L’Uruguay marcia in un silenzio che urla «presente!»

Anche quest’anno il Paese si è fermato – chiedendo verità e giustizia per le vittime della dittatura militare –  nel giorno in cui venne assassinato l’ex senatore Michelini. Il figlio Zelmar ne ricorda la figura.

di Elena Basso –  A seguire notizie sull’ ARCHIVIO PER I DESAPARECIDOS ITALIANI

L’URUGUAY MARCIA IN UN SILENZIO CHE URLA «PRESENTE!»

29 Maggio 2020 La Bottega del Barbieri Un commento

Anche quest’anno il Paese si è fermato – chiedendo verità e giustizia per le vittime della dittatura militare –  nel giorno in cui venne assassinato l’ex senatore Michelini. Il figlio Zelmar ne ricorda la figura.

di Elena Basso (*)

A seguire notizie sull’ ARCHIVIO PER I DESAPARECIDOS ITALIANI

Dal 1996 c’è un giorno in cui l’Uruguay si ferma. Non si parla, non ci sono rumori in città, si sentono solo i passi di migliaia di persone che marciano nel più totale silenzio. I cittadini si riversano nelle strade di Montevideo e sfilano reggendo tra le braccia una foto in bianco e nero e margherite: è la Marcia del Silenzio, che si tiene ogni 20 maggio da 25 anni per chiedere verità e giustizia per i desaparecidos della dittatura uruguaiana.

Quest’anno a causa del coronavirus la marcia è stata virtuale, ma non solo: alle 17 centinaia di veicoli hanno sfilato in una carovana silenziosa, mentre un camion con uno schermo gigante marciava per la città, sopra i volti degli scomparsi. Alle 19 è stato trasmesso un video con le foto dei desaparecidos mentre alle radio erano scanditi i loro nomi. Dai balconi e dalle finestre riecheggiava l’urlo «presente!». Nelle abitazioni, nei luoghi di lavoro e di sequestro i familiari hanno appeso la foto dei loro cari accompagnata dal motto «Son memoria. Son presente. Dónde están?».

Ogni 20 maggio i familiari dei desaparecidos accompagnano la foto dei loro cari con il motto «Son memoria. Son presente. Dónde están?» (foto Ap)

La Marcia del Silenzio si tiene il 20 maggio per l’anniversario dell’assassinio dell’ex senatore uruguaiano Zelmar Michelini, sequestrato il 18 maggio del 1976 a Buenos Aires insieme all’ex presidente della Camera dei deputati Hector Gutiérrez Ruiz e ai militanti Rosario del Carmen Barredo e William Whitelaw Blanco. I loro cadaveri sono stati rinvenuti due giorni dopo nella capitale argentina. Fra chi non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia per le vittime della dittatura uruguaiana c’è Zelmar Michelini – figlio dell’ex senatore di cui porta il nome – 65 anni, membro fondatore di Dónde están?, associazione organizzatrice della Marcia.

Qual è la storia di tuo padre Zelmar Michelini?

Mio padre ha avuto una lunga carriera politica in Uruguay, prima è stato sindacalista, poi deputato, ministro e senatore. Dal ’67 fino al ’73 è stato il principale oppositore delle forze armate, denunciando costantemente l’uso della tortura sui cittadini. Ogni giorno riportava alle Camere le testimonianze dei detenuti e per queste denunce i militari lo avevano già condannato a morte. Molti sopravvissuti alle torture sono poi andati in Senato per recapitargli il messaggio dei militari: «Se continui così ti ammazziamo».

Qual era in quegli anni la situazione in Uruguay?

Nel dicembre del 1967 Jorge Pacheco Areco è diventato presidente del Paese e l’Uruguay ha smesso di essere uno stato di diritto. Non c’era ancora la dittatura, ma è cominciato il periodo della cosiddetta dictablanda: un regime nel quale il potere esecutivo violava costantemente la Costituzione, governava con uno stato di emergenza permanente, deteneva leader sindacali e studenteschi, censurava la stampa, perseguitava i partiti politici di sinistra. Nel 1968 il governo ha represso in modo sanguinario le proteste del movimento studentesco suscitando molta indignazione. E come conseguenza la gioventù del Paese si è radicalizzata e molti di loro hanno impugnato le armi contro il governo. Per sopprimere la guerriglia le forze armate hanno cominciato ad applicare sistematicamente la tortura. Inizialmente per ottenere informazioni dai detenuti, dopo con l’unico scopo di terrorizzare la popolazione. Così sono iniziati gli anni del terrorismo di stato in Uruguay. La dictablanda è andata avanti fino al golpe di Juan María Bordaberry con cui si è ufficialmente instaurata la dittatura militare.

E dopo il golpe cosa è accaduto?

