note in Abya Yala.

Nelle città, i settori popolari sopportano la parte peggiore delle conseguenze inestimabili della pandemia. In particolare, le famiglie disoccupate, sottoccupate e / o quelle impegnate in attività autonome. In diversi stati, i governi “instaurano” aiuti finanziari per “assistere queste famiglie a costo di debiti pubblici milionari”.

La stragrande maggioranza delle comunità e dei popoli indigeni nelle aree rurali, per secoli, è sopravvissuta al “confinamento eterno”. Senza stato, senza diritti. Ancor meno diritti del lavoro perché quasi nessun indigeno riceve uno stipendio regolare nelle aree rurali.

Produciamo cibo per l’autoconsumo e per nutrire le città, ma quasi senza alcun sostegno statale, senza strade, senza mercato, senza banche. Inoltre coltiviamo e trasportiamo il cibo con la trazione animale

In che modo la pandemia e i suoi impatti ci influenzano?

-Discrimina / punisce il produttore indigeno.

Durante il confinamento, le aziende alimentari e di servizi sono autorizzate a transitare su tutto il territorio nazionale. Ma indigeni e contadini non possiamo trasportare i nostri prodotti sui mercati perché il “coprifuoco” ce lo impedisce. Il protocollo per i permessi di trasporto è progettato per le aziende, ma non per la produzione contadina o l’agricoltura familiare.

Le politiche sanitarie e di “assistenza finanziaria” sono razziste. In paesi come il Guatemala, il requisito per riscuotere “contributi” richiede la presentazione di una ricevuta per il consumo di elettricità o il possesso di un conto bancario. E molte famiglie indigene non hanno questi requisiti. In altri casi, i contributi vengono consegnati solo nelle aree urbane, come uscire e ottenere tali buoni se il trasporto pubblico è vietato?

Nelle politiche sanitarie, come possiamo uscire dalle comunità verso le città per disputarci il letto / ventilatore con gli altri pazienti se non è consentito il trasporto motorizzato?

-Rafforza le invasioni impresariali dei territori indigeni.

Il confinamento non solo limita la libera circolazione, ma ci proibisce anche di tenere assemblee di comunità, esercitare il nostro diritto alla protesta … Nel frattempo, le compagnie estrattive continuano a saccheggiare i nostri territori, assassinando, in alcuni casi, i nostri difensori. Colombia, Perù … sono chiari segni della collusione tra pandemia e saccheggio violento dei territori.

-Violazione violenta del diritto all’autodeterminazione / autoprotezione dei popoli.

Gli stati creoli consentono l ‘”auto-confinamento” delle comunità solo se non influisce sulle attività delle grandi aziende. Altrimenti, reprimono violentemente qualsiasi misura o atto di controllo territoriale intrapreso dai popoli.

Un esempio di questo è Sololá, in Guatemala, dove i popoli indigeni di fronte al libero transito delle imprese e il divieto di trasferimento di prodotti agricoli contadini, hanno deciso di chiudere completamente il transito alle aziende e il governo centrale ha risposto con la repressione della polizia.

-Stimola il controllo territoriale indigeno.

In molte comunità e città indigene, l’annuncio della pandemia ci ha costretti in parte a esercitare il nostro diritto collettivo all’autodeterminazione nei nostri territori. Molte comunità indigene hanno deciso di controllare / chiudere l’ingresso nei propri territori per evitare l’infezione, anche prima dell’ordine di “confinamento” delle repubbliche. E questa misura limite è quella che “impedisce” l’arrivo o la diffusione di COVID19 tra le popolazioni indigene, di fronte all’indifferenza razzista degli stati creoli.

-Rafforza l’autorità indigena nei territori.

Il confinamento territoriale causato dalla pandemia, in molti casi, ha incoraggiato le organizzazioni / strutture indigene legittime a esercitare l’autorità sul territorio, con maggiore legittimità rispetto ad altri momenti. È impressionante vedere l’esercizio dell’autorità indigena, anche su pubblici ufficiali e / o compagnie, nel caso delle “Rondas Campesinas” in Perù, o dei municipi indigeni in Guatemala …

-Stimola, rende visibile la solidarietà / baratto inter / intracomunitaria.

Mentre le aziende, nella loro logica economica, distruggono / bruciano la loro produzione in eccesso, o nel migliore dei casi fanno speculazione, in questi tempi di pandemia, indigeni e contadini in Bolivia, Guatemala, Ecuador … distribuiscono, donano, alle famiglie che hanno bisogno parte della loro produzione agricola. In questi tempi di pandemia, con speranza vediamo lampi non solo di solidarietà, ma anche di reciprocità e scambio di prodotti nei territori contadini indigeni, come accade a Chimborazo, Ecuador.

(*) L’articolo originale è consultabile qui

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