Mio padre è stato costretto a rifugiarsi a Buenos Aires, dove vivevamo sotto sorveglianza all’hotel Liberty. In quegli anni mio padre ha continuato a denunciare ciò che avveniva in Uruguay e ad aiutare i connazionali che si trovavano in difficoltà. A un certo punto ha ricevuto un invito dall’Italia: era Lelio Basso che gli chiedeva di partecipare al Tribunale Russel II. Il Tribunale Russel – tribunale di opinione fondato da Bertrand Russel e Jean-Paul Sartre nel 1966 – si era in precedenza occupato della guerra in Vietman ottenendo un grandissimo impatto a livello internazionale. Si era quindi deciso di creare un secondo tribunale che indagasse sulla situazione sudamericana. Mio padre accettò l’invito e il suo è stato il primo discorso ufficiale sulla dittatura in Uruguay. Prima di andare a Roma lo ripeteva ogni notte, tanto che a un certo punto ho detto: «Prima mi addormentavo con mia mamma che cantava canzoni per bambini e ora lo faccio ascoltando mio padre che ripete il discorso per il Tribunale Russel».

Qual è stato l’impatto di quel discorso?

È stato enorme, soprattutto a livello internazionale. Per questo il clima intorno a lui è diventato sempre più ostile e pericoloso. Anche perché le forze armate potevano esercitare una forte pressione su mio padre: nel 1972 mia sorella maggiore, Elisa, era stata sequestrata ed era detenuta. Elisa aveva 20 anni, era una militante Tupamaros, ma non era certo una figura importante. Era stata sequestrata con accuse false con il solo scopo di fare pressione su mio padre. Quando è tornato da Roma ha ricevuto una chiamata, dall’altro capo del telefono una minaccia: «Finora non abbiamo toccato tua figlia, ma se rifai qualcosa di simile cominciamo a torturarla. Possiamo rendere impossibile la sua vita». E così mio padre si è trovato di fronte a un dilemma: continuare o tacere per il bene di sua figlia. Lui ha deciso di continuare, era un rappresentante del popolo uruguaiano e non poteva venire meno al suo mandato. Anche in quelle circostanze. Nel 1975 ha scritto una lettera a un professore canadese in cui denunciava nuovamente le violazioni dei diritti umani che avvenivano in Uruguay. Un giorno nella stanza dell’hotel dove vivevamo l’ho visto piangere per la prima volta in mia. Mi ha guardato e mi ha detto: «Stanno torturando Elisa».

Qual era la situazione in Argentina?

Alla fine del 1975 la situazione era molto tesa. Mancavano pochi mesi al colpo di stato del 24 marzo 1976. Il 18 maggio del 1976, due mesi dopo il golpe, mio padre è stato sequestrato, insieme all’ex presidente della camera dei deputati Hector Gutiérrez Ruiz e a due giovani militanti Tupamaros Rosario del Carmen Barredo e William Whitelaw Blanco. Il 20 maggio hanno ritrovato i loro corpi a Buenos Aires. Dopo il golpe moltissime persone hanno consigliato a mio padre di lasciare l’Argentina: la sua vita era davvero in pericolo. Ma mio padre ha rifiutato e io ho sempre pensato che su questa decisione abbia influito il fatto che mia sorella fosse detenuta. Ho sempre creduto che nel momento decisivo abbia pensato: «Non posso aver sacrificato la salute di mia figlia, per poi andarmene nel momento in cui a essere in gioco è la mia vita». E così è rimasto.

Zelmar Michelini

UN ARCHIVIO PER I DESAPARECIDOS ITALIANI

Durante le dittature sudamericane di fine ‘900 in migliaia sono stati assassinati per le loro idee politiche. Sequestrati, torturati e fatti sparire perché del loro esempio non rimanesse traccia. Fra di loro moltissimi italiani, le cui famiglie ancora oggi aspettano di conoscere la verità sulla sorte dei loro cari. Archivio desaparecido è un progetto di memoria attiva del Centro di giornalismo permanente, con cui i tre autori – Elena Basso, Marco Mastrandrea e Alfredo Sprovieri – intendono ricostruire le loro storie. L’Archivio sarà multimediale e interattivo e conterrà centinaia di biografie dei desaparecidos italiani, le testimonianze delle loro famiglie e i racconti degli esuli sudamericani rifugiati nel nostro Paese. Anche questa intervista a Zelmar Michelini pubblicata dal manifesto fa parte dell’Archivio. Gli autori hanno promosso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso per poter proseguire nel lavoro d’inchiesta.

(*) Fonte: il manifesto – 21 maggio 2020

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UN COMMENTO

  • Maria Teresa Messidoro

29 Maggio 2020 10:01

http://2.gravatar.com/avatar/8b359b65836c083496cd0bc19d697398?s=72&d=mm&r=g

In Uruguay in questo momento l’energia non manca. Guardate il sito http://www.rebelarte.info/ che ci regala immagini significative sulle ultime iniziative di solidarietà e protesta sociale. Inoltre, per mercoledì 3 giugno alle ore 17 ci sarà a Montevideo una iniziativa popolare contro la tratta e lo sfruttamento sessuale, tenendo presente che da poco è stata scoperchiata una rete di tratta in cui sono coinvolti notabili locali. Rimaniamo connessi

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Argentina: Covid nelle villas miserias

Il messaggio di Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd, e un articolo di Carlos Rodriguez sul quotidiano Pagina 12

ARGENTINA: COVID NELLE VILLAS MISERIAS

28 Maggio 2020 La Bottega del Barbieri Lascia un commento

Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd, ha inviato un messaggio nel quale ha condannato “la straordinaria e imperdonabile diseguaglianza che esiste nelle nostre società”. Gianni Hochkofler ha tradotto per la bottega un articolo di Carlos Rodriguez pubblicato sul sito web del quotidiano argentino Pagina 12.

http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2020/05/18a-sandra-cartasso.jpg

In un messaggio alla famiglia di Ramona Medina e agli abitanti del quartiere Padre Mugica (ex Villa 31), Roger Waters ha condannato “la disuguaglianza straordinaria e imperdonabile che esiste nelle nostre società, specialmente quando parliamo di qualcosa di fondamentale e semplice come l’acqua”.

Come triste metafora della realtà dei quartieri popolari argentini, la solidarietà di Waters è arrivata più velocemente dell’acqua. Nella città di Buenos Aires ci sono 5.677 casi positivi di coronavirus, la maggior parte nei quartieri più poveri della zona meridionale. Ci sono stati 180 morti e 1.426 persone sono state dimesse.

La situazione peggiora ogni giorno nelle “villas” di Retiro e Flores, dove si concentra il 53 percento delle infezioni da coronavirus nella città di Buenos Aires. I dati aggiornati fino a questo sabato collocano Retiro, dove si trova il quartiere Mugica, come il più colpito, con il 34% dei casi, seguito da Flores, dove si trova la “villa 1.11.14”, con il 19%. Si sono verificati due nuovi decessi, portando a 19 il numero totale di morti nei quartieri vulnerabili.

In questo contesto, è arrivato da New York un video inviato agli abitanti del quartiere Mugica, attraverso La Garganta Poderosa, dall’ex leader dei Pink Floyd,. Era grato per l’invio di una lettera che lo informava delle circostanze in cui era avvenuta la morte di Ramona Medina. Oltre ad esprimere il suo dolore ed esprimere le sue condoglianze alla famiglia, Waters ha osservato che Ramona “aveva assolutamente ragione” perché “è completamente iniquo che qualcuno non abbia accesso all’acqua in un paese in via di sviluppo”. Ha ritenuto che la causa di questi fatti riprovevoli ha a che fare con il fatto che “tutto ha un prezzo e ciò che lo motiva è il profitto in Argentina o di sicuro (anche) negli Stati Uniti, dove vivo io”.

Ha anche considerato possibile che “cercheranno di venderci la nostra acqua piovana e se non potessimo pagarla, vivremmo senza di essa”. Ecco perché “Ramona aveva talmente ragione di reclamare e mi rattrista molto che le sue parole non siano state ascoltate”.

Facendo eco alle stesse parole degli abitanti del quartiere, Waters ha detto : “La ricorderemo e continueremo con la sua lotta”. A questo punto, ha osservato che oggi tutti parlano del covid-19 “e di come speriamo che tutto torni alla normalità”. Ha detto che la vera opzione deve essere “tornare a qualcosa di molto, molto migliore della” normalità “in vigore” prima di questo virus, perché ciò che questo virus ci ha mostrato è quanto sia “schifosa” la normalità. “

Ha sostenuto che la pandemia “ci ha mostrato più drasticamente di qualsiasi altra cosa, le disuguaglianze straordinarie e imperdonabili che esistono nelle nostre società specialmente quando parliamo di qualcosa di fondamentale e semplice come l’acqua”. Quindi ha ribadito le sue condoglianze alla famiglia di Ramona, ha espresso il suo “affetto” a “tutti nella Villa 31” e ha detto che spera di “tornare presto in Argentina e mi piacerebbe visitarli”. In chiusura ha cantato una canzone emblematica del cantautore cileno Víctor Jara, assassinato dalla dittatura di Augusto Pinochet: “Il diritto di vivere in pace”. Una pace difficile da raggiungere nei quartieri popolari della città più ricca del paese, che oggi ha la zona di Retiro con un indice di 2.139,89 casi per 100.000 abitanti, il 34% di tutte le infezioni nella Capitale Federale, principalmente nel quartiere Padre Mugica.

***

IN ARGENTINA SI SALVA CHI PUÒ. E «RAMONA È STATA UCCISA»: LA STORIA DI RAMONA MEDINA È STATA RACCONTATA DAL QUOTIDIANO IL MANIFESTO IL 19 MAGGIO 2020

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